Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

27mag/170

Accadde oggi: nasce Don Lorenzo Milani

27 maggio

1923 – Nasce a Firenze, da un’agiata famiglia di intellettuali, Don Lorenzo Milani, figura controversa della Chiesa cattolica negli anni sessanta e noto soprattutto per il suo impegno civile nell’educazione dei poveri e per il valore pedagogico della sua esperienza di Maestro.
Il suo sacerdozio si svolse dapprima a San Donato di Calenzano, vicino a Firenze, dove lavorò per una scuola popolare di operai. Nel dicembre del 1954, a causa di screzi con la curia di Firenze, venne mandato a Barbiana, minuscolo e sperduto paesino di montagna nel Mugello, dove iniziò il primo tentativo di scuola a tempo pieno, espressamente rivolto alle classi popolari. (In fondo potrai vedere un breve filmato sulla scuola di Barbiana)

26mag/170

In morte di Giovanni Bignami

Articolo di Marco Cattaneoi (Repubblica 26.5.17)

«Vieni, ti faccio vedere una cosa». Salite di corsa le scale di Villa Farnesina, durante una pausa di un convegno all’Accademia dei Lincei, si fermò davanti a un affresco della Sala delle Prospettive con sfregi vandalici. «Guarda qui, 1527. Sono stati i Lanzichenecchi i primi writer della storia». Era così, Nanni Bignami, un onnivoro della cultura, animato da una passione travolgente. Capace di farti fare il giro di mezza Roma per fermarsi davanti a un palazzo di via Tevere. «Adesso tu non mi crederai, ma ti rendi conto che qui è nato Michael Collins, uno degli astronauti dell’Apollo 11?». E giù a ridere e fantasticare su quel che avrebbero fatto gli americani con la casa natale di uno dei primi uomini che sono andati sulla Luna. Astrofisico, grande dirigente scientifico, comunicatore di raro talento, Giovanni Fabrizio Bignami nasce a Desio il 10 aprile 1944, e dopo la laurea in fisica a Milano nel gruppo di Giuseppe Occhialini si guadagna uno spazio nella comunità degli astronomi lavorando a una scoperta singolare, una stella di neutroni che non emette onde radio.

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26mag/170

Accadde oggi: l’autocritica del New York Times sulle armi di distruzione di massa

26 maggio

2004 – Il New York Times pubblica una ammissione di errore giornalistico, riconoscendo la parzialità dei suoi reportage e la mancanza di scetticismo verso le fonti, relativamente alle rivelazioni sulle armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein. Queste armi costituirono la cosiddetta “pistola fumante“, addotta da Bush per promuovere la Guerra in Iraq del 2003. (In fondo potrai vedere un interessante documentario di Michael Moore in due parti in cui fa luce du alcune “verità nascoste” relative alla guerra in Iraq)

25mag/170

La peste della memoria inutile

Articolo di Salvatore Settis (Fatto 25.5.17) “Identità perdute – Come nel romanzo di Camus, gli europei accettano passivi la distruzione dei propri valori, dalla giustizia sociale al paesaggio, alla democrazia. Se non riconosciamo le rovine, la rinascita sarà impossibile”

“Essi provavano la sofferenza profonda di tutti i prigionieri e di tutti gli esiliati: quella di vivere con una memoria che non serve a niente”.

In queste parole taglienti Albert Camus ha condensato non solo il dolore, ma la trama quotidiana della città appestata (Orano) che aveva scelto come osservatorio del mondo. Da Tucidide in poi, la narrazione della peste che affligge una città e la isola dal mondo è stata un esercizio letterario ricorrente, ma La peste di Camus ha una forza speciale, perché la descrizione e il decorso del morbo vi sono concepiti come una potente allegoria politica, che legittima la narrazione proprio mentre svuota l’apparente verità del racconto. Come lo stesso autore ha scritto pochi anni dopo, “il contenuto evidente del libro è la lotta della resistenza europea contro il nazismo”: in questa luce, personaggi e fatti del romanzo agiscono come gli atomi o come le sillabe di un’unica, estesa metafora che corre per tutte le pagine del libro. Abitanti e autorità di Orano dapprima non vogliono neppur vedere gli indizi del flagello che li decimerà, poi esitano a dargli un nome, e quando osano pronunciare la parola “peste” hanno già piegato la testa, imparando a convivere con essa.
La rimuovono due volte, prima perché rifiutano di prenderne coscienza, poi perché la ritengono ineluttabile e vi si rassegnano. Se la crisi dei valori che viviamo è come una peste che sta serpeggiando e che non vogliamo riconoscere; se non sappiamo vedere la vastità e la natura di un tracollo dei valori culturali che si nasconde così bene dietro indici di Borsa e invocazioni al “realismo” e al “pragmatismo”; se accettiamo a testa china una politica che devasta città e paesaggi, condanna i nuovi poveri, relega al margine le istituzioni culturali, crea “generazioni perdute” di giovani senza lavoro, esilia la giustizia e l’equità; se tutto questo è vero, e se è solo l’inizio di un processo destinato a radicarsi e a crescere, proviamo a rileggere in questa luce la diagnosi di Camus. Sarà ormai, la nostra, “una memoria che non serve a niente”? Ma che cosa è la memoria culturale di una società come la nostra, in cui gli esseri umani e le loro culture si mescolano con ritmo disordinato ma incalzante?

25mag/170

Accadde oggi: muore Papa Gregorio VII

25 maggio

1085 – Muore Ildebrando di Soana, 157° Papa, dal 1073 alla morte, con il nome di Gregorio VII. Fu il più importante fra i papi che nell’XI secolo misero in atto una profonda Riforma della Chiesa ed è noto soprattutto per il ruolo svolto nella lotta per le investiture, che lo pose in contrasto con l’Imperatore Enrico IV.
Nel 1078 redasse il Dictatus papae, nel cui testo rivendicò la superiorità dell’istituto pontificio su tutti i sovrani laici, imperatore incluso. In questo testo il papa si arrogava anche il diritto di deporre qualunque sovrano. Già nel 1075 il papa aveva espressamente vietato ai laici di poter investire qualunque ecclesiastico, pena la scomunica.

25mag/170

Si scrive bellezza e si legge responsabilita’

Articolo di Andrea Ranieri (manifesto 25.5.17) “«Architettura e democrazia», di Salvatore Settis per Einaudi. Volgere lo sguardo su saperi diversi, è essenziale in una visione interdisciplinare

“”Salvatore Settis, nell’iniziare le sue lezioni all’Accademia di Architettura dell’ Università della Svizzera Italiana di Mendrisio, ora raccolte nel volume einaudiano Architettura e democrazia (pp. 166, euro 12), sente il dovere di giustificare di fronte ai giovani architetti il fatto che uno specialista, un grande specialista di archeologia e di storia dell’arte, tenga un corso che si propone di affrontare temi che vanno molto oltre la propria competenza disciplinare, e che riguardano la storia, la filosofia, l’architettura l’urbanistica, il diritto. Di solito nell’Università l’interdisciplinarietà si fa mettendo uno accanto all’altro in seminari improbabili i diversi specialismi, dando luogo il più delle volta a un defatigante «dialogo fra sordi». Settis decide di lanciare il cuore oltre l’ostacolo accostando lo sguardo su saperi diversi, cercando di fornire ai giovani architetti, e a chi legge, una visione complessiva dei dilemmi e dei problemi che si presentano quando si tratta di progettare un edificio, di pensare uno spazio, di dare forma alla città. Ciò che rende possibile l’attraversamento di saperi diversi è per Settis la politica, nel suo senso più alto, come discussione libera e aperta sulla forma e il senso della polis, e dentro la politica la scelta valoriale di mettere al primo posto il punto di vista di chi soffre della divisioni, dei ghetti, delle separatezze, che segnano la città contemporanea. L’architetto per far questo deve pensarsi prima di tutto come cittadino, e dare il suo contributo per costruire, assieme a tutti quelli la cui vita è impoverita dalla crescita deregolata e dalla crisi delle città, lo spazio pubblico da cui opporsi alle derive del presente, e innestare le «azioni popolari» che oggi sembrano le uniche in grado di prospettare uno sviluppo diverso.

24mag/170

Accadde oggi: arrestati i Freedom Riders

24 maggio

1961 – A Jackson nel Mississippi arriva un gruppo di attivisti per i diritti civili, i Freedom Riders, che dall’inizio di maggio hanno iniziato una forma di protesta che consiste nel viaggiare a bordo di autobus delle linee Greyhound, insieme bianchi e neri, attraverso diversi stati del Sud degli Stati Uniti, contravvenendo alle leggi di questi stati che richiedevano una netta separazione tra bianchi e neri a bordo degli autobus. I Freedom Riders, dopo aver subito nei giorni precedenti diverse violenze, vengono arrestati e imprigionati per 60 giorni. (In fondo potrai veder scorrere immagini dei Freedom Riders accompagnate dalla canzone “Better Times are Coming)

24mag/170

I poteri criminali uccisero Falcone

Articolo di Gian Carlo Caselli (Fatto 24.5.17) “«C’era anche la “criminalità del potere”. Quei segmenti della classe dirigente (politica e imprenditoriale) della massoneria che con la mafia intrattengono rapporti occulti di reciproco interesse»”

La storia di Giovanni Falcone è nota. Si può sintetizzare contrapponendo una giusta gloria post mortem, agli ostacoli – seminati con iniqua strategia – che lo intralciarono in vita. Vediamone alcuni. Si sostiene che il Csm avrebbe violato le regole se avesse nominato a capo dell’ufficio istruzione (dopo Caponnetto) Falcone invece di Meli. Falso. Oltre alla regola gerontocratica dell’anzianità – che premiò Meli ancorché fosse digiuno di processi di mafia – ne vigeva un’altra. Quella della professionalità (o delle attitudini specifiche), stabilita dal Csm con circolare del 15 maggio 1986 espressamente riferita agli uffici di “frontiera antimafia”. La regola difatti fu applicata per la nomina del Procuratore di Marsala, preferendo Borsellino a un magistrato più anziano ma inesperto di mafia. Poi fu inaspettatamente calpestata per Falcone. Con un corredo indecoroso di giravolte e tradimenti. Tra le accuse più insinuanti scagliate contro Falcone, per infangarlo e delegittimarlo, c’era quella di “protagonismo”. Nominare lui sarebbe stato un affronto a tutti i magistrati che ogni giorno sfangavano in silenzio. Un falso (strumentale), che ricorda la storia di quando le donne portavano il velo. Allora erano tutte belle, ma quando il velo cadde si cominciarono a constatare delle differenze. Un po’ quel che è successo per la magistratura. Quando i giudici non davano “fastidio”, erano tutti bravi e buoni. Ma quando hanno preso a dare segni di vitalità e indipendenza, “pretendendo”di esercitare il controllo di legalità anche verso obiettivi prima impensabili, ecco scatenarsi le accuse di protagonismo.

23mag/170

Accadde oggi: la strage di Capaci, ucciso Falcone

23 maggio

1992 – Sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci, a pochi chilometri da Palermo, avviene l’attentato mafioso in cui perdono la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, anch’essa magistrato, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.
Questo attentato, indicato comunemente come Strage di Capaci, ha segnato una delle pagine più tragiche della lotta alla mafia ed è strettamente connesso a quello successivo del 19 luglio, di cui rimase vittima il giudice Paolo Borsellino, amico e collega di Falcone.
(In fondo potrai vedere un video sulla Strage di Capaci con riprese effettuate pochi minuti dopo che era avvenuta)

23mag/170

Disapprendimento e pensiero creativo

Articolo di Marco Deriu (comune-info 22.5.17) “«Le diverse crisi in corso costringono ad abbandonare certezze, immaginari, linguaggi e schemi cognitivi, a ripensare l’insieme delle relazioni sociali»”

«L’utopia oggi non consiste affatto nel preconizzare il benessere attraverso la decrescita e il sovvertimento dell’attuale modo di vita; l’utopia consiste nel credere che la crescita della produzione sociale possa ancora condurre a un miglioramento del benessere, che essa sia materialmente possibile»[1]. Queste parole di André Gorz, scritte nel lontano 1977, oggi suonano ancora più attuali e azzeccate di allora. Per diverso tempo gli scienziati e gli studiosi che hanno evidenziato e discusso attorno ai danni e ai limiti della crescita sono stati bollati assieme di catastrofismo e di mancanza di realismo. Dopo anni di crisi economica, di aumento delle diseguaglianze, di precarizzazione del lavoro, di indebitamento, di indebolimento delle forme di garanzia sociale, con l’aggravarsi delle problematiche dell’inquinamento, del cambiamento climatico, dei conflitti per le risorse, con la forsennata ricerca di nuovi territori di profitto attraverso la capitalizzazione della natura, dei corpi e della vita stessa, il paesaggio è almeno in parte cambiato. Il sospetto che i paradigmi interpretativi e gli orizzonti valoriali emersi con la rivoluzione industriale e che si sono cristallizzati nel secondo dopo guerra nell’ideale della crescita economica siano ormai utensili inutilizzabili è un pensiero che inizia a diffondersi anche negli ambienti più convenzionali. Ma l’invenzione e la ricostruzione di paradigmi interpretativi differenti, richiede di accettare di abbandonare certezze e sicurezze che si appoggiano non solo a canoni disciplinari codificati ma anche a immaginari, linguaggi e schemi cognitivi depositati nell’esperienza comune. Ciò di cui discutiamo non è semplicemente una revisione dei modelli o delle politiche economiche ma piuttosto un ripensamento radicale del nostro modo di concepire la modernità, l’insieme delle relazioni sociali, l’idea di benessere e di benvivere, le logiche di fondo alla base dell’evoluzione tecnica e organizzativa e della costruzione di una democrazia politica.