Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

23mag/170

Disapprendimento e pensiero creativo

Articolo di Marco Deriu (comune-info 22.5.17) “«Le diverse crisi in corso costringono ad abbandonare certezze, immaginari, linguaggi e schemi cognitivi, a ripensare l’insieme delle relazioni sociali»”

«L’utopia oggi non consiste affatto nel preconizzare il benessere attraverso la decrescita e il sovvertimento dell’attuale modo di vita; l’utopia consiste nel credere che la crescita della produzione sociale possa ancora condurre a un miglioramento del benessere, che essa sia materialmente possibile»[1]. Queste parole di André Gorz, scritte nel lontano 1977, oggi suonano ancora più attuali e azzeccate di allora. Per diverso tempo gli scienziati e gli studiosi che hanno evidenziato e discusso attorno ai danni e ai limiti della crescita sono stati bollati assieme di catastrofismo e di mancanza di realismo. Dopo anni di crisi economica, di aumento delle diseguaglianze, di precarizzazione del lavoro, di indebitamento, di indebolimento delle forme di garanzia sociale, con l’aggravarsi delle problematiche dell’inquinamento, del cambiamento climatico, dei conflitti per le risorse, con la forsennata ricerca di nuovi territori di profitto attraverso la capitalizzazione della natura, dei corpi e della vita stessa, il paesaggio è almeno in parte cambiato. Il sospetto che i paradigmi interpretativi e gli orizzonti valoriali emersi con la rivoluzione industriale e che si sono cristallizzati nel secondo dopo guerra nell’ideale della crescita economica siano ormai utensili inutilizzabili è un pensiero che inizia a diffondersi anche negli ambienti più convenzionali. Ma l’invenzione e la ricostruzione di paradigmi interpretativi differenti, richiede di accettare di abbandonare certezze e sicurezze che si appoggiano non solo a canoni disciplinari codificati ma anche a immaginari, linguaggi e schemi cognitivi depositati nell’esperienza comune. Ciò di cui discutiamo non è semplicemente una revisione dei modelli o delle politiche economiche ma piuttosto un ripensamento radicale del nostro modo di concepire la modernità, l’insieme delle relazioni sociali, l’idea di benessere e di benvivere, le logiche di fondo alla base dell’evoluzione tecnica e organizzativa e della costruzione di una democrazia politica.

21mag/170

La rivincita dell’umano

Articoli di Piero Colaprico, Marco Revelli, Luca Fazio, Daniele Fiori (Repubblica, manifesto, Fatto 21.5.17)  LEGGI DI SEGUITO

Articolo di Piero Colaprico (Repubblica 21.5.17) “La marcia dei cenomila” “«A Milano il popolo dell’accoglienza: “Ponti, non muri. ”In piazza anche il presidente del Senato Grasso: “È italiano chi nasce e studia qui” Berlusconi: “Così si delegittimano gli agenti del blitz alla stazione”»

“”Ma dov’è stata tutta questa gente che è uscita, verrebbe da dire, da chissà quali catacombe? Dov’erano per esempio sino a ieri, con le loro bandiere con il leone giallo in campo rosso, che ricordano quelle dei leghisti veneti, i giovani dello Sri Lanka? Hanno i costumi tradizionali, c’è chi balla e chi sfila con le divise della scuola, a decine mostrano alcuni cartelli vagamente surreali: «Visitate il nostro paese», con le foto del mare. Dai Bastioni di Porta Venezia è talmente tanta la gente, e a occhio uno su due è straniero, che il corteo parte mezz’ora prima, alle 14. All’inizio ci sono 50mila persone, alla fine dal palco si dice che erano centomila, in effetti, siccome i telefonini funzionano come radio militari, si sentivano messaggi di questo genere: «Dove sei esattamente?». E le risposte stupiscono: «Ancora in piazza Repubblica?, ma noi siamo in piazza del Cannone, al Castello, ma com’è possibile?».
Il sindaco Giuseppe Sala ci ha visto giusto, nel voler rilanciare, in una Milano dove crescono gli investimenti immobiliari e la popolazione universitaria, la marcia pro-migranti di Barcellona. Lo descrivono a volte come un gelido manager, ma non ha detto no alla mamma, Stefania: «Sono orgogliosa, gliel’ho chiesto io di venire, ho 86 anni, ma capisco — dice — quando bisogna scendere in piazza». E così, chi sognava il flop, il «meno di diecimila persone », chi pontificava, «Milano non ha bisogno di manifestazioni, tanto si sa che Milano tradizionalmente accoglie», è stato sconfitto. C’è una Milano che non si nasconde e, almeno in parte, sa che può crescere sia con i cinesi che sfilano dietro al dragone giallo e sia con gli africani che portano a spalle un canotto. Marciano a venti metri di distanza gli scout in divisa e i «Sentinelli», il gruppo che sfila in rappresentanza delle famiglie non tradizionali. Arabe con il velo e messicani con il sombrero, borchie e crocifissi, mani di Fatima e cornetti. Ballano i peruviani e le peruviane, con costumi teatrali, rigidamente separati, comandati gli uni da un uomo e le altre da una donna con un fischietto. Si capisce immediatamente che la giornata — vale la pena di sprecare un aggettivo retorico — può essere «epocale», nel senso che questo 20 maggio contrassegna un’epoca, la nostra, ed erano anni che non si vedevano così tante persone, bambini compresi, come quelli della scuola Palmieri, i più allegri con un gigantesco telo arcobaleno, alzare la voce. E manifestare per «un’Europa che accoglie», slogan che allineano le bulgare con i fiori tra i capelli e il ragazzo con la maglietta «Non sono straniero, sono stranero».

18mag/170

Rapporto Istat, non ci sono piu’ le classi sociali di una volta

Articolo di Roberto Ciccarelli (manifesto 18.5.17) “Italia 2017. Rapporto annuale Istat: la relazione tra l’appartenenza di classe e l’identità sociale si è sfaccettata”. Operai e borghesi sono classi esplose nella crisi. La zona grigia dove si intrecciano la precarizzazione degli uni e la proletarizzazione degli altri coinvolge ugualmente il lavoro autonomo freelance e ordinistico. Il presidente Istat Alleva: «La ripresa, a causa dell’intensità insufficiente della crescita economica, stenta ad avere gli stessi effetti positivi diffusi all’intera popolazione». E’ record di precariato e disuguaglianze, mentre crollano le nascite”

“”Dieci anni di crisi hanno frammentato la classe operaia e la classe media e modificato il senso dell’appartenenza sociale. Il rapporto annuale dell’Istat, presentato ieri alla Camera dal presidente Giorgio Alleva, sostiene che la classe operaia ha perso il suo connotato univoco, mentre la borghesia si distribuisce su più gruppi sociali. La relazione tra l’appartenenza di classe e l’identità sociale si è sfaccettata e il reddito da lavoro non basta per definire capacità e disponibilità omogenee all’interno delle stesse classi sociali tradizionali.

Quinto stato

LA PRINCIPALE CAUSA di questa «esplosione» dei confini tra le classi ereditati dal Novecento è la «precarizzazione delle forme contrattuali» e l’aumento delle «diseguaglianze sociali» sostiene l’Istat. Venti anni di destrutturazione del mercato del lavoro iniziata nel 1997 con il «pacchetto Treu» del primo governo Prodi e terminata (al momento) con il Jobs Act di Renzi entrato in vigore il 7 marzo 2015 hanno portato a una trasformazione radicale della composizione sociale: oggi non basta essere operai per appartenere alla classe operaia e non basta essere impiegati o occupati per essere «borghesi».

16mag/170

Servizio civile obbligatorio?

L’amaca di Michele Serra (Repubblica 16.5.17)

“”Sono favorevole al servizio civile obbligatorio”, dice il ministro della Difesa Pinotti; parole che suonano come le campane a festa per chi crede nello spirito di comunità. Quando venne abolito il servizio militare di leva ero troppo giovane per capire che, insieme a tante buone ragioni, ce n’era anche una cattiva: il prevalere indiscriminato e pregiudiziale del valore della libertà individuale rispetto al valore dell’appartenenza a un popolo e a una comunità nazionale. Il concetto di obbligo, a quell’epoca, mi pareva solamente una soma, non avendo ancora imparato quanto certi obblighi aiutino a essere persone migliori (come insegna, del resto, il bellissimo “grazie” portoghese: obrigado).
L’idea che l’obbligo di leva (uguale per tutti) possa rinascere senza portare le armi, ma portando se stessi in aiuto degli altri, è splendida. Essere richiamati per qualche mese alla vita comunitaria, in deroga alla dittatura dell’ego. Esserlo a prescindere dalla provenienza sociale e dal livello culturale, in stretto rapporto con persone molto diverse. Il sogno sarebbe un servizio civile di leva europeo, una specie di Erasmus allargato all’intera gioventù continentale. Troppo bello per essere vero.”"

15mag/170

Al via il primo festival dello sviluppo sostenibile: 200 eventi per conoscere l’Agenda Onu 2030

Da greenreport.it 15.5.17 “Più di 7 italiani su 10 non conoscono gli obiettivi. Asvis: «Mobilitare l’Italia per centrare gli obiettivi dello sviluppo sostenibile». Per centrare i 17 Sustainable development goals (Sdg) dell’Agenda 2030, approvata nel settembre 2015 dall’Assemblea generale dell’Onu e sottoscritta anche dall’Italia, abbiamo a disposizione 13 anni. l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo sostenibile (Asvis) spiega che «Sono obiettivi che muovono da un sentire comune: l’attuale sistema in cui viviamo non è più sostenibile, urge ripensarlo a 360°, non solo in chiave economica, ma anche ambientale, sociale e culturale» e, proprio per sensibilizzare su questi argomenti, ha organizzato Il Festival dello Sviluppo Sostenibile 2017 che durerà 17 giorni, tanti quanti gli obiettivi.”

“”All’Asvis sottolineano che dal dal 22 Maggio al 7 Giugno «Oltre 200 eventi sono in programma su tutto il territorio nazionale promossi dalle oltre 160 organizzazioni che aderiscono all’Alleanza, dalla Rete delle università per lo sviluppo sostenibile (Rus) e da altri soggetti. Un’unica grande manifestazione, diffusa e inclusiva, con oltre mille speaker, decine di università e 200 scuole coinvolte, attività culturali e format inediti». Presentando l’iniziativa, il presidente dell’Asvis, Pierluigi Stefanini ha evidenziato che «Una tale mobilitazione è il segnale di una straordinaria vitalità del nostro Paese e dell’interesse per tematiche da cui non dipende solo il nostro futuro, ma anche il presente, così pieno di incertezze, ma anche di opportunità. Il Festival sarà una grande occasione di confronto e di condivisione di pratiche virtuose che possono cambiare il nostro modello di sviluppo e, quindi, le politiche, le strategie aziendali e i comportamenti individuali. Alla fine di questa manifestazione, ci sarà bisogno dell’impegno di tutti per mettere in pratica le buone idee utili per portare l’Italia, e non solo, su un sentiero di sviluppo sostenibile».

15mag/170

Anna Falcone: “Serve un’alleanza costituzionale.

Intervista a Anna Falcone di Giacomo Russo Spena (Micromega online 15.5.17)

“In una società profondamente diseguale, che disconosce i meriti e mortifica i bisogni, la vera rivoluzione sarebbe attuare finalmente quella Costituzione che si proponeva come obiettivo principale quello di superare tali disuguaglianze e liberare le risorse e le energie del Paese”. Dopo la vittoria referendaria del 4 dicembre scorso, Anna Falcone lancia adesso un’alleanza per la Costituzione, una mobilitazione larga, aperta a tutti, e con un forte connotato civico. A breve uscirà un appello pubblico e ci sarà la conferenza stampa, intanto l’avvocata calabrese – tra un allattamento e l’altro della piccola Maria Vittoria – ci spiega il senso dell’iniziativa: “La sinistra dovrebbe sentirsi chiamata, più di altri, a un tale compito e unirsi per dare senso e futuro al suo orizzonte politico”.

15mag/170

La Festa delle decrescita felice: due giorni a Roma per il decennale italiano

Articolo di Corrado Zunino (Repubblica.it 14.5.17) “Alla Città dell’altra economia, per i dieci anni nel nostro Paese del movimento ispirato dalle teorie di Serge Latouche. Conferenze, film e mercati artigianali “per uno sviluppo a basso impatto ambientale e senza sfruttamento”. Quattromila persone nella capitale, trentun circoli in Italia e a ottobre il “Manifesto” in Campidoglio

“”Nella Città dell’Altra economia – Roma, Testaccio – sempre in bilico tra abbandono e successo, ieri e oggi si è svolta la prima Festa nazionale della decrescita felice, movimento di ispirazione francese (Serge Latouche) che in Italia, differenziandosi dal modello, segna dieci anni di vita. Il Movimento italiano ha trovato il suo consolidamento su presupposti pratici: consumare il necessario, sprecare meno. O, nelle situazioni più virtuose, niente. La Festa – Sessanta eventi, alla Festa della decrescita felice. Laboratori sull’autoproduzione di latte vegetale e detersivi bio, conversazioni con il regista Thomas Torelli, che ha girato “Food relovution, tutto ciò che mangi ha una conseguenza”. Poi mercati contadini e artigianali, l’area olistica, quella yoga. Tavole rotonde su come ridurre gli sprechi energetici e ammodernare da soli un vecchio computer. Quattromila persone in due giorni, per gli organizzatori, ad ascoltare e assaggiare tutto questo. Dieci anni di vita – Il movimento per la decrescita felice nasce in Italia il 15 Gennaio 2007 quando Maurizio Pallante, romano trasferito nella campagna del Monferrato astigiano, laureato in Filosofia, esperto di politiche energetiche e riduzione dei consumi, riunisce nell’Abbazia di Maguzzano, provincia di Brescia, un grup­po di personalità nel campo ecologico: le ha conosciute durante gli incontri organizzati per la presentazione del saggio “La decrescita felice”, appunto. L’obiettivo è quello di fondare una realtà apartitica – Pallante nel 2016 scriverà “Destra e sinistra addio” – che possa esercitare una pressione pubblica “per il ben-essere della cittadinanza” e lo sviluppo di ciò che è “a basso impatto ambientale, non crea sfruttamento sugli esseri viventi e permette una buona distribuzione del denaro”.

13mag/170

L’arroganza della catastrofe

Articolo di Alessandra Pigliaru (manifesto 12.5.17) “«Intervista con Deborah Danowski ed Eduardo Viveiros de Castro. Filosofa lei e antropologo lui, si interrogano sul futuro e sui popoli a venire, umani e non. L’idea di fine e di vivibilità».”

“”«O ci liberiamo dall’idea occidentale di umano o non sopravviveremo a lungo». Sono piuttosto netti Deborah Danowski ed Eduardo Viveiros De Castro, entrambi ricercatori presso il Conselho Nacional de Desenvolvimento Cientifico e Tecnologico, in Brasile. L’intenzione non è quella di fare dell’allarmismo o di alimentare un orizzonte squisitamente teorico postumano, già tanto frequentato. Hanno un’aria pacifica e la voce di entrambi si fonde in un’articolazione filosofico-antropologica che precisano da diversi anni. Hanno scritto Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine (Nottetempo, pp. 320, euro 17, traduzione di Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri). Le formazioni sono diverse (Danowski insegna filosofia alla Pontificia Universidade Catolica di Rio de Janeiro, mentre Eduardo Viveiros De Castro antropologia sociale presso il Museo Nacional dell’Universidad Federale) eppure, nella strana alchimia della relazione, in questi anni si sono esercitati a pensare insieme in un confronto serrato proprio con quella domanda che dà il titolo al libro, pubblicato in Brasile tre anni fa e che, nell’edizione italiana, ha una introduzione aggiornata.

11mag/170

Bauman. L’arte del dialogo e’ la nostra rivoluzione

Saggio di Zygmunt Bauman con traduzione di Pietro Terzi (Repubblica 11.5.17) «L’esortazione del sociologo recentemente scomparso che fa proprio un appello di papa Francesco. Il testo di Bauman è tratto da “La grande regressione”»”

“”Essere uno stato, piccolo o grande non importa, vuole sempre dire una cosa molto semplice: avere sovranità territoriale, ossia la capacità di agire all’interno dei propri confini in base alla volontà di chi abita nel proprio territorio, senza rispondere agli ordini di qualcun altro. Dopo un’epoca in cui i vicinati si sono fusi o sono stati percepiti come destinati a fondersi in unità più grandi chiamate stati-nazione (con in agguato la prospettiva di un’unificazione e di un’omogeneizzazione della cultura, della legge, della politica e della vita umane in un futuro che, se non era immediato, sarebbe senza dubbio giunto), dopo la lunga guerra dichiarata dai grandi ai piccoli, dallo stato al locale e al “parrocchiale”, entriamo ora nell’epoca della “sussidiarizzazione”, in cui gli stati non vedono l’ora di scaricare i propri doveri, le proprie responsabilità e – grazie alla globalizzazione e alla nascente situazione cosmopolitica – il compito ingrato di riportare il caos all’ordine, mentre le vecchie località e i vecchi comuni serrano i ranghi per assumersi queste responsabilità e battersi per qualcosa in più. L’indicatore più vistoso, carico di conflitto e potenzialmente esplosivo del momento presente e la volontà di rinunciare alla visione kantiana di una futura Burgerliche Vereinigung der Menschheit, un’unificazione civile dell’umanità, che coincide con la realtà della globalizzazione avanzata e imperante della finanza, dell’industria, del commercio, dell’informazione e di ogni forma di violazione della legge. A cio si associa il confronto di uno spirito e di un sentimento klein aber mein (“piccolo, ma mio”) con il dato di una condizione esistenziale sempre più cosmopolita. In seguito alla globalizzazione e alla divisione dei poteri politici che ne deriva, infatti, gli stati si stanno trasformando in vicinati piuttosto grandi, compressi all’interno di confini permeabili, tracciati in modo vago e difesi in modo inefficiente. Nel mentre, i vicinati di una volta – considerati sul punto di essere cestinati dalla storia, insieme a tutti gli altri pouvoirs intermediaires — lottano per assumere il ruolo di “piccoli stati”, sfruttando al meglio cio che rimane delle politiche quasi-locali e dell’inalienabile prerogativa monopolista, un tempo gelosamente custodita dallo stato, di dividere “noi” da “loro” (e viceversa). Il “progresso”, per questi piccoli stati, si riduce a un “ritorno alle tribù”.

11mag/170

Una mozione contro il concordato

Mozione a cura di Andrea Maestri, di “Possibile” (da Criticaliberale.it del 10.5.17). Publichiamo il testo

La Camera dei deputati,

premesso che:
l’articolo 7 della Costituzione riconosce che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, stabilendo che i loro rapporti siano regolati su base paritetica secondo il principio concordatario;

la scelta della forma pattizia, ancorché svolgentesi al livello dell’autonomia e non della sovranità, è confermata per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose diverse dalla cattolica dall’articolo 8 della Costituzione, che prevede a tal fine lo strumento dell’intesa;

rientra tra i principi fondamentali del nostro ordinamento, in nessun modo derogabili neppure da altre fonti costituzionali, il principio della laicità dello Stato, «che implica, tra l’altro, equidistanza e imparzialità verso tutte le religioni, secondo quanto disposto dall’art. 8 Cost., ove è appunto sancita l’eguale libertà di tutte le confessioni religiose davanti alla legge» (ex plurimis Corte cost. n. 168 del 2005), per quanto non sia da intendere «come indifferenza dello Stato di fronte all’esperienza religiosa, bensì come tutela del pluralismo, a sostegno della massima espansione della libertà di tutti, secondo criteri di imparzialità» (ex plurimis Corte cost. n. 67 del 2017);

rilevato che:
in ragione della particolare natura dell’ordinamento canonico, possono verificarsi situazioni di concorrenza tra esso e l’ordinamento dello Stato italiano nell’ambito delle materie regolate dall’uno e dall’altro per le sfere di rispettiva competenza (materie miste);

in tali casi, l’attuazione del principio concordatario si esplica pienamente attraverso la collaborazione leale e paritaria tra le due istituzioni nel perseguimento dei rispettivi fini, concorrenti al pieno sviluppo della persona umana nell’ordine che a ciascuna è proprio;