Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

18nov/180

Colti e Ignoranti: le 50 sfumature di chi ne sa di piu’

Articolo di Domenico De Masi (Fatto 18.11.18)

“”Per capire qualcosa della cultura e dell’ignoranza si può usare la metafora del viaggio e del turismo. I “viaggiatori” si considerano eredi aristocratici del grand tour, acculturati per definizione e altezzosamente distinti dai “turisti”, massificati e ignoranti anch’essi per definizione. Ma il critico letterario americano Jonathan D. Culler ci fa notare che la spocchia con cui il viaggiatore vero guarda il “turista” si è poi riprodotta tra i turisti stessi in una sorta di gerarchia del disprezzo. In altri termini, i turisti tendono a detestare gli altri turisti per convincere se stessi di essere meno turisti degli altri, di essere veri e propri viaggiatori. “I turisti – dice Culler – possono sempre trovare qualcuno più turista di loro da deridere. L’autostoppista che arriva a Parigi con lo zaino per un soggiorno dalla durata indefinita si sente superiore al compatriota che vola in Jumbo per starci una settimana. Il turista il cui forfait include solo il viaggio aereo e le notti in albergo si sente superiore, mentre siede al caffè, ai gruppi organizzati che passano in autobus. Gli americani in pullman di gruppo si sentono superiori ai gruppi di giapponesi che sembrano vestire uniformi e che sicuramente non capiscono nulla della cultura che stanno fotografando”.

17nov/180

Il mutevole confine del capitalismo

Articolo di Benedetto Vecchi (manifesto 17.11.18) “Tempi presenti. Oggi, a Bookcity di Milano, un incontro con l’economista Mariana Mazzucato che ha appena pubblicato per Laterza «Il valore di tutto»

“”Il capitalismo estrattivo (e di piattaforma) è la forma attraverso la quale la produzione di valore viene «realizzata» nelle forme dominanti della ricchezza sociale (denaro e profitto). È in questo passaggio che la finanza ha svolto e continuerà a svolgere un ruolo essenziale nel definire gerarchie sociali e priorità nel regime di accumulazione capitalistico. Dunque, la finanza non ha solo una funzione «parassitaria» rispetto alla tradizionale produzione di beni e servizi, bensì svolge un ruolo di coordinamento, di indispensabile infrastruttura alla stabilità – politica e, soprattutto, sociale – della produzione di merci. Quel che va però sottolineato è la dimensione abnorme, incontrollata, da spregiudicato rentier che la finanza ha ormai assunto nel capitalismo contemporaneo. Il nodo da sciogliere è se questa superfetazione abbia determinato o meno un mutamento «qualitativo» dei rapporti sociali capitalistici.

16nov/180

La lunga marcia della cosa nera

Articolo di Ezio Mauro (Repubblica 16.11.18)

“”Oltre il fascismo tradizionale, il segreto di un’ideologia che alza muri, odia i deboli e discrimina in base alla ” razza”: è figlia del caos globale, del mondo senza più un tetto in cui il cittadino, smarrito, torna a essere solo individuo. Scomparsa la sinistra, rischia di sparire anche la destra, sostituita da questa “cosa” nera che alza i muri, nazionalizza i diritti, munisce i confini, seleziona i più deboli escludendoli, torna a discriminare in nome della razza. Tutto il mondo sembra consegnarsi a questa nuova espressione politica che fulmina le precedenti perché cambia alla radice i codici del discorso pubblico, rovescia il suo linguaggio, trasforma la postura dei protagonisti, abbatte i limiti del consentito, incoraggia l’istinto a prendere il microfono contendendolo alla ragione. E in tutto il mondo questa “cosa”, mentre cerca ancora il suo vero e moderno nome, è già con ogni evidenza la forma più semplice e dunque più accessibile della politica, quindi la forma della semplificazione e della soddisfazione senza responsabilità, la più adatta al consenso universale in questi tempi difficili di giudizi sommari.

16nov/180

Ricucire l’innocenza, un milione e 200 mila bambini vivono in poverta’ assoluta

Articolo di Marta Ghezzi (Corriere 16.11.18) “”Il rapporto Save The Children presenta l’Atlante dell’infanzia a rischio. Focus sulle periferie, l’emergenza educativa nasce qui”

“”Un solo isolato. Nelle grandi città, poche centinaia di metri possono fare la differenza nella vita di un bambino. Incidere in modo indelebile sul suo percorso di crescita. Perché nel nostro paese, quartieri anche contigui possono essere completamente diversi, mondi confinanti che scorrono su binari non paralleli. In Italia un milione e duecentomila bambini e adolescenti vivono in condizioni di povertà assoluta. Statistiche e sociologia dimostrano che il futuro di questi minori è determinato non solo dalle condizioni economiche familiari, ma anche dall’ambiente dove nascono e crescono. Così, anche la breve distanza da un rione all’altro diventa fondamentale: da una parte hai tutte le opportunità per il riscatto sociale, dall’altra non c’è (quasi) via d’uscita dalla povertà. Il presidente della Camera Roberto Fico ha parlato di «un quadro inaccettabile» alla presentazione del IX Atlante dell’infanzia a rischio di Save the Children «Le periferie dei bambini», pubblicato da Treccani, a fine mese nelle librerie. È il tradizionale rapporto dell’organizzazione internazionale, schierata dal 1919 a fianco dell’infanzia, che compie per la prima volta un viaggio nelle periferie delle grandi città.

15nov/180

Nel Sessantotto anno ribelle la protesta e’ (anche) di carta

Articolo di Ida Bozzi (Corriere 15.11.18) “Ritorni Dal 13 febbraio a Milano «68 Un grande numero» a cura della Fondazione Isec con il sostegno di Comieco

“”Del Sessantotto, celebrato nell’anno del cinquantenario con innumerevoli pubblicazioni, sono stati messi in rilievo soprattutto gli aspetti politici — l’anno delle rivoluzioni, l’anno delle utopie, l’anno della primavera praghese e del maggio francese — e quelli di costume — i ribelli nella musica e nelle arti — lasciando più in ombra altri aspetti, come il passaggio fondamentale del Paese, come amava dire Pier Paolo Pasolini, «da società preindustriale a società di massa». Una mutazione che negli anni dopo il boom tocca tutti gli aspetti della vita italiana, l’industria, il lavoro, i costumi, gli stili di vita, la comunicazione, la politica e la cultura. Un aspetto di questa trasformazione riguarda proprio il Sessantotto della protesta. Dalle università, dai licei sale una voce che si fa (anche) scritta, e si diffonde con manifesti, ciclostili, volantini: non è un caso se molta di questa scrittura — opinione, protesta, critica — confluirà, a partire dagli anni immediatamente successivi, in una serie di testate giornalistiche, riviste di critica culturale, fogli politici e di movimento. Il primo numero di «Contropiano» di Asor Rosa e Cacciari esce nel ’68, il primo de «il manifesto» esce nel ’69, la rivista cinematografica e critica «Ombre Rosse» di Fofi e Bellocchio vive a cavallo tra il ’67 e il ’69, altri giornali come «Re Nudo» iniziano le pubblicazioni nel 1970. A tutta questa materia scritta, che è carta, è stata dedicata un’interessante mostra da poco chiusa al Base Milano, di cui però è annunciato il ritorno per quest’inverno: sarà di nuovo a Milano il 13 febbraio, alla Casa dell’Energia, la mostra 68 Un grande numero. Segni, immagini, parole del 1968 a Milano, realizzata dalla Fondazione Isec con il sostegno di Comieco. Una rassegna di documenti originali dell’epoca che raccontano quel tempo a Milano: i fogli in ciclostile originali, i volantini, i giornali scolastici come «La Zanzara» del liceo Parini, i cartelli e i cartelloni, e ovviamente le riviste e i giornali. Il ritorno della mostra in febbraio preparerà inoltre le iniziative che partiranno in marzo per il Mese del riciclo.

15nov/180

«Combattere la disoccupazione? Basta iniziare a lavorare meno»

Articolo di E.L.T. (Gazzetta di Reggio 15.11.18) “A Reggio Emilia, un incontro promosso da Giornate della laicità con il sociologo del lavoro Domenico De Masi presenta per presentare il suo libro “Il lavoro nel XXI secolo”

«Ogni giorno le prime pagine dei giornali parlano di lavoro: perché manca, perché stanca, perché stressa, perché muta, perché costa, perché non rende. Chi non ce l’ha lo desidera; chi ce l’ha vorrebbe smetterlo, ridurlo o cambiarlo (…) E tragica è la condizione di chi oggi odia il suo lavoro o lo perde o non riesce a trovarlo in una società fondata proprio sul lavoro».
Anche per Domenico De Masi vale l’adagio «lavorare meno per lavorare tutti», ridistribuendo però la ricchezza su scala più ampia. La chiave della felicità, in un mondo lavorativo a manodopera e mente in opera decrescenti, sarà quindi l’equità unità alla creatività, da applicare anche nel tempo libero.
De Masi – sociologo e già preside di Scienze della Comunicazione alla Sapienza di Roma – crea un’acuta riflessione sul lavoro nel suo nuovo libro “Il lavoro nel XXI secolo” (Einaudi, 820 pp., 24 euro), volume che sarà presentato al pubblico oggi alle 17.30 alla biblioteca Panizzi, protagonista del secondo appuntamento di “Letture della laicità”, la rassegn organizzata da Iniziativa laica in collaborazione con la Panizzi. A moderare l’incontro di oggi sarà il giornalista della Gazzetta Enrico Lorenzo Tidona.
Per De Masi il lavoro non deve essere una condanna ma una “gioia creativa”, per la combinazione di progresso tecnologico, globalizzazione, mass media e istruzione, che esplodendo comportano una riorganizzazione della vita anche nella sfera privata.

Professor De Masi, in un mondo in cui molti temono di perdere il lavoro lei parla del benefico effetto dell’“ozio creativo”. E’ una provocazione?

12nov/180

La storia globale nacque in Messico

Intervista a Serge Grizinski di Michela Valente (Corriere 11.11.18) “Con la conquista del Nuovo Mondo spagnoli e portoghesi imposero la visionde europea del tempo colonizzando la memoria indigena. Ma in seguito anche giapponesi e cinesi, rimasti indipendenti, adottarono quei criteri come parte essenziale della modernizzazione. Oggi bisogna puntare sulla lunga durata, incrociando sguardi locali e mondiali, per non rimanere appiattiti sul presente”

“”Non è solo la globalizzazione a mettere in crisi la conoscenza della storia; molti problemi scaturiscono dalla tirannia dell’istante e dalla labilità delle memorie, ammonisce Serge Gruzinski, docente all’École des Hautes Études di Parigi. Da quarant’anni questo autore si muove tra fonti diverse per ricostruire eventi reali e operazioni culturali studiate a tavolino per colonizzare la memoria e l’immaginario. Nel libro La macchina del tempo, molto ben tradotto da Maria Matilde Benzoni (Raffaello Cortina), sottolinea la centralità del XVI secolo nell’avvio del processo di globalizzazione e l’importanza strategica della scrittura della storia da parte di spagnoli e portoghesi, a cui si aggiunge il tentativo dei colonizzati di lasciare un testimone: il meticcio Juan Bautista Pomar, oscillante tra due mondi, che scrive una relazione sulla civiltà precolombiana di Texcoco, in Messico.

5nov/180

Capolavori. Un viaggio all’inferno con la plebe di Belli

Articolo di Alberto Asor Rosa (Repubblica 5.11.18)

“”Riuniti in quattro volumi gli oltre duemila sonetti del grande poeta romano. La cui opera molti assimilano alla “Commedia” dantesca. Capita talvolta di veder usare dal critico-recensore il termine «monumentale» a proposito di questa o quella impresa libraria. Non credo, però, che questo sia mai stato così adeguato all’oggetto come nel caso che da qui in poi tenterò di descrivere: una «monumentale», appunto, edizione de I sonetti di Giuseppe Gioachino Belli, critica e commentata, a cura di Pietro Gibellini, Lucio Felici, Edoardo Ripari, in quattro giganteschi volumi (nella collana dei «Millenni» Einaudi ). Le dimensioni della pubblicazione sono del resto adeguate a quella dell’opera: si tratta di ben 2.279 sonetti, per complessivi 32.208 versi, più del doppio della Commedia di Dante: opera, del resto, alla quale quella del Belli è stata più volte accostata, assumendo talvolta il titolo, surrettizio, ma non inappropriato, di Commedione.

31ott/180

Un ironico manuale di pratiche

Recensione di Alessandro Giammei (manifesto 31.10.18)  “A proposito di ,Istruzioni per diventare fascisti’, appena pubblicato da Michela Murgia da Einaudi’

“”Se Michela Murgia fosse un uomo, si direbbe che è il più sicuro, il più straordinariamente proficuo erede di Pier Paolo Pasolini. Un autore ircocervo perché al contempo fine letterato e fenomeno mediatico, un localista estremo ed estremista internazionalista, un gramsciano capace di vedere il colonialismo sulla soglia più prossima, cattolico e radicale in eguale eretica misura e galvanizzato dalla perturbante libidine della pedagogia. Invece,per fortuna, questa premiata narratrice d’incanto, mariologa pop, attrice teatrale, impavida stroncatrice virale e amichevole voce di podcast, questa politica militante ed ex-amministratrice di centrali termoelettriche seguìta da oltre duecentomila persone sui social è una donna, ed è pure simpatica. È forse anche per questo che piace a tanta gente che si crede di sinistra, quando al contrario la dovrebbero (la dovremmo) temere.

24ott/180

Il sonno della ragione genera mostri

Recensione di Giulio Giorello (micromega 18.10.18) “Emiliano Pagani e Bruno Cannucciari nel loro fumetto “Kraken” mettono in scena una storia emblematica della condizione umana, sempre alla ricerca di un capro espiatorio. Perché «in fondo, ogni epoca ha i suoi mostri a cui sacrificare la propria innocenza in cambio di speranza e buona sorte, no?».”

“”«Molto, molto al di sotto nel mare abissale… dorme il Kraken», e il suo sonno è «senza sogni». Così si apre l’avventura a fumetti, intitolata appunto Kraken, edita in italiano da Tunué (Latina 2017, pp. 1-104, euro 16,90) e dovuta a Emiliano Pagani (soggetto e sceneggiatura) e a Bruno Cannucciari (disegni, colori e lettering). Il Kraken – come ci dicono i personaggi delle strisce dei due autori – è «il più grande e impressionante animale del creato… e senz’alcun dubbio il mostro marino più grande del mondo». Una sorta di surrogato malefico di Dio, proprio per questo «rappresentato come bestia malevolmente avversa all’uomo», se non addirittura «come incarnazione della forza aggressiva e primordiale della natura». Può quasi ricordarci l’argomento ontologico di Anselmo di Aosta (o di Canterbury), purché la perfezione della divinità venga ripensata come una perfezione nella malignità. O può farci venire in mente la battuta di Engels, per cui la vendetta più terribile è quella di una natura che si ribella al tentativo umano di assoggettarla e sfruttarla. Solo che il Kraken non esiste. Alcuni abitanti del villaggio di Selalgues invano si ripetono che «se credi a qualcosa, questa cosa esiste davvero». Come invece ribatte Serge Dougarry, noto conduttore televisivo, indagatore riluttante del mistero del Kraken, quel mostro immenso «non c’è», come «non esistono mostri marini, non esistono le sirene, non esiste niente di niente. Esistono i nostri sensi di colpa e la nostra solitudine». E a un ragazzino che è venuto a interpellarlo fin nella sua casa di Parigi, Serge dichiara comunque di non essere «un Indiana Jones o un Pinocchio che recupera le persone nel ventre delle balene», e dunque è meglio lasciar perdere qualsiasi creatura degli abissi. «Ma l’importante è credere, no?», gli chiede il ragazzo. La risposta è proprio «no», perché «l’importante è affrontare la realtà. E riuscire a sopravvivere».