Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

11ott/170

Felicita’ italiane. Un campionario filosofico

Introduzione del volume “Felicità italiane. Un campionario filosofico”, a cura di Dimitri D’Andrea, Enrico Donaggio, Elena Pulcini, Gabriella Turnaturi, Mulino, pagg 218 “Dall’amore alla religione, dal lavoro allo sport, un libro ricostruisce la mappa dei nostri investimenti e delle nostre aspettative di felicità. E smonta stereotipi e luoghi comuni”

“”Si potrebbe pensare che questo sia l’ennesimo libro sulla felicità. Fornito magari, come tanti altri che abbondano con aria ammiccante sugli scaffali delle librerie, di istruzioni per l’uso e di improvvisate perle di saggezza, per attrarre lettori frettolosi e distratti elargendo consigli, più o meno low cost, per vivere meglio. Ma non è così.
Questo libro è il risultato di un lungo lavoro collettivo che si è svolto per più di tre anni, coinvolgendo un nutrito gruppo di filosofi, decisi a misurarsi con un tema cruciale e allo stesso tempo immenso e sfuggente come la felicità. Un gruppo di persone appartenenti a generazioni diverse e dunque inevitabilmente portatrici di prospettive differenti che si sono intrecciate, e a volte scontrate, in uno spazio di discussione ospitale e il più possibile libero da pregiudizi, ma non ecumenicamente orientato all’intesa. Il punto di vista dei più giovani, in particolare, ha avuto spesso il merito di creare salutari effetti di spaesamento, snidando stereotipi e costringendo tutti gli altri a rivedere convinzioni sedimentate. Si è trattato, insomma, di una rara esperienza di cooperazione che ha sfidato anche le gerarchie accademiche presenti nel gruppo e accolto spontaneamente la necessità dei tempi lenti del pensiero. Non è stato facile delimitare l’oggetto. Ma è apparsa fin dall’inizio piuttosto chiara la domanda alla quale volevamo provare a dare una risposta: sottraendoci da un lato, come già premesso, alla futilità di formule del tipo “come si fa ad essere felici?”, dall’altro alla pesantezza di interrogativi ben più impegnativi, dal sapore pericolosamente metafisico, del tipo “che cos’è la felicità?”. Inafferrabile per definizione, la felicità mette, infatti, alla prova chiunque voglia chiuderla all’interno di presunti parametri oggettivi, facendo soprattutto traballare la tendenza dei filosofi a costruire griglie sistematiche e rassicuranti; e si impone, a chiunque si illuda di afferrarne l’essenza, con la forza provocatoria di ciò che è squisitamente soggettivo, molteplice, contingente. Se provassimo a cercare un’immagine, capace di rappresentarla più e meglio di ogni teoria, potremmo forse evocare quella di un prisma, le cui facce, pur formando insieme la figura intera, assumono una diversa sfumatura di colore a seconda della luce che si riflette su ciascuna di esse.
Un tema scomodo, dunque, se lo prendiamo sul serio; per affrontare il quale è bene rifuggire da definizioni universali, per porre piuttosto l’unica domanda che appare sensata: “dove la cerchiamo, la felicità”?

10ott/170

I soldi ci fanno perdere la ragione

Articolo di Stefano Feltri (Fatto 10.10.17) “Nobel per l’Economia – Richard Thaler e l’irrazionalità delle scelte di consumo e investimento”

“”Da qualche mese Banca Intesa offre ai clienti online un servizio utile: il calcolo di quanto esce dal conto ogni mese per il tempo libero, quanto per il mutuo, quanto per il supermercato. È una delle applicazioni delle idee di Richard Thaler, che ieri ha vinto il premio nobel per l’Economia: la nostra contabilità mentale procede per “punti di riferimento”, creiamo conti separati e non comunicanti. Se di solito spendiamo 300 euro al mese per ristoranti e a metà ottobre siamo solo a 150, ci sentiremo liberi di concederci qualche sfizio anche se magari abbiamo appena speso 400 euro per riparare l’auto. È facile irridere la premessa di molti modelli economici dell’economia neoclassica, con protagonista un individuo egoista, perfettamente informato e con una razionalità che gli permette di scegliere sempre il comportamento che massimizza la sua utilità. Molto più difficile ammettere che l’uomo è irrazionale e trovare le regole di questa irrazionalità, per prevederla (in finanza), sfruttarla (nel marketing) o limitarne i danni (in politica economica). Richard Thaler, 72 anni, insegna a Chicago, all’università celebre per la sua fede ortodossa nelle virtù del mercato e nel fatto che la razionalità, alla fine, vince sempre. In fondo basta introdurre nei modelli economici la seguente ipotesi: quando un individuo irrazionale incontra un individuo razionale, quello irrazionale è un individuo morto. Chi ha più informazioni e le sa gestire meglio sottrae benessere a chi lo è meno e lo costringe ad adeguarsi o a soccombere. Et voilà: neutralizzato il problema degli individui non razionali.

4ott/170

Terra, casa, lavoro. Perche’ sentiamo nostro il messaggio del papa

Articolo di Luciana Castellina (manifesto 4.10.17) “In edicola dal 5 ottobre il libro con i «Discorsi ai movimenti popolari» di papa Francesco. Rivoluzione in Vaticano (e al manifesto)? No, ma per la Chiesa certamente una discontinuità forte. Il comunismo non c’entra ma il focus delle parole del papa ha a che fare con i movimenti rivoluzionari”

“”Le parole del Papa veicolate da il manifesto: uno scandalo? Saranno in molti a gridarlo. Già parecchi hanno cominciato minacciosamente a chiamare Bergoglio «comunista in tonaca bianca», figurarsi quando scopriranno che i suoi discorsi agli Incontri Mondiali dei Movimenti Popolari (EMMP) – Roma 2014; Santa Cruz in Bolivia 2015 (ne abbiamo parlato qui e qui); di nuovo Roma 2016 (ne abbiamo parlato qui, qui e qui, il prossimo era ipotizzato nientemeno che a Caracas) – vengono addirittura distribuiti in abbinamento al quotidiano dei comunisti senza tonache quali siamo noi. Di comunisti (o simili) in effetti agli incontri ce ne sono stati e anche importanti: all’ultimo Pepe Mujica, guerrigliero coi Tupamaros e quindi presidente dell’Uruguay, calorosamente salutato da Papa Francesco; con Evo Morales, presidente indio della Bolivia, c’era stata quasi una cogestione della conferenza.

4ott/17Off

1946-48, cosi’ l’Italia ritorno’ al futuro

Articolo di Giovanni De Luna (Stampa 4.10.17) “La Repubblica inquieta: nel nuovo libro di Giovanni De Luna gli slanci e i conflitti da cui nacque la Costituzione”

“”Con la Costituzione, i partiti della Resistenza, oggi possiamo dirlo, avevano vinto e il loro processo di legittimazione, iniziato con le armi nel biennio 1943-45, poteva dirsi definitivamente concluso. Non era certo la Costituzione dei Cln e tuttavia i Cln ne avevano segnato in modo marcato l’impronta «partitocratica». È vero, il prezzo pagato alla «continuità dello Stato» fu molto alto, ma a pagarlo furono soprattutto «gli uomini della Resistenza», non tanto nelle loro carriere professionali o nei loro destini individuali, quanto nell’improvviso e drastico smarrimento di quel potere costituente che per un momento era sembrato appartenere a essi e solo a essi.
Il momento della scelta Era un percorso probabilmente inevitabile, che quando era cominciato aveva guardato agli uomini in armi come ai depositari di una sovranità popolare che, sulle macerie dello Stato totalitario, si affermava direttamente nelle coscienze dei singoli. Le bande partigiane furono, lo disse Guido Quazza, «un microcosmo di democrazia diretta»; lo furono non tanto perché applicarono il principio della collegialità nei processi decisionali (le esperienze in questo senso furono davvero molto ridotte), quanto perché permisero a un’intera generazione di affacciarsi alla politica scavando nella propria coscienza, attingendo alle proprie motivazioni individuali, proponendo la propria scelta partigiana come il fondamento di una rigenerazione collettiva che avrebbe potuto realizzarsi soprattutto in un apparato istituzionale rifondato dal basso. In questo senso, ancora prima della «banda», ancora prima del suo definirsi intorno a un’opzione partitica, ci furono gli uomini che scelsero dopo l’8 settembre di impugnare le armi: venuta meno la sovranità statale ognuno di loro si trovò in una condizione di «naturale assolutezza», ognuno, nel momento di andare in banda, divenne «sovrano». E in quella scelta del singolo come atto sovrano c’erano le potenzialità per produrre, attraverso la lotta armata, un nuovo ordine giuridico e politico. Fu l’emergere di un concetto nuovo di sovranità il cui titolare non era più il popolo come entità unica (questo si era detto e scritto prima), ma tutti i singoli cittadini che lo compongono e ciascun cittadino esercita la sovranità attraverso le sue libertà e i suoi diritti politici.

15set/170

“Servirebbe un altro Marx, ma la politica oggi e’ degli stupidi”

Intervista al filosofo Aldo Masullo di Antonello Caporale (Fatto  15.9.17) ” «Aldo Masullo. Il professore: “Non è soltanto la classe dirigente del nostro Paese, è l’autorità che ha perso ogni distintivo di capacità di guardare oltre”»”

“” “Questo sarebbe il tempo giusto per un nuovo Marx, ma il pensiero non si coltiva in serra e la storia non coincide con la nostra biografia. Avremmo bisogno di uomini che stiano un gradino più in alto del resto della società e invece ci ritroviamo a essere governati con gente che è risucchiata nel gorgo della stupidità. Come si può pensare alla rivoluzione – qualunque tipo o modello di riforma strutturale dell’esistente – se il nostro sguardo sul mondo è destinato per tutto il giorno unicamente alle variazioni sul display del nostro telefonino?”.
Era il 1867 quando fu pubblicato il Libro I del Capitale di Karl Marx. Centocinquanta anni fa il filosofo di Treviri mandò alle stampe il volume che avrebbe promosso, sostenuto e accompagnato passioni e reazioni, condotto in piazza milioni di persone, trasformando il senso del giusto e dell’ingiusto. E Aldo Masullo, classe 1923, massimo studioso delle differenze tra idealismo e materialismo, ha attraversato il secolo scorso leggendo e rileggendo Marx per i suoi studenti.
“Un’opera immensa. Ha annunciato il nuovo mondo. Ha spiegato e anticipato i caratteri del mondo borghese, del principio del tutti almeno formalmente uguali, della statuizione che ciascuno, indifferentemente dalla condizione sociale, è pari all’altro. Si usciva dal feudalesimo, dalla vita legata dallo status: feudatario, vassallo, plebeo. Grazie a lui si apre il mondo moderno, si afferma il principio della uguaglianza astratta. Sia che tu sia dritto o gobbo, intelligente o stupido, avrai da pagare le stesse mie tasse”.
Marx sembra Dio.
“L’enormità del suo pensiero non è sempre valutabile positivamente. Perché tutto ciò che è enorme straripa di fronte alle necessità dell’uomo. La storia che noi viviamo è sempre più grande della nostra condizione”.
Era troppo avanti?
“Sì, potremmo dire con un linguaggio attuale che ha esondato un po’”.

12set/170

Ribellarsi e’ un’arte

Estratto lezione di Nathalie Heinich (Corriere 12.9.17) “Non più tecnica, ma interiorità così dal ‘900 la trasgressione è divenuta il vero atto creativo”

“”Generazione dopo generazione, l’arte moderna, a partire dagli impressionisti, ha messo in crisi, trasgredendoli, i principi canonici che definivano tradizionalmente le arti plastiche secondo il paradigma classico: trasgressione dei canoni accademici della rappresentazione da parte dell’impressionismo; trasgressione dei codici della figurazione dei colori da parte del fauvismo e poi dei codici della figurazione dei volumi da parte del cubismo; trasgressione delle norme di obiettività della figurazione da parte dell’espressionismo; trasgressione dei valori umanistici da parte del futurismo, delle norme del serio da parte del dadaismo, o del verosimile da parte del surrealismo; trasgressione dell’imperativo stesso della figurazione da parte delle diverse forme di astrazione, a partire dai primi acquerelli astratti di Kandinsky, passando per il suprematismo o il costruttivismo, fino all’espressionismo astratto posteriore alla Seconda guerra mondiale. Questa serie di trasgressioni sul piano plastico finirono per normalizzare l’idea stessa di avanguardia insieme all’imperativo della singolarità, segnando il trionfo dell’originalità nel doppio significato di ciò che è nuovo e di ciò che appartiene propriamente a una persona. L’originalità va di pari passo con la trasgressione dei canoni, con l’accettazione e addirittura la valorizzazione dell’anormalità, in modo tale che il fuori norma tende a diventar la norma.

9set/170

Sui monti, nel nome di Dolcino spiriti ribelli e liberi pensatori

Articolo di Paola Guabello (Stampa 9.9.17) “Nel Biellese il mito del frate eretico rivive a distanza di 710 anni”

“”E’ un rito che si ripete puntuale da 43 anni ma che affonda le sue radici agli albori del Secolo Breve, quando 10 mila persone, come le cronache dell’epoca raccontano, nel 1907 si radunarono attorno a un cippo alto 12 metri (con 4 metri di base) che si vedeva a distanza perfino nella bassa Biellese. Anche quest’anno, sul monte Rubello, il luogo dove 710 anni fa Fra Dolcino fu catturato e ucciso nel 1307, tornano a salire gli «spiriti ribelli», un gruppo di irriducibili che ogni anno attende i primi giorni di settembre per riaccendere i suoi ideali. Anarchici, vecchi socialisti, operai, studiosi e perfino qualche ormai raro partigiano. E poi curiosi e simpatizzanti che arriveranno da tutto il Nord Ovest, pronti a sfidare nuvole e nebbia, se il tempo li tradisce, o a godere degli ultimi tepori estivi e di una vista spettacolare, per salire al cippo nel cuore della Panoramica Zegna.

Nel punto esatto dello sterminio, e dove a forza di pietre e fatica era stato eretto il primo monumento, oggi c’è il santuario di San Bernardo che gli abitanti del Biellese e della Valsesia vollero edificare «in lode al Signore per la sconfitta del frate ribelle». Ma di fronte, a poca distanza, c’è il luogo in cui una delle figure-simbolo e indimenticate della storia e della cultura piemontese, Gustavo Buratti, fece erigere il nuovo cippo nel 1974.

8set/170

Google e Facebook ci trivellano l’anima

Articolo di Evgeny Morozov (Stampa 8.9.17) “Catturano la nostra attenzione per estrarre fatti, aspirazioni e ansie di cui noi stessi ignoriamo l’esistenza Oggi il vero lusso è essere disconnessi”

“”Negli Anni 90, prima che fossero emersi i monopoli di piattaforme come Google e Facebook, la paura del digital divide era un argomento di spicco in molti programmi sociali. In quei primi anni, Internet era il parco giochi degli operatori Telecom, con pochi pionieri come America Online che conducevano esperimenti, poco riusciti, con i business model che si sarebbero raffinati soltanto una generazione più tardi. All’epoca, la moneta dell’economia digitale era il tempo: Internet era misurato soprattutto in mesi, o almeno così erano calcolate le bollette che pagavamo ai nostri provider. Gli inserzionisti, per la maggior parte, mantenevano le loro distanze da Internet, ritenendola troppo rischiosa e strana. Senza di loro, l’economia digitale era rudimentale: pagavamo la bolletta mensile per la connettività, ma le aziende tecnologiche che ci vendevano il servizio non avevano nessun interesse a sapere cosa facevamo mentre eravamo online, nello stesso modo in cui alle compagnie di autonoleggio non importa dove andiamo con le macchine che ci affittano. Una volta che l’infrastruttura è migliorata e la banda larga è divenuta la norma, è emerso un paradosso: potevamo navigare quanto volevamo ma, allo stesso tempo, non c’era nessun posto dove andare. L’Internet di quel periodo assomigliava al Far West e, soprattutto per i novizi, trovare qualcosa di utile e interessante era una sfida. C’è voluto l’arrivo di Google e Facebook, prima per organizzare il caos della rete, poi per riempirla di aggiornamenti altamente personalizzati forniti dai nostri amici e colleghi. Queste due aziende hanno convinto gli inserzionisti che i servizi online non erano affatto un fenomeno transitorio, ma che invece costituivano un nuovo modo per prendere di mira i consumatori.

28ago/170

Pensiero libero e critico, citazioni

Citazioni di John Stuart Mill e Alberto Savinio:

“”Uno Stato che rimpicciolisce i suoi uomini perché possano essere  strumenti più docili nelle sue mani, anche se a fini benefici, scoprirà che con dei piccoli uomini non si possono compiere cose veramente grandi””  (John Stuart Mill)

 

“”Mi fa paura l’inerzia dello strumento pensante e giudicante e il numero spaventosamente grande degli uomini che non pensano e giudicano con la loro testa”"                                                                                            (Alberto Savinio)                      

 

11ago/170

Perche’ le persone di potere badano solo a se stesse

Post del 24.7.17 (Idee 176) di Anna Maria Testa sul suo sito “nuovo&utile, teorie e pratiche della creatività”

“”Che cosa frulla nella mente delle persone di potere? Ce lo domandiamo – e capita non di rado – quando i loro comportamenti ci appaiono contraddittori, o poco comprensibili, o così arroganti da essere difficili da sopportare. Un recentissimo articolo uscito sull’Atlantic ci invita a porci la domanda in termini più radicali: che cosa accade al cervello delle persone di potere?

MENO CONSAPEVOLI DEI RISCHI. L’Atlantic cita un paio di pareri autorevoli. Secondo Dacher Keltner, docente di psicologia all’università di Berkeley, due decenni di ricerca e di esperimenti sul campo convergono su un’evidenza: i soggetti in posizione di potere agiscono come se avessero subito un trauma cerebrale. Diventano più impulsivi, meno consapevoli dei rischi e, soprattutto, meno capaci di considerare i fatti assumendo il punto di vista delle altre persone. A proposito di traumi cerebrali e cambiamenti della personalità, vi viene in mente il caso di Phineas Gage (ne abbiamo parlato qui)? Beh, forse non avete tutti i torti.

IL PARADOSSO DEL POTERE. Sukhinver Obhi è un neuroscienziato dell’università dell’Ontario.