Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

15set/170

Tre scelte di sinistra per ritrovare un’identita’

Articolo di Massimo Giannini (Repubblica 15.9.17)

“”Approvare la legge sullo Ius soli è un atto di civiltà. Rinviarla è un atto di viltà. Una resa allo “spirito dei tempi”, che vede in ogni diversità una minaccia e che la politica cinica cavalca, invece di addomesticare. «Cosa dovrebbero fare gli onorevoli scettici? Procedere nonostante i dubbi ascrivibili all’incirca a metà della popolazione?», si chiedono tronfi i giornali della destra, brindando con un calice di veleno alla ritrovata “egemonia culturale”. Quella che mescola dolorosamente il riconoscimento del diritto di cittadinanza con il “cedimento all’invasione dei barbari”. Quella che invoca l’abolizione di tutti i permessi umanitari «per liberarci dagli stupratori». In uno Stato di diritto, il Parlamento non è il luogo della pura e semplice ratifica, né dei voleri del governo né degli umori del popolo. La domanda cruciale, oggi, è se a prescindere “dall’aria che tira” nella pubblica opinione, questa maggioranza spuria e ormai esausta ha i numeri per far passare la legge oppure no. Se è credibile o meno la promessa di Gentiloni che dice «ci riproveremo dopo la manovra economica». Se si possono ricreare le «condizioni che oggi mancano » perché quelle norme possano passare prima della fine della legislatura, con o senza la fiducia. Purtroppo il principio di realtà non lascia spazio alla speranza. Nonostante le esortazioni di Prodi, le osservazioni di Delrio o le pressioni di Bersani, la “narrazione” social-xenofoba di Salvini infiamma la piazza, e la “moderazione” tardo-dorotea di Alfano paralizza il palazzo. È il prezzo che si paga a un errore politico commesso da Renzi. Da segretario ha avuto il merito di trasformare lo Ius soli in un vessillo identitario per il Partito democratico, ma da premier non si è curato di siglare prima un accordo blindato con i centristi di Alternativa popolare (senza i quali non ci sono i voti al Senato). Oggi sembra troppo tardi, per rinsaldare un patto evidentemente mai sottoscritto. Renzi che “si rimette” alle scelte di Gentiloni è la conferma di un evidente interdetto che appare non superabile. Oggi e forse anche domani.

12set/170

Ribellarsi e’ un’arte

Estratto lezione di Nathalie Heinich (Corriere 12.9.17) “Non più tecnica, ma interiorità così dal ‘900 la trasgressione è divenuta il vero atto creativo”

“”Generazione dopo generazione, l’arte moderna, a partire dagli impressionisti, ha messo in crisi, trasgredendoli, i principi canonici che definivano tradizionalmente le arti plastiche secondo il paradigma classico: trasgressione dei canoni accademici della rappresentazione da parte dell’impressionismo; trasgressione dei codici della figurazione dei colori da parte del fauvismo e poi dei codici della figurazione dei volumi da parte del cubismo; trasgressione delle norme di obiettività della figurazione da parte dell’espressionismo; trasgressione dei valori umanistici da parte del futurismo, delle norme del serio da parte del dadaismo, o del verosimile da parte del surrealismo; trasgressione dell’imperativo stesso della figurazione da parte delle diverse forme di astrazione, a partire dai primi acquerelli astratti di Kandinsky, passando per il suprematismo o il costruttivismo, fino all’espressionismo astratto posteriore alla Seconda guerra mondiale. Questa serie di trasgressioni sul piano plastico finirono per normalizzare l’idea stessa di avanguardia insieme all’imperativo della singolarità, segnando il trionfo dell’originalità nel doppio significato di ciò che è nuovo e di ciò che appartiene propriamente a una persona. L’originalità va di pari passo con la trasgressione dei canoni, con l’accettazione e addirittura la valorizzazione dell’anormalità, in modo tale che il fuori norma tende a diventar la norma.

9set/170

Cambiamenti

Tre articoli su cambiamenti in atto (da pagina99 del 9.9.17) LEGGI DI SEGUITO

Articolo di Raffaele Alberto Ventura “L’Italia è una Repubblica fondata sulle aspirazioni”. “Occupazione | Cancellata l’etica del lavoro per mancanza di materia prima, i millennials basano la loro identità su hobby e interessi, come volevano i situazionisti. Storia di un cambio di paradigma e del suo sfruttamento”

“” “Ne travaillez jamais”. Non lavorate mai. Scrivendo queste parole su un muro del quartiere latino di Parigi, Guy Debord compiva nel 1953 il suo primo gesto di rivolta contro la società capitalistica, anni prima di fondare l’Internazionale Situazionista e di pubblicare il suo oracolare saggio La società dello spettacolo. Ma fu vera rivolta, oppure l’annuncio di una trasformazione a venire? La logica culturale del tardo capitalismo tiene proprio nella promessa della Fine del lavoro (perlomeno per la classe media occidentale) dal titolo di un celebre libro di Jeremy Rifkin pubblicato ormai vent’anni fa (Mondadori, 2005). E in effetti il lavoro è letteralmente finito per molti millennials che oggi escono dalle università con un altisonante titolo di studio e nessuna prospettiva d’inserimento professionale.
• Reddito e identità
Per chi si ritrova concretamente senza lavoro, oggi la questione più cocente è senza dubbio quella del reddito. Secondo i teorici dello Universal Basic Income questa si risolve facilmente, cioè ridistribuendo i profitti che generano le macchine. È la tesi (indubbiamente ottimista) di Nick Srnicek e Alex Williams in Inventing the Future, in uscita in italiano a gennaio 2018 per Nero. Ma risolta la questione del reddito resterebbe ancora un problema esistenziale: senza lavoro, come dare un senso alla propria vita?

4set/170

Ragazzi, non tornate

Articolo di Ilvo Diamanti (Repubblica 4.9.17)

“”I giovani, in Italia, sono un’emergenza grave. Che non accenna a diminuire.
L’ha riconosciuto, con realismo e onestà, il premier, Paolo Gentiloni, al tradizionale Forum Ambrosetti di Cernobbio. D’altronde, i dati più recenti dell’Istat rilevano che la disoccupazione giovanile è oltre il 33%. Secondo talune stime, anche più elevata. Insomma, oltre 1 giovane su 3 è senza lavoro. Secondo i dati Eurostat: il doppio rispetto alla zona Euro. Solo la Grecia e la Spagna starebbero peggio di noi. Naturalmente, occorre aggiungere che i giovani, in Italia, sono ormai una specie rara, in via di estinzione. Ma questa constatazione a me suscita pena ulteriore. Che ha origini lontane e misure crescenti. È, infatti, dagli anni 70 che siamo in declino demografico. Ma, negli ultimi anni, il declino è divenuto un crollo. Perché si associa all’invecchiamento della popolazione. Gli italiani, infatti, invecchiano e non fanno più figli. Perfino gli stranieri, quando si stabilizzano, smettono di “riprodursi”. Ma la popolazione italiana invecchia anche perché i giovani, appena possono, se ne vanno. Verso Nord. Come gli immigrati che, secondo la retorica della paura, ci “invadono”. I nostri giovani, invece, “evadono”. Per ragioni, ovviamente, diverse. Circa 2 italiani su 3, infatti, come abbiamo scritto altre volte (commentando le indagini di Demos- Coop), sostengono che “per i giovani che vogliano fare carriera, l’unica speranza è andarsene”. Fuori dall’Italia. Ed è ciò che fanno, ormai da anni.

1set/170

Rivolte

Due Articoli da manifesto 31.8.17 LEGGI DI SEGUITO

“La contessa che incitava alla rivolta” di Enrico Terrinoni “«Lettere dal carcere. L’Irlanda verso la libertà», per Angelica editore : le missive che Constance Markievicz inviava dalla sua cella, senza perdere la sua verve rivoluzionaria e lottando per i lavoratori

“”Era l’agosto del 1913, e a Dublino iniziava la più grande serrata della storia d’Irlanda, una lotta strenua e coraggiosa da parte dei lavoratori, in grado di paralizzare le strade della capitale irlandese fino al febbraio 1914. Dublino era una città divisa tra una aristocrazia locale filobritannica, una giovane borghesia renitente a discostarsi dallo statu quo, e una ampia fascia di popolazione fatta di proletari sfruttati e di disoccupati che vivevano nei famosi tenements, palazzoni georgiani in cui si assiepavano famiglie numerose spesso stipate in una sola stanza fatiscente. In queste condizioni operò il sindacalista Jim Larkin, a capo della Irish Transport and General Workers Union. Fu lui a indire la serrata del 1913 contro l’arcipadrone, William Martin Murphy, proprietario di giornali e grandi magazzini, il quale voleva imporre ai suoi impiegati di rinunciare all’appartenenza sindacale.
Una delle figure che più mostrarono appoggio e supporto ai lavoratori fu una donna che, tramite il matrimonio con un ricco artista polacco noto a Parigi come «Conte Markievicz» (nonostante i dubbi sulla validità del titolo nobiliare), era da tutti a Dublino conosciuta come la Contessa Markievicz.

31ago/170

Se nei campus torna a soffiare il vento del ’68

Articolo di Marilisa Palumbo (Corriere 31.8.17) “Il semestre che si sta aprendo rischia di essere uno dei più «caldi» nei campus universitari americani. E il vento della protesta politica torna a spirare ancora a Berkeley, protagonista del Sessantotto”

“”New York I dormitori si stanno riempiendo, le matricole cominciano il viaggio nella vita adulta, ma il semestre che si sta aprendo rischia di essere uno dei più violenti che i campus americani ricordino dagli anni Sessanta. Proprio dentro un’università, quella della Virginia, con la marcia notturna dei nazionalisti bianchi, è partita la serie di eventi che durante le contromanifestazioni ha portato alla morte di Heather Heyer, investita da un simpatizzante nazista. Ora i dirigenti dei college devono camminare su una linea molto sottile tra sicurezza e libertà di espressione mentre valutano il rischio di autorizzare marce, proteste e inviti a personaggi controversi. Dopo Charlottesville almeno cinque università, dalla Pennsylvania alla Florida, hanno negato a Richard Spencer, l’inventore della alt-right, la destra «alternativa» (ma soprattutto estrema), la possibilità di parlare nei loro campus. A rendere la situazione più esplosiva, secondo Todd Gitlin, sociologo della scuola di giornalismo della Columbia di New York, «è il confronto tra i provocatori di destra, che sono eccitati dalla possibilità di uno scontro pubblico nelle università, e l’ortodossia di sinistra che è giunta a pensare che non ci sia nessuna differenza tra le parole e le azioni». A Berkeley a febbraio l’università aveva cancellato il discorso di un altro campione dell’alt-right, il «super villano della Rete» Milo Yiannopoulos, dopo che le manifestazioni contro il suo intervento si erano fatte violente. Qualche giorno dopo, la stessa cosa era successa all’opinionista ultra conservatrice Ann Coulter. E ora entrambi annunciano che torneranno sul luogo del delitto a fine settembre per celebrare «una settimana in difesa del free speech». «L’unico modo per sopprimere l’odio e i discorsi xenofobi è con più impegno, più parole — dice Tom Nichols, professore di sicurezza nazionale allo Us Naval College e ad Harvard — e ignorando questi personaggi. Lo dico spesso in classe, nel mercato delle idee alcune sono solo paccottiglia senza valore e non bisogna esserne spaventati».

12ago/170

La sinistra e’ malata da quando imita la destra

La sinistra è malata da quando imita la destra
Articolo di Emiliano Brancaccio (espresso online 11.8.17) “Le idee socialiste sono entrate in crisi quando governi di sinistra hanno applicato in economia le regole dei liberisti. E ora i progressisti rischiano di scomparire nel tentativo di emulare un’altra destra, quella xenofoba”

“”Il declino dei partiti del socialismo europeo è oggetto in questi mesi di nuove interpretazioni. Passata di moda l’idea blairiana dell’obsolescenza della socialdemocrazia e dell’esigenza di una “terza via”, sembra oggi farsi strada una tesi più affine al senso comune: la sinistra è in crisi perché una volta al governo ha attuato politiche di destra. Con un certo zelo, potremmo aggiungere.

Consideriamo in tal senso le politiche del mercato del lavoro. Una parte cospicua delle riforme che hanno contribuito in Europa a diffondere il precariato è imputabile a governi di ispirazione socialista. In molti paesi, tra cui l’Italia e la Germania, il calo più significativo degli indici di protezione del lavoro calcolati dall’OCSE è avvenuto sotto maggioranze parlamentari di sinistra. Con quali risultati? La ricerca scientifica in materia ha chiarito che questo tipo di riforme non contribuisce ad accrescere l’occupazione.
Con buona pace per i nostrani apologeti del Jobs Act, questa evidenza è ormai riconosciuta persino dalle istituzioni internazionali maggiormente favorevoli alle deregolamentazioni del lavoro. Il World Economic Outlook 2016 del Fondo monetario internazionale e l’Employment Outlook 2016 dell’OCSE ammettono che le politiche di flessibilità dei contratti non hanno, in media, effetti statisticamente significativi sull’occupazione. Ricerche recenti del Fondo e di altri, inoltre, indicano che minori protezioni del lavoro sono associate a un aumento degli indici di disuguaglianza tra i redditi. Dinanzi a simili evidenze, non si può dire che siano fioccati molti ripensamenti da parte dei leader socialisti che hanno promosso tali politiche. Quasi tutti, anzi, ancora oggi sostengono la validità delle loro scelte.

Un esempio ulteriore attiene alle privatizzazioni. Una parte rilevante delle vendite di Stato avvenute in Europa nell’ultimo quarto di secolo è stata realizzata da governi di sinistra, tra cui quelli italiani ancora una volta in prima linea. Gli esponenti di tali esecutivi hanno giustificato le dismissioni in base a un’idea di inefficienza dell’impresa pubblica molto diffusa nel dibattito politico, ma che nella letteratura specialistica non trova adeguati riscontri empirici. L’OCSE, un’istituzione tra le più avverse alla proprietà statale dei mezzi di produzione, ha pubblicato nel 2013 uno studio da cui si evince che le grandi imprese pubbliche presenti nella classifica di Forbes registrano un rapporto tra utili e ricavi significativamente superiore rispetto alle imprese private e un rapporto tra profitti e capitale pressoché uguale. Lungi dall’approfondire queste analisi e avviare una riflessione critica sulle passate privatizzazioni, i vertici dei partiti socialisti appaiono tuttora ancorati alle vecchie credenze e risultano spiazzati dall’onda di riacquisizioni statali che è seguita alla crisi del 2008.

Consideriamo infine le politiche di liberalizzazione finanziaria e di apertura ai movimenti internazionali di capitali. I partiti socialisti hanno sostenuto senza indugio tali misure. La favola della globalizzazione dei capitali quale fattore di stabilità, di pace e di emancipazione sociale è entrata a far parte dei punti programmatici fondamentali di tali forze politiche e ha soppiantato la vecchia e per certi versi opposta parola d’ordine dell’internazionalismo operaio. Dopo la grande recessione mondiale e la successiva crisi dell’eurozona, persino nei rapporti del Fondo monetario internazionale e delle altre istituzioni favorevoli alla liberalizzazione dei flussi finanziari sono state espresse grandi preoccupazioni circa gli effetti destabilizzanti della indiscriminata libertà di circolazione internazionale dei capitali. I leader socialisti tuttavia sono sembrati disorientati dal nuovo corso, per molti versi incapaci di adeguarsi al cambiamento interpretativo.
Come novelli zelig alla compulsiva ricerca di un’identità alla quale conformarsi, i partiti socialisti hanno insomma applicato le ricette tipiche della destra liberista senza badare ai loro effetti reali, e con una determinazione talvolta persino superiore a quella delle istituzioni che le avevano originariamente propugnate.

La tendenza a scimmiottare l’avversario politico tuttavia non si esaurisce nella emulazione dei liberisti. C’è infatti una nuova tentazione che caratterizza la più recente propaganda della sinistra europea di governo e che a sprazzi sembra affiorare anche tra gli slogan delle forze emergenti guidate da Corbyn e da Melenchon, apertamente critiche verso le vecchie apologie del libero mercato. E’ la tentazione di emulare un’altra destra, quella xenofoba, proprio sul tema dell’immigrazione.
Segnali di questa forma inedita di camaleontismo si rintracciano anche in Italia, dove sempre più frequentemente il Partito democratico sbanda nella direzione delle più triviali rivendicazioni securitarie contro l’immigrazione, e dove in alcune frange della cosiddetta sinistra radicale montano istanze xenofobe che si pretende di giustificare con l’idea secondo cui gli immigrati contribuirebbero ad abbassare i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi. Anche in tal caso, a nulla valgono le evidenze scientifiche sull’assenza di legami causali tra immigrazione e criminalità e sui controversi e modesti effetti dei flussi migratori sulle dinamiche salariali. Considerato che anche la tesi opposta secondo cui gli immigrati sarebbero essenziali per la sostenibilità del sistema previdenziale presenta varie inconsistenze logiche ed empiriche, si deve giungere alla conclusione che a sinistra in tema di migrazioni non si fa che saltare da una mistificazione all’altra.
Se al guinzaglio della destra liberista la sinistra è entrata in crisi, in coda alla destra xenofoba la sinistra rischia di sparire dal quadro politico internazionale. La sinistra può prosperare solo se radicata nella critica scientifica del capitalismo, nell’internazionalismo del lavoro, in una rinnovata idea prometeica di modernità e di progresso sociale e civile.”"

9ago/170

Le tre destre dentro il Pd

Articolo di Tomaso Montanari (HuffPost online 9.8.17) “«Un progetto per una nuova sinistra non può che ripartire da quel “pieno sviluppo della persona umana” che l’articolo 3 della Costituzione indica come bussola alla Repubblica. Mai come in questa estate essere e restare umani appare un obiettivo

“”Disumano. Tutto, in questa terribile estate 2017 ci pare disumano. Il caldo mostruoso e il fuoco che divorano l’Italia: e le piogge che iniziano a sgretolarlo, al Nord. E disumano appare un discorso politico che di fronte alla più grande questione del nostro tempo, la migrazione di una parte crescente dell’umanità, reagisce invocando la polizia. Un muro di divise che faccia nel Mediterraneo quello che vorrebbe fare il muro di Trump al confine col Messico. Eppure no: è tutto terribilmente umano. È stato l’uomo a cambiare il clima. È stato l’uomo a innescare la grande migrazione: sono state la diseguaglianza, l’ingiustizia, la desertificazione, lo sfruttamento selvaggio dell’Africa, la stolta politica internazionale e le guerre umanitarie. “Ascoltate, e intendetemi bene: è dal cuore dell’uomo che escono i propositi di male”, dice Gesù nel Vangelo di Marco. Umano, dunque: terrificantemente umano. Di una umanità sfigurata dalla paura, dalla rabbia, dall’avidità. Parliamo di tutto questo quando parliamo della vittoria della destra: peggio, di una egemonia culturale della destra che si estende sul discorso pubblico.

29lug/170

Quell’utopia che serve a camminare

Articolo di Angelo Mastrandrea (manifesto 29.7.17) sul libro di Riccardo Petrella “La forza dell’utopia”, Multiumage, pp 184 euro 10 “Nel suo ultimo libro, Riccardo Petrella ripensa “La forza dell’utopia” in un’opera collettiva”

“”Rispondendo alla domanda «a cosa serve l’utopia?», lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano un giorno rispose: «Lei è all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare». Colpisce che, dopo essere stato teorizzato da Tommaso Moro e, in tempi più recenti, dal filosofo tedesco Ernst Bloch, nonché vagheggiato da milioni di sognatori del «sol dell’avvenire», il concetto sia stato colonizzato dai padroni del mondo: l’utopia della fine della storia, del cosmopolitismo pacifico, di una società senza conflitti sociali né lotta di classe, funzionali all’affermazione di un pensiero unico, neoliberale, che avvantaggia pochi a danno dei più.
Bene ha fatto Riccardo Petrella a provare a ripensare il termine in un’opera collettiva (La forza dell’utopia, Multimage, pp. 184, euro 10) che si compone di tre parti distinte.

28lug/170

Una legge elettorale a difesa della Carta

Articolo di Alfiero Grandi (Fatto 27.7.17)

“”La vittoria del No non basta ad impedire nuovi tentativi di stravolgimento della Costituzione. Abbassare la guardia sarebbe un errore, come sottovalutare la forza e la determinazione delle potenti forze che in Italia e all’estero hanno spinto Renzi a tentare di deformare la Costituzione. La proposta di Renzi – bocciata il 4 dicembre 2016 – è solo la forma che ha assunto in Italia una scelta politica e istituzionale autoritaria e accentratrice. Panebianco ha proposto che le future modifiche debbano riguardare tutta la Costituzione, principi compresi, non più solo la parte istituzionale. Del resto il tentativo di modificare il patto costituzionale uscito dalla Resistenza e dall’intesa tra le forze fondamentali dell’epoca ha radici antiche. Né è casuale che l’Istituto Leoni rilanci la flat tax, con il conseguente stravolgimento della progressività e dell’universalità dei diritti sociali, cambiando di fatto la prima parte della Costituzione. Le dichiarazioni fatte durante la campagna referendaria che la prima parte della Costituzione non era in discussione celavano in realtà il boccone più ambito, da affrontare una volta risolto il problema dei meccanismi decisionali in senso autoritario. Del resto nel mondo ci sono tendenze autoritarie: dalla simpatia delle grandi corporation per i regimi non democratici, fino alle derive autoritarie in Turchia, in Ungheria con il bavaglio alla stampa, in Polonia con l’attacco all’autonomia della magistratura. La pressione è contro le procedure democratiche, viste come inutili pastoie che ritardano le decisioni delle corporation e dei gruppi di potere. Il pensiero stesso è semplificato e primordiale e la società che prefigura è autoritaria, anzitutto sotto il profilo culturale.