Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

15ott/170

Resilienza

Parte di un articolo di Elena Giorza (MicroMega 13.10.17) riguardante il libro di P. Trabucchi “Resisto dunque sono. Chi sono i campioni della resistenza psicologica e come fanno a convivere con lo stress” ed. Corbaccio”

… “”Trabucchi, psicologo che si occupa di prestazione sportiva soprattutto in discipline di resistenza, nel suo libro significativamente intitolato Resisto dunque sono – ad indicare che il resistere è premessa, condizione di possibilità ed elemento distintivo ed essenziale, non accidentale e accessorio, dell’esistenza umana – afferma: «Quando la vita rovescia la nostra barca, alcuni affogano, altri lottano strenuamente per risalirvi sopra. Gli antichi connotavano il gesto di tentare di risalire sulle imbarcazioni rovesciate con il verbo “resalio”. Forse il nome della qualità di chi non perde mai la speranza e continua a lottare contro le avversità, la resilienza, deriva da qui».
Questa ipotesi etimologica richiama alla mente una serie di altre parole che con la resilienza hanno strettamente a che fare. Per cominciare, il sostantivo “crisi”, attualmente inteso sostanzialmente in senso negativo, ma che deriva dal greco krisis, termine che indica la capacità di discernere e, quindi, di giudicare. Il verbo da cui discende krisis corrisponde poi a un ideogramma cinese che indica, nello stesso tempo, il nostro modo negativo di intendere la crisi, ma anche l’opportunità. Infine il termine kintsugi che fa riferimento a una pratica giapponese che consiste nel riparare oggetti in ceramica rotti, attraverso l’utilizzo di oro o argento liquido. Il risultato di questa tecnica, che ha alla base la convinzione che dall’imperfezione e dalle ferite possa derivare una maggiore perfezione estetica (e, per trasposizione, una maggiore perfezione interiore) è un oggetto più prezioso dal punto di vista economico e artistico e unico (dal momento che i frammenti di ceramica hanno forme diverse e casuali anche le linee d’oro e d’argento saranno sempre differenti).

11ott/170

Felicita’ italiane. Un campionario filosofico

Introduzione del volume “Felicità italiane. Un campionario filosofico”, a cura di Dimitri D’Andrea, Enrico Donaggio, Elena Pulcini, Gabriella Turnaturi, Mulino, pagg 218 “Dall’amore alla religione, dal lavoro allo sport, un libro ricostruisce la mappa dei nostri investimenti e delle nostre aspettative di felicità. E smonta stereotipi e luoghi comuni”

“”Si potrebbe pensare che questo sia l’ennesimo libro sulla felicità. Fornito magari, come tanti altri che abbondano con aria ammiccante sugli scaffali delle librerie, di istruzioni per l’uso e di improvvisate perle di saggezza, per attrarre lettori frettolosi e distratti elargendo consigli, più o meno low cost, per vivere meglio. Ma non è così.
Questo libro è il risultato di un lungo lavoro collettivo che si è svolto per più di tre anni, coinvolgendo un nutrito gruppo di filosofi, decisi a misurarsi con un tema cruciale e allo stesso tempo immenso e sfuggente come la felicità. Un gruppo di persone appartenenti a generazioni diverse e dunque inevitabilmente portatrici di prospettive differenti che si sono intrecciate, e a volte scontrate, in uno spazio di discussione ospitale e il più possibile libero da pregiudizi, ma non ecumenicamente orientato all’intesa. Il punto di vista dei più giovani, in particolare, ha avuto spesso il merito di creare salutari effetti di spaesamento, snidando stereotipi e costringendo tutti gli altri a rivedere convinzioni sedimentate. Si è trattato, insomma, di una rara esperienza di cooperazione che ha sfidato anche le gerarchie accademiche presenti nel gruppo e accolto spontaneamente la necessità dei tempi lenti del pensiero. Non è stato facile delimitare l’oggetto. Ma è apparsa fin dall’inizio piuttosto chiara la domanda alla quale volevamo provare a dare una risposta: sottraendoci da un lato, come già premesso, alla futilità di formule del tipo “come si fa ad essere felici?”, dall’altro alla pesantezza di interrogativi ben più impegnativi, dal sapore pericolosamente metafisico, del tipo “che cos’è la felicità?”. Inafferrabile per definizione, la felicità mette, infatti, alla prova chiunque voglia chiuderla all’interno di presunti parametri oggettivi, facendo soprattutto traballare la tendenza dei filosofi a costruire griglie sistematiche e rassicuranti; e si impone, a chiunque si illuda di afferrarne l’essenza, con la forza provocatoria di ciò che è squisitamente soggettivo, molteplice, contingente. Se provassimo a cercare un’immagine, capace di rappresentarla più e meglio di ogni teoria, potremmo forse evocare quella di un prisma, le cui facce, pur formando insieme la figura intera, assumono una diversa sfumatura di colore a seconda della luce che si riflette su ciascuna di esse.
Un tema scomodo, dunque, se lo prendiamo sul serio; per affrontare il quale è bene rifuggire da definizioni universali, per porre piuttosto l’unica domanda che appare sensata: “dove la cerchiamo, la felicità”?

11ott/170

Amos Oz. Nipoti miei, vi insegno a diventare uomini liberi

Intervista a Amos Oz di Wlodek Goldkorn (Repubblica 11.10.17) “Partendo dal suo ultimo saggio -”Cari fanatici”, Feltrinelli, pagg. 112 euro 10, traduzione di Elena Loewenthal – Oz spiega come buona scrittura, buona politica e humour diventano antidoti al fanatismo”

“”Ha sempre avuto due vite Amos Oz: una da scrittore; l’altra da intellettuale pubblico, in prima linea nella lotta contro l’occupazione e per il riconoscimento dei diritti dei palestinesi. Lui ha sempre voluto convincere qualsiasi (incredulo) interlocutore che si trattava di due vite parallele: dei sentimenti mi occupo nei romanzi, se voglio criticare il mio governo scrivo un articolo, ripeteva. Ora con Cari fanatici, un saggio composto da tre brevi testi in uscita da Feltrinelli, i più fedeli, ma anche gli occasionali lettori di Oz possono finalmente trovare il punto in cui le sue due vite si congiungono: quel punto è la convinzione che tutti gli esseri umani sono i padroni delle proprie scelte, ma anche e prima ancora, che la chiave per una vita decente è saper ascoltare l’altro ed essere capace di vedere il mondo e se stessi con gli occhi altrui. Il miracolo della buona letteratura e della buona politica ha la stessa origine: la capacità dell’osservazione e la distanza da se stessi. E per quanto riguarda il fanatismo: per Oz è un male che affligge tutta l’umanità; ebrei come musulmani, cristiani, come laici.
Crede che un fanatico sia interessato a di leggere le tre lettere che gli ha indirizzato?
«Le lettere non sono indirizzate ai fanatici, ma a tutti noi.

10ott/170

Vi spiego il futuro inevitabile

Articolo di Jaime D’Alessandro (Repubblica 10.10.17) “Il domani secondo il guru Kevin Kelly: più realtà virtuale, rinascita del lavoro e Internet come grande mente globale
Dalla fine della privacy al tramonto dei social

“”«Certe innovazioni sono inevitabili», racconta Kevin Kelly, «e anche se le volessimo fermare non potremmo farlo». Per questo ha intitolato il suo ultimo libro, che sta per uscire in Italia, L’inevitabile (Il Saggiatore). Lui le rivoluzioni tecnologiche le ha viste tutte, iniziando da quella dei primi personal computer, e ogni volta ha assistito prima allo scetticismo e poi all’incredulità di chi è stato travolto. Nato in Pennsylvania nel 1952, è stato il primo direttore della rivista Wired, fra le più importanti del mondo della tecnologia. E alla fine degli anni Sessanta pubblicava il Whole Earth Catalog, periodico underground che affascinava così tanto un ragazzino di nome Steve Jobs da spingerlo a rubarne il motto per farlo suo: “Siate affamati, siate folli”. Il suo ultimo libro è diviso in dodici capitoli ognuno dedicato a un aspetto, dalla robotica e l’intelligenza artificiale, fino alle nuove forme di tv, di trasporto, di commercio. Non tutto torna e non sempre le previsioni sono affilate. Ma dipinge un futuro ibrido, probabile, con un’umanità “aumentata” che eternamente condivide, circondata da oggetti capaci di comprendere quel che fa o dice e dove la stessa tecnologia finisce per plasmarla costringendo le persone al ruolo di studenti a vita per cercare di restare al passo con i tempi.

1ott/170

Nel nome dei fratelli Rosselli. La mostra a Milano

Articolo di R.Liu.(Sole 1.10.17) “”Archivio di Stato di Milano, via Senato 10, dall’11 al 31 ottobre)

«Carissimo, come sempre succede è agli amici intimi che si risponde per ultimi in queste occasioni. Sono passato da una vita contemplativa a una vita talmente febbrile che non so proprio dove riparare.Avrei bisogno di un supplemento giornaliero di ore dal padre eterno», scriveva il 31 agosto 1929 Carlo Rosselli a Giuseppe Saragat da Parigi. Era approdato nella capitale francese all’inizio del mese, fuggito clamorosamente dal confino di Lipari insieme a Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti. In quello stesso anno, invece, il fratello Nello sarà condannato all’ozio forzato di Ponza (nella foto a destra), l’isolotto dal quale Carlo Pisacane era partito nel 1857 per la sfortunata spedizione antiborbonica di Sapri.

30set/170

1968. Quell’anno come fine del mondo

Articolo di Nicolas Martino (manifesto 30.9.17) sulla mostra  “E’ solo un inizio. Il 1968″  che si apre il 3 ottobre alla Galleria d’Arte Moderna di Roma. Mostra accompagnata da un giornale catalogo con interventi di Castellina, Rossanda, Tronti, Piperno di cui lo stesso manifesto pubblica alcuni stralci”    LEGGI DI SEGUITO

“”Con il ’68 inizia la fine del mondo. Già, ma poiché come spiega Ernesto De Martino, a finire non è mai il mondo, ma un mondo in particolare, quello che inizia a finire con il ’68 è appunto un mondo, quel mondo nato dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese, il mondo borghese. A finire è dunque una particolare configurazione dell’età moderna, con la quale finisce l’immagine borghese del mondo che si era andata lentamente affermando nei secoli, così come indagato da Franz Borkenau in un suo straordinario saggio degli anni Trenta. In questo senso il ’68 è una rivolta contro le istituzioni che avevano dato vita a quel mondo, e quindi contro quella Università, quella scuola e quel sistema educativo, contro la famiglia, il sesso, la morale, la cultura e contro l’organizzazione economica che quel mondo si era dato. Il ’68 è una rivoluzione totale che vuole farla finita una volta per tutte con quel mondo, e ogni sua espressione e manifestazione è solo l’inizio di un rivolgimento molto più complesso e articolato. È dunque una rivoluzione antiautoritaria, perché vuole mettere in discussione i ruoli, e linguistica, perché ogni mondo ha una sua propria lingua che si può difendere, combattere o reinventare. È una rivoluzione libertaria, senz’altro, perché vuole rovesciare la morale borghese, la famiglia e il sesso, insieme al modo di vestire, di mangiare, di abitare e di vivere la vita quotidiana. È un po’ di possibile, un evento che crea una nuova esistenza e produce una nuova soggettività, come avrebbero detto Gilles Deleuze e Felix Guattari. Ma è anche, e decisamente, una rivoluzione anticapitalista, che di quel sistema economico-sociale si vuol disfare per aprire le porte a rapporti sociali, economici e lavorativi più liberi e giusti. Non c’è ’68 senza ’69, non bisogna dimenticarlo, ovvero non ci sono studenti dentro e contro l’università, senza operai in lotta dentro e contro la fabbrica. In questo senso il ’68 fa parte di una lunga lotta che annovera tra le sue date il 1378 del tumulto Ciompi a Firenze, il 1525 della battaglia di Frankenhausen, il 1789 della presa della Bastiglia, il 1793 dei giacobini neri ad Haiti, il 1848 dei moti radicali in Europa e il 1871 della Comune di Parigi. Senza dimenticare il 1917 dell’assalto al Palazzo d’inverno e dei soviet. La data segna anche l’inizio della fine dell’organizzazione culturale borghese, e quindi, insieme all’Università moderna, inizia la fine dell’intellettuale, quello nato con l’affaire Dreyfus, e anche l’artista e l’opera d’arte iniziano a essere radicalmente ridefiniti (per ironia della sorte, Pino Pascali, uno degli artisti italiani che più ha contribuito a ridefinire l’opera e i suoi confini, muore proprio nel 1968).

25set/170

Libri/Tempo di cambiare

Articolo di Giuliano Milani (internazionale 22.9.17) sul libro di Carlo Rovelli “L’ordine del tempo” Adelphi, pagg. 208, 14 euro “

“”Il mondo è fatto di eventi, non di cose”, si legge all’inizio del sesto capitolo. Proprio la possibilità di vedere la realtà come una serie di interazioni tra elementi destinati a mutare incessantemente (gli eventi) e non come un insieme di parti immutabili (le cose), è una delle idee che rimangono nella testa al lettore inesperto di scienza, quello per il quale Carlo Rovelli, dopo il grande successo delle sue Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi), ha scritto questo libro breve ma molto denso. Il volumetto, illustrato, è diviso in tre parti, ben divise, ognuna con un’introduzione e un riassunto finale. Nella prima parte l’autore demolisce la nostra concezione ingenua del tempo alla luce della fisica così come si è sviluppata dalla teoria della relatività in poi. Scopriamo, tra l’altro, che il tempo non può essere unico in tutto l’universo, che non può avere una direzione dal passato al futuro, e che ciò che chiamiamo presente non può esistere. Nella seconda parte, la più tecnica, si capisce cosa resta del tempo una volta sottoposto a questa revisione: quell’insieme (disordinato) di eventi di cui si diceva, appunto. Nella terza parte, più filosofica, si propone una spiegazione del perché, nonostante tutto questo, noi percepiamo il tempo come un qualcosa formato da passato, presente e futuro. Il percorso è difficile ma affascinante e fa cogliere una delle realtà più controintuitive della scienza.”"

25set/170

Scienza. Anatomia del terrore

Articolo di Peter Byrne, New Scientist, Regno Unito (internazionale 22.9.17) “Per aiutare i governi a sconfiggere la minaccia jihadista, sociologi, psicologi e politologi studiano le motivazioni che spingono le persone a unirsi ai gruppi terroristici”"

“”Vera Mironova viaggia a bordo di un Humvee per le strade devastate di Mosul. È la fine di gennaio del 2017. Il primo ministro iracheno Haider al Abadi ha appena annunciato la liberazione della parte est della città, che per tre anni è rimasta sotto il controllo del gruppo Stato islamico (Is). La maggior parte dei combattenti jihadisti sono morti, sono stati catturati o hanno attraversato il fiume Tigri. Gli unici rimasti sono cecchini e attentatori suicidi in attesa che arrivi il loro momento. Quasi tutti gli abitanti della città sono fuggiti nei campi profughi. Chi è rimasto appare perso e sconvolto. Si vedono poche donne in giro. Mironova indossa pantaloni militari, una felpa di Harvard e un berretto di lana blu da cui escono alcune ciocche bionde. Anche se viaggia a bordo di un mezzo blindato, è evidente che non fa parte delle forze armate. È una sociologa: non è a Mosul per combattere, ma per ascoltare, imparare e documentare. Pranziamo insieme al My fair lady, un ristorante sgangherato dove, secondo gli uomini delle forze speciali irachene, si mangia la migliore pacha della città, una zuppa a base di cervella e intestini di pecora ripieni di riso, servito con fette di lingua e arance bollite. Mironova ordina una pizza. Una settimana dopo il nostro incontro un attentatore suicida si fa saltare in aria all’ingresso del locale, uccidendo il proprietario e alcuni clienti. “Gli Stati Uniti non hanno una strategia antiterrorismo efficace”, afferma Martha Crenshaw. Di fronte agli attacchi terroristici di matrice jihadista, l’occidente sembra non sapere cosa fare. Crenshaw studia da cinquant’anni le radici del terrore. Ha un ufficio all’università di Stanford, negli Stati Uniti, non lontano da quello occupato da Condoleezza Rice, l’ex consigliera per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti che è stata tra gli architetti della “guerra globale al terrorismo” dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. “Nel sistema dell’antiterrorismo vengono investite grandi quantità di denaro ma non c’è nessuno a guidarlo”, afferma Crenshaw. “Non sappiamo nemmeno che risultati potremmo ottenere. Stiamo giocando una pericolosa partita di ‘acchiappa la talpa’: quando i terroristi fanno capolino, noi cerchiamo di colpirli, sperando che alla fine si arrendano”.

25set/170

L’arte di superare l’abitudine alla violenza

Articolo di Francesco Tenaglia (pagina99 22.9.17) “Immagini | Nella società digitale le rappresentazioni della brutalità sono così pervasive da inibire ogni lettura e sopportazione. Alcuni artisti contemporanei cercano allora un nuovo linguaggio. Per mostrare ed elaborare il trauma

“”Un giovane legge la storia, narrata in prima persona, di un vietnamita sfigurato da una bomba al napalm sganciata dall’esercito statunitense. Poi, rivolgendosi alla cinepresa, chiede allo spettatore: «Come mostrarvi il napalm in azione? Se vi facessi vedere le vittime, reagireste sbarrando gli occhi. Li chiudereste alle immagini, poi alla memoria. In seguito allontanereste i fatti e, infine, l’ambiente che li ha prodotti». Poi prosegue: «Posso solo darvi un’idea di come funziona», e si spegne, serafico, una sigaretta sul dorso della mano mentre la voce fuori campo dettaglia: «Una sigaretta brucia a quattrocento gradi centigradi, il napalm a tremila». L’uomo è Harun Farocki, artista tedesco a cui Berlino tributa una grande retrospettiva – inaugurata presso la Neuer Berliner Kunstverein, il Savvy Contemporary, il cinema Arsenal e l’Harun Farocki Institut in concomitanza con la Berlin Art Week – e il cortometraggio è The Inextinguishable Fire (1969), saggio sulla guerra e sul mercato delle armi che pone questioni fondanti sulla relazione tra immagini e trauma, certificando l’impossibilità di elaborare e registrare correttamente eventi che eccedono la nostra soglia di sopportazione emotiva.
• Sfuggire morbosità e rimozione
L’arte è stata spesso chiamata a simboleggiare posizioni contro la violenza, in special modo antimilitariste, attraverso la rappresentazione della violenza stessa: pensiamo a Il 3 maggio 1808 di Francisco Goya, che congela l’attimo precedente alla fucilazione di un gruppo di indipendentisti madrileni da parte di un plotone di esecuzione francese, o a Guernica, in cui Picasso condensa la disperazione della città basca che dà nome all’opera (rasa al suolo dai bombardamenti del generale Franco durante la guerra civile). La differenza risiede nel fatto che Farocki operava in una fase matura della cultura popolare del ’900. Giornali, cinema e televisione avevano reso largamente disponibili figurazioni realistiche e crude delle battaglie e della loro ricaduta sociale.

5set/170

Perche’ questo non e’ piu’ un mondo liquido

Articolo di Roberto Esposito (Repubblica 5.9.17) “Mentre si innalzano nuovi muri e la geopolitica ridisegna vecchie zone di influenza, la geniale metafora di Bauman rischia di risultare superata”

“”Per anni la metafora della liquidità – proposta da Zygmunt Bauman nella sua celebre trilogia “Modernità liquida”, “Paura liquida” e “Vita liquida” (tutti Laterza) – ha marcato il nostro tempo. Essa subentrava alla nozione, troppo ottimistica, di “postmodernità”, che aveva caratterizzato la belle époque tra gli anni Settanta e la fine del secolo scorso. Già all’esordio del Duemila il crollo apocalittico delle Torri Gemelle metteva fine a ogni entusiasmo, mostrando il lato oscuro della globalizzazione. L’immagine di un mondo levigato e omogeneo, aperto alla libertà delle merci e delle idee, propagandato dal guru giapponese Kenichi Ohmae in Il mondo senza confini (Il Sole 24Ore) era ormai abbondantemente alle spalle. La società liquida di Bauman interpretava la contemporaneità in modo ben più problematico. Essa registrava la disgregazione delle strutture solide della prima modernità – corpi, istituzioni, regole – nel magma di una stagione instabile e incerta. Caratterizzato dai processi di privatizzazione e deregolamentazione, il mondo liquido che abbiamo abitato per qualche decennio mostrava un profilo ambivalente: da un lato rischioso e insicuro, dall’altro capace di potenzialità illimitate.