Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

22nov/170

Non Una Di Meno: «Abbiamo un piano ed e’ femminista»

Articolo di Alessandra Pigliaru (manifesto 22.11.17) “25 novembre. Verso la manifestazione di sabato, a Roma e in altre piazze. Presentata la sintesi «contro tutte le forme di violenza di genere». I punti principali: centri antiviolenza, educazione, formazione, reddito garantito”

“”In contemporanea a Roma e Milano, ieri sera Non Una Di Meno ha presentato il primo «Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere». Si tratta di una sintesi articolata in numerosi punti di cui conosceremo la più articolata stesura il 25 di novembre. In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, Non Una Di Meno – oltre ad aver annunciato la manifestazione di piazza (forte del grande riscontro dell’anno scorso) – renderà nota la versione completa. Sarebbe tuttavia ingeneroso leggere questa primo confronto pubblico avvenuto ieri come una mera anticipazione poiché dal testo si evincono già, e si chiariscono, molti dei punti programmatici del progetto politico originario, inteso come articolata scommessa di tenere insieme più linguaggi, più pratiche politiche e – soprattutto – più esperienze intergenerazionali. Il focus, oggi come allora, ruota intorno ai centri antiviolenza, «luoghi di elaborazione politica, autonomi, laici e femministi al cui interno operano esclusivamente donne e il cui obiettivo principale è attivare processi di trasformazione culturale e politica e intervenire sulle dinamiche strutturali da cui origina la violenza maschile e di genere sulle donne».

19nov/170

L’identita’ nuova con un microchip

Articolo di Andrea Capocci (manifesto 19.11.17) “Neurotecnologie. A che punto è la ricerca sull’interfaccia «cervello-computer». Un tempo, le onde cerebrali riguardavano solo psichiatri e neurologi, oggi fanno gola a molti e si concentrano su di loro diversi interessi, non ultimi quelli commerciali”

“”Salito sull’automobile, Rodrigo Mendes non trovò né i pedali né il volante. L’auto iniziò a muoversi e imboccò la strada. Rodrigo non aveva mai guidato in vita sua, ma la macchina seguì gli ordini che lui impartiva col pensiero. Non è l’incipit di romanzo di fantascienza sudamericano, ma la fedele cronaca dell’impresa del quarantatreenne Rodrigo Mendes, paraplegico da quando, nel 1992, prese una pallottola alla nuca durante il furto di un’auto a San Paolo del Brasile. Mendes, che oggi dirige un istituto dedicato alla riabilitazione e all’inserimento sociale delle persone con disabilità di vario tipo, nello scorso aprile ha guidato un’auto da corsa grazie a una speciale apparecchiatura in grado di «leggere» le onde cerebrali e tradurle in istruzioni eseguite da altre macchine, come «gira a destra», «rallenta» o «accelera».
TECNOLOGIE DI QUESTO TIPO si chiamano «interfacce cervello-computer» o «neurotecnologie» e sono uscite ormai dalla fase sperimentale, diventando prodotti commerciali disponibili sul mercato. È un’ottima notizia per chi soffre di malattie che limitano le facoltà motorie. Ma le stesse tecnologie sono destinate anche ad altri usi. L’agenzia statunitense dedicata alla ricerca in campo militare, discute da tempo della possibilità di fornire ai propri soldati un’armatura di sensori e microchip in grado di integrare le naturali facoltà umane con flussi di dati addizionali e intelligenza artificiale.
Nel mezzo, le neurotecnologie si prestano a un’infinità di applicazioni commerciali, apparentemente più banali di una malattia paralizzante o di un conflitto ma non meno invasive. Per trecento euro, si può già acquistare online un paio di cuffie che trasforma le onde cerebrali in comandi diretti ad altri dispositivi. Sui «big data» dell’attività cerebrale, che un tempo interessavano solo neurologi e psichiatri, oggi si concentrano molti interessi diversi. Conoscere il livello di attenzione durante la fruizione di particolari contenuti (un video, una canzone, un videogioco) renderebbe felice qualunque pubblicitario, ad esempio.

18nov/170

Non solo ricercatori in fuga: preoccupa di piu’ che nei nostri atenei non vuole venire nessuno

Articolo di Maurizio Ferraris (Repubblica 18.11.17) Anticipazione dell’intervento di Maurizio Ferraris in chiusura del convegno “ Knowledge Based Migration”, oggi a Pavia, Associazione Italiana Alexander von Humboldt. “Tre regolette per attirare cervelli dall’estero. La mobilità nel Medio Evo era la regola: Anselmo d’Aosta a Bec e Canterbury, Tommaso d’Aquino a Colonia e a Parigi”

“”Nel 2001 l’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani pubblicava “Cervelli in fuga. Storie di menti italiane fuggite all’estero” (a cura di Augusto Palombini, Avverbi Editore), e l’epoca era caratterizzata da una grandissima enfasi sulla perdita di risorse che il nostro paese aveva a causa di queste fughe di persone altamente qualificate. Recensendo quel libro feci notare che il vero problema non erano i cervelli in fuga, bensì quelli in gabbia, e quattro anni dopo, dal medesimo editore, con il medesimo curatore, usciva “Cervelli in Gabbia”. Disavventure e peripezie dei ricercatori in Italia, dove si narrava delle disgrazie degli italiani rimasti in Italia. La gabbia, però, non è solo uno spazio di costrizione e di illibertà, che impedisce di uscire. È anche un ambiente protettivo che impedisce di entrare, come quelle gabbie di cui si servono i subacquei quando hanno a che fare con gli squali. Questa protezione, nel campo della cultura, è la cosa peggiore che possa capitare. Questa chiusura esiste, eccome, nella nostra università: l’Italia importa calciatori, allenatori, sarti e manager, ma non professori, limitandosi a esportarli. Questa circostanza non deve essere oggetto di futile orgoglio, perché significa che i ricercatori che produciamo sono bravi, ma l’università (e il sistema paese in cui si inserisce) è poco attrattiva, il che – in un settore come il sapere, in cui lo scambio è tutto – costituisce una grande limitazione.

10nov/170

Io, Emma e quella nostra ossessione

Articolo di Roberto Saviano (espresso.it 6.11.17) “Con la Bonino ci battiamo contro un’Europa che ha sacrificato i diritti e 
che preferisce alle persone il denaro

“”Mi sono chiesto perché Emma Bonino mi abbia invitato a partecipare al dibattito sugli Stati Uniti d’Europa tenutosi lo scorso fine settimana a Roma. Oltre al rapporto di stima che mi lega a lei, credo c’entri il mio essere un convinto europeista e allo stesso tempo un meridionalista. Un meridionalista europeista. Ho in altissima considerazione il ruolo dell’Europa e allo stesso tempo in altissima considerazione le istanze territoriali, quelle che non tolgono unità, che non la mettono in discussione ma che anzi mettono in guardia su derive antidemocratiche che l’Europa non può consentirsi e che pure, invece, si consente e che hanno origine proprio da istanze locali. E credo anche che Emma Bonino mi abbia coinvolto perché studio, con una certa ossessione – “ossessione” non è una parola che utilizzo a caso – le dinamiche criminali, dove per dinamiche criminali non intendo solo il segmento armato, quello violento delle organizzazioni criminali, ma il segmento economico. E questa Europa che blocca il flusso di corpi, soprattutto per motivi legati a opportunismo elettorale, e che invece accoglie i flussi di denaro, i capitali anche di provenienza criminale è una Europa tutt’altro che solidale, è un’Europa che alle persone preferisce il denaro. Ma non è solo questione di solidarietà: l’Europa ha sacrificato il rispetto dei diritti umani sull’altare di spinte locali che rincorrono percorsi politici personali. Quindi ancora una volta le istanze di una parte che hanno effetti sul tutto. Da qui l’importanza di parlare da meridionalista di Europa.

5nov/170

Il fascino del socialismo ammalia i Millennials

Articolo di Paolo Mastrolilli (Stampa 5.11.17)

“”Sarà pure vero che a 20 anni dobbiamo essere incendiari, e a 40 diventiamo saggiamente pompieri, ma scoprire che la maggioranza dei Millennials americani preferirebbe vivere in uno stato socialista fa lo stesso un certo effetto. Non solo perché un’idea del genere è storicamente anatema negli Usa, ma anche perché forse rappresenta l’altra faccia della medaglia del populismo. La Victims of Communism Memorial Foundation ha commissionato uno studio a YouGov, per misurare la popolarità dei sistemi politici tra gli americani. I risultati relativi alla fascia dei Millennials, cioè il folto gruppo di giovani che a breve governerà il Paese, sono stati sorprendenti: il 44% vorrebbe vivere in una società socialista, contro il 42% capitalista, il 7% comunista, e il 7% fascista.

3nov/170

Lavoro di gruppo: se il tutto e’ piu’ della somma delle parti

Articolo di Anna Maria Testa (dal suo sito nuovoeutile luglio ’17)

“”Uno dice lavoro di gruppo. O lavoro di squadra. Cerca una definizione, prova a capire le differenze, e si apre un mondo.
Lavorare insieme può essere bellissimo. O può essere un incubo. Il fatto che si verifichi l’una o l’altra situazione (o che l’una si trasformi nell’altra) dipende da una quantità di fattori. Chiamiamo lavoro di gruppo un processo nel corso del quale più persone collaborano per raggiungere un obiettivo. Va detto che non tutti i lavori si fanno meglio insieme. Anche se costituire gruppi di lavoro va di moda, non ha alcun senso raggruppare persone per sommare il lavoro che i singoli partecipanti svolgerebbero ugualmente, e più comodamente, da soli.
MAGGIORE DELLE PARTI. L’idea di base del lavoro di gruppo è che il tutto sia maggiore delle parti. Cioè che il risultato finale prodotto dal gruppo sia più rilevante (per ampiezza, qualità, complessità, innovazione, valore) della somma dei singoli contributi che ciascun partecipante potrebbe produrre da solo.
Tra l’altro: nemmeno tutte le fasi di un lavoro di gruppo vanno necessariamente svolte in gruppo. Per esempio, è opportuno che ciascun membro si prepari o si documenti autonomamente, prima. La preparazione individuale è già parte del lavoro di gruppo, e il motivo è semplice: la presenza di un singolo partecipante non preparato, o non allineato sugli obiettivi, può danneggiare il lavoro di tutti e pregiudicare il risultato finale.

30ott/170

No a politica e religione, per i giovani e’ l’era delle passioni tiepide

Articoli di Ilvo Diamanti e di Luigi Ceccarini (Repubblica.it 30.10.17)Osservatorio Demos-Coop: si assottigliano le differenze tra generazioni e cresce la dipendenza dalla famiglia. Italiani sempre più incapaci di accettare le responsabilità della vita adulta. La vecchiaia è l’unica paura comune e la gioventù dura fino a 52 anni”
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“”Parafrasando il titolo di un noto libro, potremmo dire che viviamo in un’epoca di “passioni tiepide”. Non “tristi”, come quelle evocate da Miguel Benasayag e Gérard Schmit nel loro saggio (pubblicato nel 2004 da Feltrinelli). Piuttosto: “disincantate”. Interpretate con realismo. In particolare dai giovani. Abituati a proiettare il futuro nel loro sguardo. E a orientare il nostro. Perché i giovani “sono” il futuro. È l’immagine suggerita dal sondaggio dell’Osservatorio di Demos-Coop, condotto nei giorni scorsi e proposto oggi su Repubblica. D’altronde, la società, e soprattutto i giovani, si sono abituati al clima di sfiducia che grava su di noi. Ormai da troppi anni. Così, lo attraversano senza troppa paura. In particolare, i “giovani-adulti” (secondo i demografi), la “generazione del millennio”, secondo l’Istat. Insomma, coloro che hanno fra 25 e 36 anni e stanno a metà fra giovinezza ed età adulta. E cumulano l’insicurezza di chi ha di fronte un futuro carico di incognite e la sicurezza di chi i problemi del futuro ha iniziato a sperimentarli. È la metafora di una società che non accetta di invecchiare. Dove tanti, quasi tutti, vorrebbero restare “per sempre giovani”. A costo di protrarre all’infinito le incertezze degli adolescenti.

29ott/170

Martin Lutero. La purezza della fede in un mondo corrotto

Articolo di Massimo Firpo (Stampa 29.10.17) “Cinquecento anni fa il monaco tedesco negò l’autorità della Chiesa ma la sua Riforma si disperse nel settarismo. Non è storicamente accertato che Lutero, alla vigilia di Ognissanti del 1517, abbia affisso alla porta della chiesa del castello di Wittenberg le celebri tesi con cui condannava la vendita delle indulgenze.”

“”Un testo in latino con cui sollecitava una discussione tra dotti teologi sui gravi errori impliciti nel credere che con un esborso in denaro si potesse cancellare non solo la pena, ma anche la colpa dei peccati, comprare quindi il perdono divino e addirittura far uscire dal purgatorio le anime dei propri cari. Una dottrina (e ancor più una prassi) aberrante, che trasformava la fede cristiana in un mercimonio e contrastava radicalmente con gli esiti cui era giunta la profonda crisi religiosa che aveva tormentato Lutero negli anni precedenti in cui, lungi dal placare le sue inquietudini religiose, l’ascesi monastica le aveva portate al parossismo. Per quanto si sforzasse di essere un buon frate, infatti, il timore di dover essere infine giudicato dalla giustizia di Dio lo lasciava sgomento, nella consapevolezza che nulla di ciò che avrebbe potuto fare lo avrebbe reso degno di essere assolto da quella giustizia. Fu l’assidua meditazione delle lettere paoline che gli fece infine capire che la giustizia di cui parla la Bibbia non è quella con cui Dio onnipotente giudica gli uomini, contaminati dal peccato originale e quindi irrimediabilmente peccatori, ma quella che gratuitamente egli dona, «imputa» loro, purché abbiano fede nell’esclusivo valore salvifico del sacrificio della croce, credano cioè che solo la fede nella redenzione di Cristo possa renderli giusti agli occhi dell’Onnipotente.

26ott/170

Il mistero 
dei salari stagnanti

Da Internazionale, 20-27.1017 “” “Nell’economia di mercato quando l’offerta di lavoro è alta, i lavoratori guadagnano di più. Ma oggi questo non succede.
 È la prova che il sistema è in una crisi profonda”

“”Secondo la teoria economica neo-classica, il rapporto tra i salari e l’occupazione è semplice. Quando la domanda di forza lavoro è bassa, i salari si riducono, perché i lavoratori sono in competizione tra loro per ottenere un posto. Quando la richiesta di manodopera è alta, i salari aumentano, perché questa volta sono i datori di lavoro a competere tra loro per accaparrarsi la forza lavoro. Questo ciclo instabile dovrebbe permettere al sistema del libero mercato di funzionare tranquillamente, garantendo un costante ritorno al punto d’equilibrio. Oggi però il rapporto tra salari e occupazione non segue più questa legge: nonstante la ripresa, i salari non aumentano o addirittura diminuiscono. Per gli esperti è un grande mistero. Il New York Times ha spiegato il fenomeno con l’aumento dei lavoratori a tempo determinato e part-time e con l’avanzata dei robot. Per tutti questi motivi, ha scritto il quotidiano, le aziende dipendono meno dai lavoratori a tempo pieno, mentre i sindacati sono sempre più deboli e per i dipendenti è più diicile lottare contro i datori di lavoro. Tutto questo è vero. Perché, però, succede ora e non è successo prima?

23ott/170

Utopie mignon

Articolo di Massimiliano Panarari (Espresso, 22.10.17) «L’ansia distopica pervade l’età neoliberista. Non resta che affidarsi a piccole ricette di cambiamento: rassegnazione o realismo?»

“”Non ci sono più le utopie di una volta, decisamente. E quando si affacciano, magari un po’ timidamente, lo fanno con i connotati cambiati.In questa nostra epoca, infatti, ad andare alla grande sono le distopie. O la Realpolitik che vola piuttosto basso, e si giustifica spesso a colpi di “Tina” (“There Is No Alternative”, come soleva ripetere compiaciuta la signora Thatcher), ma che pressoché nulla ha a che spartire con il realismo alto di personaggi come Thomas Hobbes o Voltaire. E d’altronde, in effetti, ce n’è ben donde, sull’onda di una crisi finanziaria ed economica – o meglio, come palese, un autentico cambio di paradigma del capitalismo – che non molla la presa ormai da un decennio. E il nostro immaginario, nel corso del secondo Novecento, si è così via via popolato di distopie proiettate dalla letteratura e dalla cinematografia di fantascienza, in particolare per effetto del successo della narrativa di Philip K. Dick (a cui naturalmente si rifà anche il nuovo Blade Runner 2049). E sempre fantascienza distopica è quella al centro del serial televisivo The Handmaid’s Tale (Il racconto dell’ancella, ricavato dall’omonimo romanzo di Margaret Atwood del 1985), che ha furoreggiato nelle premiazioni degli ultimi Emmy Awards. Ma se l’ansia distopica pervade l’età neoliberista – e, a volte, si ha effettivamente l’alquanto spiacevole sensazione di vivere dentro un racconto di James Ballard –, esiste anche chi si dà da fare per mettere in campo delle ricette alternative (magari discutibili, ma comunque utili per cercare di sottrarsi all’onnipresente pensiero unico).
Al proposito, c’è un piccolo Paese che mostra una spiccata vocazione a sfornare visioni utopiche. Si tratta dell’Olanda, nazione libertaria per antonomasia, patria di Erasmo da Rotterdam, di Baruch Spinoza e del comunismo consiliare di Anton Pannekoek (che fu anche il fondatore dell’Istituto di astronomia dell’Università di Amsterdam, a lui intitolato insieme a un asteroide). E, più recentemente, culla dei movimenti per il reddito universale e quello di cittadinanza.