Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

19set/180

Amazon e’ la nuova Fiat

Articolo di Alessandro Delfanti (manifesto 19.9.18) “Tra i nostri ordini online e il fatturato miliardario di Jeff Bezos c’è una piattaforma che organizza una forza lavoro globale composta da italiani e stranieri. Inchiesta sul mondo degli algoritmi, le nuove catene di montaggio, la logistica e i nuovi conflitti. Come la cultura aziendale della Silicon Valley è stata importata in Italia”

“”Mentre Amazon raggiunge il valore di un trilione di dollari e Jeff Bezos si conferma tra le persone più ricche del mondo, cosa succede nei suoi magazzini? Tra i nostri ordini online e il fatturato di Bezos c’è un sistema basato su una piattaforma che organizza una forza lavoro immensa, velocizza il lavoro, e contribuisce a renderlo meno qualificato e più instabile. Ma anche in un contesto dominato dalle tecnologie digitali, per capire la realtà del lavoro contemporaneo è utile tornare a leggere alcuni studi classici sul lavoro industriale. Infatti anche se la gran parte delle migliaia di lavoratori e lavoratrici che varcano ogni giorno i cancelli di Amazon non hanno esperienza di lavoro in fabbrica, ci sono somiglianze tra le catene di montaggio degli anni ‘60 e gli scaffali gestiti dagli algoritmi della multinazionale.

18set/180

«I robot creeranno 133 milioni di posti di lavoro entro il 2022»

Due Articoli di Roberto Ciccarelli (manifeso 18.9.18) LEGGI DI SEGUITO “Il rapporto «The Future of Jobs 2018» del World Economic Forum rovescia le previsioni apocalittiche sul lavoro nei prossimi cinque anni: robotica, algoritmi, automazione creeranno 133 milioni di posti di lavoro, 58 in più di quanti ne distruggeranno”

“”Il rapporto «The future of Jobs 2018) del World Economic Forum (Wef), reso noto ieri, rovescia il senso comune apocalittico che accompagna da un quinquennio la cosiddetta «quarta rivoluzione industriale»: l’automazione, la robotica, la rivoluzione digitale non cancelleranno solo posti di lavoro, non creeranno lo scenario angosciante della disoccupazione di massa, aumentando le diseguaglianze senza rimedio. In termini generali è invece annunciata la creazione di 133 milioni di posti di lavoro, poco meno del doppio di quelli che nel frattempo saranno perduti, superati o sostituiti da processi di automazione (75 milioni). Dunque, il saldo netto sarà di 58 milioni.
NON È LA PRIMA VOLTA che uno studio del Wef affronta in maniera più problematica, e meno allarmistica, uno dei problemi più discussi nel capitalismo digitale: la possibile sostituzione integrale del lavoro umano da parte delle macchine di nuova generazione. Già un precedente rapporto del 2016 aveva drasticamente ridimensionato la previsione che ha nutrito fior di pubblicazioni, non solo per economisti specializzati ma per il grande pubblico dell’editoria e della Tv. Una su tutte: nei prossimi dieci anni il 47% dei lavoratori rischierà di perdere il lavoro negli Stati Uniti.

16set/180

Una rivoluzione costituzionale per uscire dalla barbarie

Articolo di Gaetano Azzariti (manifesto 16.9.18) “Sinistra. Denunciare e opporsi al nuovo non serve a granché, perché sono i nostri valori a essere stati traditi e abbandonati, non quelli degli altri. Le cause della crisi sono in noi. Per chi crede ancora nella democrazia costituzionale come orizzonte del possibile cambiamento è dal suo appannamento che deve ripartire”

“”Ciò che ci fa sentire veramente a disagio non è tanto il comportamento dei nostri avversari, quanto quello dei nostri amici, che non muovono un dito per far mutare la situazione. Mentre si poteva essere preparati per affrontare una difficile fase di opposizione per cercare di ricostruire un diverso orizzonte culturale e politico, ciò che effettivamente ha finito per spiazzarci è l’assoluta incapacità di coloro che ci sono più vicini di contrapporre un proprio giudizio a quello dei governanti, folgorati dal successo dei nuovi vincitori. Né può rappresentare un’attenuante la dimensione della sconfitta.
Certo che è dalla “disfatta” che bisogna partire, ma per rendere esplicita l’urgenza di riesaminare da capo le cose, senza poter invece continuare a limitare i danni, poiché essi si sono già tutti prodotti. L’unica giustificazione possibile, in caso, è che in tempi di crisi la mente dell’uomo vacilla, ma proprio per questo diventa necessario fermarsi per riflettere.

15set/180

Il Sessantotto che non si vede

Articolo di Luigi Manconi, collaborazione di Valentina Moro (manifesto 15.9.18) “A margine del movimento tante sono state le istanze di cambiamento

“”«La festa appena cominciata è già finita. / Il cielo non è più con noi». Sergio Endrigo, 1968. Nell’autunno del 2017 ho fatto un fioretto: non parlerò mai del cinquantennale del Sessantotto. Ciò per una elementare forma di verecondia e per un residuale senso del limite, oltre che per una patologica insofferenza verso il reducismo come categoria culturale e postura emotiva. Poi, anche quello, come tutti i fioretti, si è rivelato assai difficile da rispettare. Ho fatto ricorso, così, a un patetico stratagemma: e parlerò, di conseguenza, del «loro Sessantotto», non del nostro e tantomeno del mio. Infatti, la mia partecipazione ai movimenti degli studenti della fine degli anni Sessanta non si distinse in alcun modo da quella di tanti. Non merita, dunque, alcuna particolare e personale memorialistica, dal momento che quella mia militanza si confuse con la mobilitazione di un segmento significativo della generazione tra i 18 e i 25 anni. Un «segmento», ho scritto, e non «un’intera generazione» – come usa dirsi e come una retorica irresistibile perpetua – perché questo è il dato storico e statistico inconfutabile. Quello politico è parzialmente diverso, dal momento che un movimento numericamente minoritario ebbe la capacità, per le più diverse ragioni, di produrre effetti (talvolta persino rilevanti) sull’opinione pubblica, sul senso comune e su componenti assai ampie dell’organizzazione sociale: e su quanti ne erano parte. È questo che chiamo il «loro Sessantotto».

11set/180

Il futuro dell’Ue. La terra di conquista

Articolo di Nadia Urbinati (Repubblica 10.9.18)

Se il 2016 sarà rubricato come l’annus horribilis di europeisti e democratici — con il referendum su Brexit e l’elezione di Donald Trump — il 2019 promette di essere ricordato come l’annus nefastus. Negli Usa il cuciniere dell’internazionale populista è Steve Bannon, il Rasputin cattolico della campagna elettorale di Trump, con un odio radicale nei confronti della cultura “liberal” (dei diritti) e del governo della legge, che egli accusa di essere una manipolazione dei socialisti per cospirare contro chi è stato eletto (Salvini come Trump, oppressi da toghe rosse). I limiti alla volontà elettorale sono orpelli utili solo per fermare il corso della storia. Le elezioni sono plebisciti che spazzano le opposizioni e incoronano il leader. Questa è la teoria politica del populismo.

7set/18Off

La crescita della destra

Articolo di Nadia Urbinati (Repubblica 7.9.18)

“”La destra — che usa l’eufemismo di “sovranismo” come patente di legittimità — cresce a macchia d’olio nei sondaggi del Nord del continente, non meno che a Est e a Sud. Alle elezioni di domenica in Svezia, le previsioni dicono che la nazionalista SverigeDemokraterna (Sd) si potrebbe piazzare tra il terzo e il primo posto. Forse i socialdemocratici vinceranno, ma la crescita delle destre potrebbe mettere a dura prova il futuro governo. Come in Italia, anche nel Paese scandivano le responsabilità della inquietante sterzata a destra vengono addossate ai governi di centrosinistra — accusati di opacità nella leadership e di impotenza nell’arginare l’immigrazione. A Stoccolma non è la crisi economica, quanto la qualità della vita a mettere in discussione la maggioranza uscente. Alcuni osservatori parlano di una lotta sui «valori e l’identità svedese».
L’impennata immigratoria del 2015 ha interessato la Svezia, che insieme alla Germania è tra i Paesi con più alta percentuale di accoglienza. Le élite socialdemocratiche hanno sottovalutato il problema “identità” e “sicurezza”, due argomenti che il partito nazionalista sfrutta abilmente. Non è in questione il livello del welfare, generoso anche con gli immigranti, ma la “cultura” e la “lingua”, due “valori” che la mescolanza di etnie mette in discussione.

6set/18Off

Pubblico o privato? No, comune

Articolo di Guido Viale (manifesto 5.9.18) “Dopo il crollo del Morandi. Invece della diatriba pubblico-privato, la tragedia del ponte Morandi dovrebbe spingere a chiedersi se siano meglio tante nuove Grandi opere inutili e costose, oppure una manutenzione seria delle infrastrutture, degli impianti e dei servizi esistenti”

“”Il crollo del ponte Morandi ha resuscitato l’eterno dibattito se sia meglio il pubblico o il privato. Ma sul punto c’è ormai un ampio materiale probatorio: quasi tutti i settori produttivi e infrastrutturali del paese hanno sperimentato entrambi i regimi. Il confronto è impietoso. Una volta privatizzati e fatti spezzatino, settori come l’elettronica e l’elettromeccanica sono quasi scomparsi dall’Italia.
Altri, ridimensionati come la siderurgia, sono a rischio; per tenere in piedi l’Ilva dopo vent’anni di malgoverno bisogna passare come un rullo compressore su vite e salute di decine di migliaia di persone; l’alimentare pubblico è stato tolto di mezzo. Privatizzare Alitalia è stata una truffa per far rieleggere Berlusconi; con autostrade e Telecom, dopo una girandola di “capitani d’industria” improvvisati, D’Alema aveva fatto di Palazzo Chigi «l’unica banca di affari dove non si parla inglese»; privatizzati, i collegamenti marittimi con le isole ne hanno moltiplicato l’isolamento.

26ago/18Off

Le sfide dell’integrazione

Articolo di Roberto Saviano (Repubblica 26.8.18) “Salviamo il modello Riace il borgo dove l’Italia riparte dall’accoglienza. L’appello di Saviano: tutti nel paese calabrese che ha fatto dei migranti un’occasione di rinascita”

“”Andate a Riace! Quello che sta accadendo lì da anni deve essere misurato con le proprie iridi, sentito con i propri timpani, accolto tra le proprie braccia. Potrei come elemento d’approfondimento dire… ma andate a Riace! Bisogna riempirsi i polmoni di quell’aria. Il modello Riace è una cattedrale di libertà che innestatasi su un deserto lo ha reso florido di vita. Provate a fare un elenco di tutti gli argomenti utilizzati nella propaganda politica degli ultimi anni, metteteli in fila: gli immigrati invadono, portano malattie, tolgono lavoro a chi lavora, arrivano a far da schiavi, sono destinati a diventare le nuove leve criminali, i centri di accoglienza sono solo soldi in più alle mafie. Queste argomentazioni genereranno lo stesso indignato stupore che ora gli studenti hanno quando scoprono l’apartheid, e che ci fu un tempo in cui uomini bianchi e uomini neri avevano i bagni separati, in cui sui tram c’era uno spazio per i white vietato ai black.

24ago/18Off

La crisi del centrosinistra. La finzione della purezza immacolata

Articolo di Piero Ignazi (Repubblica 22.8.18)

“”Non me ne voglia Maurizio Martina, persona garbata e senza macchia, ma quello che è successo alla Fiera di Genova durante il funerale alle vittime del crollo del ponte Morandi ha lo stesso significato delle monete lanciate a Craxi fuori dall’hotel Raphael dopo la sua “assoluzione” in Parlamento nel 1993, e dei lazzi che hanno accompagnato Berlusconi fuori da Palazzo Chigi nel 2011. Da un lato i fischi, ancorché isolati, al Pd, dall’altro gli applausi a scena aperta al governo segnano uno spartiacque nell’immaginario collettivo. I rappresentanti del Pd agli occhi della folla, incarna(va)no il potere. Non conta che lo abbiano ceduto pezzo a pezzo, prima a livello locale perdendo il controllo di regioni e di città grandi e piccole e poi anche al centro. Il Partito democratico era, oggettivamente, il perno del sistema politico italiano.

23ago/18Off

La crisi del pd

Due articoli di Nadia Urbinati (Repubblica 21 e 23.8.18) LEGGI DI SEGUITO

II peccati della sinistra senza popolo

“”C’è ancora chi si stupisce, dentro il recinto del centrosinistra, di quanto invisi siano i suoi uomini e le sue donne al “popolo” che sta fuori, che guarda, che commenta e che giudica: che ha in mano il potere oggi più temuto, quello dell’audience. Un popolo in funzione giudicante, pollice alto/pollice verso, fa paura. E la reazione alla paura denota il carattere. Chi teme i fischi sta a casa: questo è avvenuto ai funerali di Stato delle vittime per il crollo del viadotto di Genova. La sinistra assente. Maurizio Martina lasciato solo. Questa diserzione è un’immagine pietosa della mancanza di leadership, che è mancanza di carattere. Ed è la conferma di una delle numerose ragioni che stanno all’origine del disprezzo largo, dell’odio perfino, nei confronti del Pd. La politica si basa sull’opinione, che non fa sconti. Come non ne fa il voto. Il persistente stupore che a sinistra si avverte per questa contrarietà è segno di una radicale incapacità a comprendere.