Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

21giu/180

Dopo l’Uruguay. Il Canada legalizza la marijuana per “uso ricreativo”

Articolo di Siria Guerrieri (Repubblica 21.6.18)

“”Via libera del Canada all’uso ricreativo della cannabis: ieri notte, ora italiana, il Parlamento di Toronto ha approvato in via definitiva il provvedimento che liberalizza la vendita e il consumo della marijuana. Con 52 voti a favore e 29 contrari, il Senato ha detto sì al Cannabis Act, che permetterà ai canadesi di coltivare, acquistare e consumare legalmente le infiorescenze della canapa – entro alcuni limiti – a partire da settembre. Il Canada è il secondo Paese al mondo ad aver liberalizzato la fruizione della marijuana, dopo l’Uruguay. Il premier canadese Justin Trudeau ha commentato su Twitter: «Finora è stato troppo facile per i nostri ragazzi ottenere la marijuana, e troppo semplice per i criminali ricavarne profitto.
Oggi, abbiamo cambiato le cose».
Nel 2015 i canadesi hanno speso circa 4,5 miliardi di dollari per l’acquisto di cannabis illegale.

18giu/180

La forza della Lega

Articolo di Nadia Urbinati (Repubblica 18.6.18) “Così la Lega ha oscurato il non-partito”

“”Il M5S sta pagando in termini sempre più onerosi l’ambizione utopistica con la quale è nato: praticare la democrazia parlamentare senza diventare un partito organizzato; di più, fondare il Parlamento sulla democrazia digitale, identificata con quella diretta. L’organizzazione, secondo la celebre definizione che ne diede Robert Michels nel 1911, è l’arma dei deboli contro i forti e nella democrazia elettorale i deboli sono i molti perché disaggregati. Il partito organizzato è il loro salvagente, anche se li deruba dell’eguaglianza di potere esponendoli al dominio dell’oligarchia. Il M5S ha portato all’estrema conseguenza lo spasimo contro l’organizzazione che dopo Tangentopoli ha posseduto un po’ tutti i movimenti politici, spinti a cercare soluzioni liquide, leggere e “democratiche”. Il partito non-partito mostra tutta la sua debolezza proprio nel momento in cui acquista potere di governo. Forte quando era all’opposizione e l’argomento “contro” bastava a dare la linea, è debole nel relazionarsi con l’alleato leghista, che pure porta meno voti.

13giu/180

Internet e diritti. Eravamo persone ora siamo solo dati

Articolo di Michele Ainis (Repubblica 13.6.18) “Il valore umano viene stabilito da algoritmi che studiano le abitudini in Rete E questo ha dei riflessi anche sulla nostra identità, sul nostro senso di precarietà, sulla nostra psiche”

“”I neri d’America ridotti in schiavitù – diceva Tocqueville – non s’accorgevano della loro disgrazia: avevano assimilato i pensieri d’uno schiavo, e in genere ammiravano i propri tiranni più di quanto li odiassero. La nostra condizione non è troppo dissimile. Guardiamo alla Silicon Valley come a un Eldorado, un paradiso tecnologico. Siamo grati ai giganti della Rete per le opportunità sempre più allettanti che ci offrono. Usiamo ogni nuova diavoleria come un giocattolo, e guai a chi ce lo toglie dalle mani. Infine tutto questo Bengodi è gratis, non costa nulla. Ma non è affatto un regalo, casomai uno scippo. Lo scippatore ci svuota le tasche sia quando digitiamo qualcosa su un motore di ricerca, sia quando rimaniamo inerti: basta possedere un dispositivo mobile perché ci arrivi un consiglio non richiesto, la réclame d’un ristorante che si trova proprio sul nostro itinerario, il titolo del film proiettato nel cinema che stiamo oltrepassando. E dalle nostre tasche lo scippatore estrae di tutto, non soltanto i gusti di consumo: dati sanitari, opinioni politiche, predisposizione al rischio, inclinazioni sessuali, convinzioni religiose. Qualche esempio.

13giu/180

Uno spartiacque nel potere costituito

Articolo di Alessandro Santagata (manifesto 13.6.18) “Edgar Morin. «Maggio 68. La Breccia», del filosofo francese per Raffaello Cortina”

“”Come era prevedibile, la ricorrenza del cinquantenario del Sessantotto ha già riempito gli scaffali delle librerie. Molta memorialistica, numerose ristampe, nuove edizioni; e qualche studio originale. È ancora presto per tirare le somme, ma risulta già evidente la riproposizione di schemi interpretativi ormai consolidati e spesso figli delle polemiche che hanno scandito gli ultimi decennali. La memoria del Sessantotto rimane un campo aperto e conflittuale, sebbene depotenziato dalla crisi complessiva che ha investito l’eredità dei long sixties a tutti i livelli. In un bel libro del 2008 (Le Moment 68, Seuil) la storica Michelle Zancarini-Fournel ha illustrato i passaggi di questa «storia contestata», mettendo in luce la parabola del Sessantotto nella memoria pubblica francese: dalla «vittoria culturale» della generazione delle barricate alla demonizzazione, che ha assunto le sembianze di un processo ai soixante-huitards. Si inseriscono nella primissima stagione, quella delle razioni «a caldo», i due articoli di analisi pubblicati da Edgar Morin su Le Monde tra maggio e giugno 1968 e successivamente raccolti nel volume collettaneo Mai 68. La Brèche, nel quale comparivano anche contributi di Cornelius Castoriadis e Claude Lefort.

13giu/180

Termini, le stazioni del capitale

Articolo di Piero Bevilacqua (manifesto 13.6.18) “Esempio di spazio assediato dalle merci, non esistono pareti, solo vetrine. Ci si può ancora sedere su una panchina, ma solo se si è fortunati. Anche i bagni sono a pagamento”

“”Ci sono luoghi e spazi della vita organizzata dalle origini millenarie, che hanno conservato per secoli, rinnovandole, le funzioni per cui erano sorte. Funzioni che nel giro di pochi anni sono state svuotate del loro antico scopo e simbolicamente annichilite. È il caso delle nostre stazioni ferroviarie. L’etimo latino di stazione rimanda allo stare, fermarsi in un luogo, una pausa nel cammino. Del resto, nell’antica Roma il termine statio indicava la tappa del servizio postale, così come sarà per la posta a cavallo nel corso del medio evo e per buona parte dell’età moderna. Sino a pochi anni fa le stazioni ferroviarie, pur continuando a essere terminali di linee che conducono nelle varie città del Paese, hanno conservato questa funzione della tradizione, che faceva dei luoghi di partenza e di arrivo degli spazi pubblici di sosta, di riposo, di attesa e anche di incontro, di conversazioni occasionali. Sotto i nostri occhi, laddove è arrivata la modernizzazione del capitalismo neoliberista, tutto è silenziosamente cambiato. Pensiamo a Stazione Termini, il terminale della capitale, che insieme alla Stazione Centrale di Milano, è stata radicalmente ristrutturata.

12giu/180

Il futuro dell’Unione. L’inerzia di Macron e Merkel

Articolo di Thomas Piketty (Repubblica 12.6.18)

“”Mentre in Italia e in Spagna la crisi politica si aggrava, la Francia e la Germania continuano a dimostrarsi incapaci di formulare proposte precise e ambiziose per la riforma dell’Europa. Eppure basterebbe che questi quattro Paesi, che da soli rappresentano i tre quarti del Pil e della popolazione della zona euro, si mettessero d’accordo su una base comune per sbloccare la situazione. Come spiegare un’inerzia simile, e perché è così grave? In Francia, la teoria in voga è che sia tutta colpa degli altri. Il nostro giovane e dinamico presidente non ha forse avanzato delle meravigliose proposte sulla rifondazione della zona euro, il suo bilancio e il suo Parlamento? Per sfortuna i nostri vicini non riescono a rendersene conto e a rispondere con la stessa nostra audacia! Il problema di questa teoria oziosa è che queste famose proposte francesi molto semplicemente non esistono: nessuno è capace di mettere in fila tre frasi che consentano di spiegare attraverso quali imposte comuni sarà alimentato questo bilancio, quale sarà la composizione dell’Assemblea della zona euro, chi eserciterà questa nuova sovranità fiscale e così via. Chiedetelo pure al vostro amico macroniano preferito, o se non ne avete — nessuno è perfetto — scrivete ai vostri giornali preferiti!

8giu/180

Lavorare meno lavorare tutti

Articolo di Gloria Riva (espresso 3.6.18) “Il futuro dell’occupazione. Distribuire i posti riducendo gli orari. Di fronte ai cambiamenti tecnologici è l’unica strada. Ma l’Italia fa il contrario. “In Italia si lavora il 20 per cento in più rispetto alla Germania (1.725 ore, pro capite contro 1.371), ma si produce il 20 per cento in meno e si guadagna molto meno dei tedeschi””

“”Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo»: è il 1930, John Maynard Keynes si trova a Madrid per esporre il suo trattato sulle “Prospettive economiche per i nostri nipoti”. I nipoti in questione oggi sono i giovani che entreranno nel mercato del lavoro tra dodici anni, cioè nel 2030, e il problema fondamentale è la disoccupazione, che con l’aumento della tecnologia sta contribuendo a ridurre drasticamente la richiesta di forza lavoro, già massacrata dalle crisi del 2008 e 2013. Basterà una redistribuzione dell’orario per riconquistare l’eden della piena occupazione? Intorno a questo interrogativo ruota l’interesse oggi si molti studiosi. Tra loro anche il sociologo Domenico De Masi, che il 5 giugno esce nelle librerie con “Il lavoro nel XXI secolo”, edito da Giulio Einaudi: un tomo gigantesco e riassuntivo di tutto il pensiero critico dell’ottantenne professore.

8giu/180

La Grande Crisi. Al punto di non ritorno

Articolo di Massimo Cacciari (espresso 3.6.18) “Qualcosa di irrimediabile è già avvenuto: la fine del linguaggio proprio del confronto. Siamo tornati a un pensiero infantile, incapace del linguaggio proprio del confronto. incapace di discussione pubblica”

“”Com’è stato possibile giungere a una crisi istituzionale di queste proporzioni? C’è stato, certo, chi sul fuoco ha soffiato fino a far divampare l’incendio, ma c’è stato anche chi l’ha, magari per ignoranza o incoscienza, appiccato. E chi non è intervenuto in tempo per spegnerlo. Spiegare questa crisi con i Salvini e i Di Maio è peggio che ridicolmente semplice, ci impedisce di vederne la natura strutturale: la catastrofe di un sistema politico incapace da trent’anni di qualsiasi seria riforma. Prevedere come la situazione potrebbe evolversi è pressoché impossibile, stante l’irragionevolezza dei comportamenti di tutti o quasi i protagonisti. Si riformerà la coalizione Salvini-Berlusconi? Assisteremo, bontà anche del Pd, a una definitiva svolta a destra dei 5 Stelle e a un asse con la Lega fino a qualche mese fa impensabile? Come uscirà il Quirinale dallo scontro? Faremo da grande laboratorio alla prima affermazione di una “destra di massa” in Occidente dalla fine della Seconda guerra mondiale? E chi dovrebbe opporvisi saprà frenare i propri impulsi autodistruttivi? Comunque vada a finire o a iniziare, qualcosa di irrimediabile è già avvenuto. Temo si sia ormai giunti a un punto di non ritorno. E questo riguarda il linguaggio stesso della politica, quel linguaggio che è lo strumento essenziale con il quale possiamo comunicare, intenderci e fra-intenderci, quel linguaggio che è l’arma fondamentale della democrazia, poiché essa è tutta pervasa dall’idea che attraverso la parola ci si possa convincere, che il discorso possa argomentare sulla realtà delle cose in forme tali da essere più forte di ogni violenza o prepotenza.

7giu/180

La svolta Sanchez dopo Rajoy. Cosi’ la Spagna socialista sara’ governata dalle donne

Articolo di Omero Ciai (Repubblica 7.6.18) “Dall’Economia alla Difesa, 11 ministre di peso e solo sei uomini. In squadra due gay”

“”È nato il governo rosa di Pedro Sánchez. Maggioranza schiacciante al femminile con undici ministeri affidati a donne e, soltanto sei, a uomini. Sette con il premier. Per la Spagna, e non solo, è la prima volta che le donne sono quasi il doppio degli uomini in un Consiglio dei ministri. Ed è un segnale di discontinuità molto forte per un governo monocolore socialista che può contare con appena 85 deputati (su 350) in Parlamento. Alle donne vanno molti dicasteri chiave, dall’unica vicepresidenza che sarà affidata a Carmen Calvo, una costituzionalista di 61 anni, fino a Dolores Delgado, procuratrice dell’Audiencia Naciónal, esperta di terrorismo jihadista, diritti umani e giustizia universale, molto vicina all’ex giudice Baltasar Garzón, che guiderà la Giustizia. Ma anche altri ministeri importanti come l’Economia – Nadia Calviño – o la Difesa – Margarita Robles. E poi Sanità, Lavoro, Istruzione.

6giu/180

Bob Kennedy, la faccia morale dell’America finita nel sangue

Articolo di Furio Colombo (Fatto 6.6.18) “Le lotte contro la segregazione razziale e le marce per i diritti dei latinos”

“”Quando cominci a parlare – nel mio caso, a riparlare – di Robert Kennedy, ti accorgi che qualcosa di diverso, di insolito e anche di difficile da spiegare, segna il ricordo e la riflessione, rispetto a ogni altro politico. Per esempio, con Robert Kennedy sei entrato nella segregazione razziale che conosceva ancora il linciaggio, e sei uscito in un mondo di diritti ottenuto con una sfida che è stata insieme di popolo e di governo, di grandi manifestazioni di massa combattute contro una polizia accanitamente ostile (cani lupo, bastoni e pompe d’acqua), ma con a fianco un ministro della Giustizia disposto, con le truppe federali, a tener testa a un governatore che aveva già schierato la sua guardia nazionale intorno alla sua università segregata. Il governatore Wallace, a gambe divaricate, davanti al portone da non valicare, ha spiegato: “Sono stato eletto per questo”. Il ministro della Giustizia, Robert Kennedy, ha risposto. “Sei stato eletto giurando sulla Costituzione”. Kennedy ha precisato che un’Alabama fuori dalla Costituzione sarebbe stato anche fuori dagli Strati Uniti. Quella stessa sera il primo afroamericano ha fatto il suo ingresso nell’università fino ad allora segregata.