Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

10dic/170

Denaro & Psiche. Le relazioni pericolose. Sensazioni e sentimenti del nostro tempo, di Carlo Mazzarella

Articolo di Marco Belpoliti (Repubblica 10.12.17)

Pensate che il capitalismo si sia imposto schiacciando la nostra volontà? Contrordine compagni. Era già tutto scritto: nel cervello. Così rivela uno studio che da Philip Roth a Sophie Calle fa più di un esempio. Ad arte. Viviamo nella società del disagio. Risentimento, rancore, frustrazione, paura sono i sentimenti più diffusi. Un senso di fallimento pervade le persone insieme al timore di perdere posizioni nella scala sociale, di cadere nella povertà endemica che connota milioni d’individui in Occidente. Invece di produrre conflitti a tutti livelli le persone interiorizzano questo stato di minorità facendone una condizione permanente. Boris Groys, uno dei più acuti studiosi d’estetica, in un seminario sul “capitalismo divino”, la nuova religione della vita quotidiana, per dirla con Marx, ha asserito che il capitalismo “è una società strutturata dall’assenza di capitale e nella quale ognuno aspetta l’investimento, ossia attende la grazia divina sotto forma di sponsorizzazione”. Tutti attenderebbero “il denaro necessario per diventare qualcos’altro” ( Il capitalismo divino, Mimesis). Questo sarebbe il risultato del nuovo capitalismo che ha asservito le persone al proprio potere in modo totale interiorizzando la condizione di dipendenza ben più dei sistemi economici e sociali del passato. Il fulcro sarebbe la relazione tra gli individui fondata sul credito e sul debito reciproco. Ma è davvero così, davvero tutto questo è l’effetto di un potere esterno, che riesce a ottenere una forma di coercizione volontaria e l’accettazione interiore delle sue regole generali?

6dic/170

15° Rapporto sui Diritti Globali

L’introduzione al 15° Rapporto sui Diritti Globali del curatore, Sergio Segio (postato sul sito Diritti Globali il 27.11.17): “IL VECCHIO CHE AVANZA”

“”Le lezioni dimenticate della Storia
Senza l’ausilio costante della memoria il peggior passato è destinato a tornare. E lo sta facendo. Nazionalismo, razzismo, fascismo, guerre, persino minaccia atomica.
Non è servito, non è bastato il grido di coloro che, per vissuto e per responsabilità, si sono trovati a essere memoria e coscienza collettiva dell’Italia, dell’Europa e in generale dell’umanità intera: da Primo Levi per arrivare più recentemente a Stepháne Hessel, passando per tanti altri. Per lo più scomparsi e spesso dimenticati: il che contribuisce a spiegare e a rendere più pericolosa la perdita attuale di senso e di conoscenza della Storia. Non sono servite, non sono bastate le cifre tremende del secolo scorso, che gli inascoltati storici hanno provato a tramandare; come Marcello Flores, che ha ricordato come nel corso del Novecento «le persone uccise in atti di violenza di massa siano state tra i cento e i centocinquanta milioni». Cifra, di per sé già tremenda, che potrebbe arrivare addirittura a duecento milioni di morti, a seconda delle fonti e del tipo di conteggio utilizzato (ad esempio, includendo o meno le vittime delle carestie connesse e provocate dalle belligeranze). Le guerre avvenute nel Novecento assommano il 95% delle vittime degli eventi bellici degli ultimi tre secoli. Nel corso di esse è progressivamente cresciuta la percentuale dei civili uccisi, giunti al 50% nella Seconda guerra mondiale e al 90-95% nei conflitti più recenti (Tutta la violenza di un secolo, Feltrinelli, 2005). Complice la perdita di memoria e la scomparsa dei testimoni diretti, l’orrore non è però stato definitivamente archiviato nel nuovo millennio. I numeri delle vittime ora sono minori e più diluiti nello spazio e nel tempo ma, soprattutto, sono celati al nostro sguardo occidentale e alle nostre assopite coscienze. Le premesse di tragedie più ampie e generalizzate, per primo il virus del nazionalismo, sembrano perciò di nuovo diffondersi senza significative resistenze e sufficienti anticorpi.

5dic/170

Rapporto Censis, ‘l’Italia della ripresa e del rancore’

Dal  sito Diritti Globali 5.12.17: Angelo Zaccone Teodosi  (Presidente Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult)  “51° Rapporto Censis “sulla situazione del Paese”, il primo senza Giuseppe De Rita: interpretazioni contrastanti di uno scenario problematico. Un nuovo capitolo dedicato all’immaginario collettivo”

“”La presentazione del “Rapporto sulla situazione annuale del Paese” del Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) è da anni (anzi decenni) una sempre stimolante occasione di riflessione critica sulle dinamiche socio-economiche dell’Italia. Al di là della ritualità (non c’è dibattito o discussione di sorta, ed è un peccato veramente), che ricorda le relazioni annuali di istituzioni come l’Agcom o l’Istat (anche se è comunque apprezzabile, nell’ambito Censis, l’assenza di intervenienti politici), la sala del Parlamentino (sic) del Cnel è sempre affollata, ed è interessante osservare, con occhi da antropologo, la “sociologia” dei presenti: età media sui 60 anni, pochissime presenze femminili. Quest’anno, più che in passato, erano affollate le sale limitrofe e finanche al pian terreno della bella palazzina in stile liberty a viale Lubin. Un indubbio “tutto esaurito”, insomma. La presentazione di questa mattina ha registrato, per la prima volta, l’assenza del “padre fondatore”, ovvero di Giuseppe De Rita (che pure era stato annunciato nell’invito): forse per stanchezza, forse per noia… certo non per vecchiaia, perché è sì classe 1932, ma lo abbiamo visto all’opra anche recentemente, e con la vivacità intellettuale che lo caratterizza da sempre. Sul tavolo di presidenza del Parlamentino del Cnel, erano seduti, uno dei figli (ne ha ben 8, sei maschi e due femmine), il secondogenito Giorgio De Rita che del Censis è Segretario Generale, Tiziano Treu, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (famoso – tra l’altro – per la battuta “sono Presidente del Cnel, ma volevo cancellarlo”), e Massimiliano Valerii, Direttore del Censis.

27nov/170

Mappe. L’indagine. Cultura, religione, sicurezza gli stranieri fanno piu’ paura

Articolo di Ilvo Diamanti (Repubblica 27.11.17) “Negli ultimi mesi è cresciuta la diffidenza verso gli immigrati toccando i massimi degli ultimi vent’anni. Ma per più della metà degli italiani non ci sono pericoli”

“”Gli stranieri alle porte e dentro casa. Nostra. Sono divenuti un argomento di polemica quotidiana. Sul piano mediale e politico. Ne abbiamo seguito l’evoluzione costante, attraverso i sondaggi di Demos. Da quasi vent’anni. Perché l’attenzione e la tensione, sull’argomento, non finiscono mai. Gli immigrati: sollevano inquietudine come minaccia alla nostra sicurezza – personale e sociale. Ma anche verso la nostra cultura e alla nostra religione. In misura diversa. Perché la sicurezza e l’incolumità (ovviamente) preoccupano di più dell’identità. Tuttavia, in alcune fasi questi (ri)sentimenti si percepiscono con particolare intensità.  L’avevamo osservato alcune settimane fa, commentando una precedente indagine. Ma oggi questa sensazione si rileva in modo altrettanto evidente. Negli ultimi mesi, infatti, la paura degli “altri” è cresciuta. I timori per la nostra sicurezza hanno raggiunto il livello più elevato degli ultimi anni: il 43 per cento (quota di persone che manifestano grande preoccupazione in proposito). Approssimando la misura osservata nel 2000 e nel 2007. Mentre i timori suscitati dagli immigrati come minaccia all’identità (culturale e religiosa) oggi hanno toccato il 38 per cento. Cioè: il massimo grado di intensità rilevato negli ultimi vent’anni.

24nov/170

Non e’ lavoro, e’ sfruttamento

Articolo di Davide Villani (dal sito Sbilanciamoci, Newsletter n.538, 24.11.17. “Recensione del libro di Marta Fana “Non è lavoro è sfruttamento”, Laterza ,pagg 192, €14,00,. Il mantra da smontare: “meno intervento pubblico e più flessibilità del mercato del lavoro, uguale più crescita e prosperità”.

“”Il libro appena uscito di Marta Fana è una immersione nel mondo lavoro per raccontare vecchie e nuove figure professionali. È anche uno strumento necessario per la ricomposizione di un discorso alternativo a quello dell’ideologia dominante. La fine della storia è finita. Ultimamente, il numero di coloro che se ne sono accorti è in forte crescita. A livello globale sono molteplici i casi che dimostrano come siano in atto cambiamenti significativi nel dibattito pubblico. Abbiamo i Corbyn e i Sanders, che parlano esplicitamente di socialismo. Ci sono giornali e riviste come il New York Times e l’Economist che discutono l’attualità del pensiero marxista. L’Italia, invece, sembra latitare su questo fronte. Qui i mutamenti nei processi di produzione e consumo spesso sono stati importati senza un dibattito all’altezza di questi cambiamenti. Eppur qualcosa si muove. In questo contesto si inserisce Non è lavoro, è sfruttamento, il primo libro della ricercatrice Marta Fana.

22nov/170

«Grandangolo» Da oggi con il quotidiano i testi che hanno segnato la storia della letteratura italiana.

Articolo di Nuccio Ordine (Corriere 22.11.17) “La lezione eterna dei classici antidoto alla dittatura dell’utilitarismo. In tutto 35 uscite”

«Mi possiede una passione inestinguibile che sino a oggi non ho saputo né voluto frenare […]. Vuoi dunque sapere la mia malattia? Non so saziarmi di libri»: negli anni quaranta del Trecento, Francesco Petrarca indirizza una delle sue Familiari (III-18) all’amico Giovanni dell’Incisa. In questa famosa epistola il poeta descrive il suo amore per la lettura. Immergersi in un’opera di Platone o di Cicerone significa avere lo stimolo a conoscere altri autori («A chi legge non offrono solo se stessi, ma suggeriscono anche il nome di altri e ne stimolano il desiderio») e soprattutto a godere di un piacere «molto profondo» che è ben più pregiato del «piacere muto e superficiale» ricavato «dall’oro, dall’argento, dalle pietre preziose, dalle vesti di porpora, dai palazzi di marmo». Perché «i libri ci parlano, ci danno consigli» e «vivono insieme a noi con una loro viva e penetrante familiarità». Il commovente amore per i libri di Petrarca trova quasi due secoli dopo un’ulteriore testimonianza in una lettera di un altro illustre fiorentino: il 10 dicembre del 1513 Niccolò Machiavelli descrive a Francesco Vettori la sua giornata-tipo nella residenza di Sant’Andrea. In esilio, il nostro Segretario divide il suo tempo tra l’osteria — dove, in compagnia di un «oste, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai», si dedica al gioco con «mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose» — e il suo scrittoio. Qui, a sera, Machiavelli si spoglia della «veste cotidiana» e, indossando «panni reali e curiali», discute con gli «antichi uomini». Non si vergogna «di parlare con loro» e di interrogarli sulla «ragione delle loro azioni». E mentre «quelli per la loro umanità rispondono», il Segretario fiorentino non sente «per 4 ore di tempo alcuna noia» («sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi trasferisco in loro»). Leggendo i classici, insomma, Machiavelli si pasce di «quel cibo, che solum è mio, e che io nacqui per lui».

18nov/170

Un male corrode la democrazia lo chiamano “lupaggine”

Articolo di Liana Milella “Repubblica 18.11.17 “Gherardo Colombo e Gustavo Zagrebelsky definiscono in questo modo la corruzione in “Il legno storto della giustizia”, un libro in forma di dialogo. Il libro “Il legno storto della giustizia di Gherardo Colombo e Gustavo Zagrebelsky, Garzanti, pagg. 173, euro 16).

«Eretici». «Fuori linea ». «Sovversivi ». Da una parte il costituzionalista che preferisce essere chiamato solo “professore” sia che scriva di diritto, sia che fustighi duramente la politica, di destra e di sinistra, nelle sue dannose riforme. Dall’altra l’ex magistrato che ormai da dieci anni, dopo Mani pulite, percorre l’Italia spiegando ai ragazzi cos’è la Costituzione, convinto che da lì si debba partire per ristabilire la legalità. Gustavo Zagrebelsky e Gherardo Colombo insieme, in un botta-risposta disteso lungo un intero libro — Il legno storto della giustizia (Garzanti) — uniti da un comune punto di partenza, proprio quell’articolo della nostra Carta per cui tutti i cittadini «hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge ». Grande voglia di democrazia dunque, ma funestata da un super veleno, radicato, diffuso, una gramigna inestirpabile, la corruzione. Ve ne sono ormai tanti di libri che ne parlano, la descrivono, forniscono cifre, suggeriscono modelli, ipotizzano gli strumenti giusti per combatterla e sbarazzarsene. Ma la corruzione è lì, pronta a essere impietosamente svelata da un’indagine giudiziaria che puntualmente turba il pre e il post elezioni. Zagrebelsky e Colombo non hanno dubbi sulle ragioni della corruzione. Fotografano l’uomo «ingordo», colui che «riesce a impadronirsi del patrimonio di un altro e l’aggiunge al suo, così fa due, ed essendo cresciuto potrà mangiarne altri due, e così fa quattro, e poi otto, e poi sedici e così via». È il meccanismo della «lupaggine». È la voglia di potere. Di essere visibili e visti. Quella che fa dire alla gente che ti incontra «ti ho visto in televisione », come se quell’attimo di visibilità e notorietà potesse rappresentare una svolta, l’uscita dall’anonimato, già di per sé l’affermazione di un potere.

18nov/170

L’altro Galileo, scienza e arte

Articolo di Raffaella De Santis (Repubblica 18.11.17) “A Padova si inaugura oggi una mostra sul padre del metodo sperimentale: l’inventore, il letterato ma anche l’uomo che ha cambiato la visione dell’universo.Dipinti, video, oggetti e disegni in un viaggio lungo sette secoli Dopo di lui il cielo non fu più lo stesso, passammo dagli astrologi agli astronomi”
LEGGI DI SEGUITO articolo di Maurizio Ferraris, Docente di Filosofia Teoretica all’università di Torino “Se umanesimo, calcoli e web vanno a braccetto”

“”C’è stato un momento a partire dal quale il cielo non è stato più lo stesso. La Luna, i pianeti, la via Lattea, il Sole sono cambiati da quando Galileo Galilei ha puntato il suo cannocchiale in alto e li ha guardati in un altro modo. In quell’esatto momento il cielo è passato dagli astrologi agli astronomi, dalle narrazioni simboliche all’osservazione scientifica. A Padova si inaugura oggi una mostra interamente dedicata a Galileo Galilei, curata da Giovanni Carlo Federico Villa e Stefan Weppelmann (“Rivoluzione Galileo. L’arte incontra la scienza”, Palazzo del Monte di Pietà, fino al 18 marzo), che ha al centro proprio il rapporto tra uomo e universo. La mostra è un viaggio nella storia dell’arte su Galileo, scienziato e letterato, matematico e artista, amante degli astri e di Ariosto. Dice Villa: «Galilei è l’ultimo degli uomini del Rinascimento e il primo della modernità». L’ingresso è affidato ai versi di Primo Levi dedicati al Sidereus Nuncius di Galilei: «Ho visto Venere bicorne / Navigare soave nel sereno / Ho visto valli e monti sulla Luna / E Saturno trigemino / Io, Galileo, primo fra gli umani…».
Il Sidereus Nuncius, che aprirà lo scontro con la Chiesa, era stato pubblicato nel 1610. Galileo, allora professore di matematica a Padova, dove insegnò per 18 anni, era stato il primo ad osservare con un cannocchiale da lui costruito la Luna. Per un anno aveva puntato il suo strumento sul cielo, scoprendo, tra le altre cose, che la Luna aveva monti, valli, asprezze, che la rendevano simile alla Terra.

4nov/170

Clima, governo, religione: le chiavi di Voltaire per fare luce sull’infame enigma del mondo

Articolo di Ernesto Ferrero (Stampa 4.11.17) “La storia universale impegnò il filosofo per 40 anni: un’implacabile analisi di tutte le “fake news” dell’umanità”

“”Nel 1740 il quarantaquattrenne Voltaire, tonificato dai successi teatrali e dalle abili speculazioni finanziarie che hanno fatto di lui un uomo ricco, mette mano a una sua Sistina storiografica programmando la prima storia universale mai tentata. Va da Carlo Magno a Luigi XIV, con vaste scorribande nei secoli e millenni precedenti, sino ai tempi i cui i mari dominavano la Terra, e con un occhio speciale all’Oriente, patria delle arte e delle scienze, e di un pensiero religioso nonviolento e non oppressivo, immune dalle superstizioni che affliggono l’Europa. Si intitola Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni, ed è dedicato a Madame de Châtelet, l’amante in carica, esperta di chimica e fisica ma digiuna di storia. Vi lavorerà per quarant’anni con aggiornamenti e messe a punto (ben sette edizioni), consapevole di quanto sia difficile fare storia in assenza di documenti affidabili. Una storia da intendere come continua investigazione per rispondere ai problemi del presente.

4nov/170

Se vuoi goderti Pollock e Mondrian va’ al museo con il neuroscienziato

Articolo di Gabriele Beccaria (Stampa 4.11.17) “Un saggio esplora i rapporti tra pittura e meccanismi del cervello per capire come funzionano creatività e percezione del bello”

“”La prossima volta che entrate in un museo e scrutate un quadro pensate a una persona che, apparentemente, non c’entra nulla con l’arte e con l’ingombrante universo delle interpretazioni estetiche e filosofiche: il signore si chiama Eric Kandel ed è uno dei neuroscienziati più celebri al mondo, oltre che premio Nobel per la Medicina. Potrebbe essere lui ad accendere una scintilla e a schiudervi i segreti dell’arte astratta, rivelandovi perché Matisse vi attrae e Pollock un po’ meno. È questione di processi neuronali specifici, che, attivandosi, oltrepassano le logiche visive standard, spiega lui. Adesso, a 87 anni, li esplora in un territorio di confine, proibito ai più, dove i colleghi scienziati non si azzardano e dal quale i curatori d’arte preferiscono stare alla larga, e svela come l’ambiguità dell’arte basata sui concetti invece che sulle figure metta sottosopra i meccanisumi biologici-base: ci costringe a una faticosa – ma anche liberatoria – attività di interpretazione. E, così, a una creazione individuale che va oltre la creazione pittorica. Prendete il suo ultimo saggio, Arte e Neuroscienze, pubblicato da Raffaello Cortina, e fate un respiro: è possibile che a fine lettura colori, forme e correnti pittoriche vi appaiano un po’ diversi da prima.