Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

13giu/180

Internet e diritti. Eravamo persone ora siamo solo dati

Articolo di Michele Ainis (Repubblica 13.6.18) “Il valore umano viene stabilito da algoritmi che studiano le abitudini in Rete E questo ha dei riflessi anche sulla nostra identità, sul nostro senso di precarietà, sulla nostra psiche”

“”I neri d’America ridotti in schiavitù – diceva Tocqueville – non s’accorgevano della loro disgrazia: avevano assimilato i pensieri d’uno schiavo, e in genere ammiravano i propri tiranni più di quanto li odiassero. La nostra condizione non è troppo dissimile. Guardiamo alla Silicon Valley come a un Eldorado, un paradiso tecnologico. Siamo grati ai giganti della Rete per le opportunità sempre più allettanti che ci offrono. Usiamo ogni nuova diavoleria come un giocattolo, e guai a chi ce lo toglie dalle mani. Infine tutto questo Bengodi è gratis, non costa nulla. Ma non è affatto un regalo, casomai uno scippo. Lo scippatore ci svuota le tasche sia quando digitiamo qualcosa su un motore di ricerca, sia quando rimaniamo inerti: basta possedere un dispositivo mobile perché ci arrivi un consiglio non richiesto, la réclame d’un ristorante che si trova proprio sul nostro itinerario, il titolo del film proiettato nel cinema che stiamo oltrepassando. E dalle nostre tasche lo scippatore estrae di tutto, non soltanto i gusti di consumo: dati sanitari, opinioni politiche, predisposizione al rischio, inclinazioni sessuali, convinzioni religiose. Qualche esempio.

3lug/170

Asia e Pacifico. Una mentalita’ arretrata opprime l’India

L’opinione di uno scrittore indiano di Manu Joseph, LiveMint, India (Internazionale 30.6.17) “La cultura rurale porta con sé un bagaglio di disuguaglianza, oppressione e sessismo. E mette a rischio la battaglia per la modernità nel paese”

Di questi tempi il fascino per i contadini è molto diffuso tra le persone che non hanno a che fare con loro. Li vedono semplici e genuini, nobili come le verdure biologiche. Ricchi o poveri, maschi o femmine, di casta elevata o dalit, braccianti o latifondisti: sono tutti, indistintamente, contadini. E questa idea si è diffusa anche tra i contadini. A marzo un gruppo di tamil è andato a protestare a New Delhi indossando perizomi e ghirlande di teschi appartenenti, a quanto pare, a coltivatori morti suicidi. Tenevano tra i denti topi vivi e brandelli di serpenti per attirare l’attenzione del primo ministro e ottenere la possibilità di rinegoziare i prestiti. A nessun altro sarebbe stato concesso di presentarsi così, ma loro erano contadini. Se l’intera categoria non fosse identificata con l’immagine del contadino povero, sarebbe chiaro a tutti che i contadini sono i principali nemici della popolazione urbana. Sono gli imprenditori che trattano i loro prodotti con sostanze chimiche per farli sembrare freschi; i più ricchi tra loro non pagano le tasse; sono i più grandi consumatori di acqua potabile, assorbita per l’80 per cento dalla coltivazione di prodotti come il riso, per cui ricevono sussidi; pagano poco o nulla per l’energia che consumano. Ma i contadini sono nemici dei progressisti di città per un altro motivo: abitano nei villaggi. Gli abitanti di un villaggio hanno istinti tribali. Sopravvivono solo come parte di un gregge, per loro l’appartenenza è tutto. Devono difendere la casta, la gerarchia sociale e l’odio religioso, nonché la superiorità dell’uomo sulla donna. Possono anche essere oppressi, ma per chiunque si trovi sotto di loro sono degli oppressori. Considerano ordine sociale la “tradizione” e disordine civile la “libertà”. Per B.R. Ambedkar, intellettuale simbolo nella lotta contro le discriminazioni in India, la liberazione dei dalit implicava la loro emancipazione dal villaggio. Chi emigra in città, oggi come allora, non lo fa solo per motivi economici, ma anche perché cerca l’anonimato, vivendo l’identità come una maledizione. Solo che le città sono diventate le più grandi roccaforti del villaggio feudale. La gente di villaggio affolla il parlamento, le assemblee locali e gli organismi municipali; riempie gli uffici statali, gestisce imprese, vive nei ghetti più ricchi di Mumbai.

16apr/170

Referendum turco. Erdogan «di regno e di governo»

Articolo di Franco Cardini (Internazionale 16.4.17) “Si decide oggi, in via referendaria, se la Turchia manterrà l’assetto istituzionale di repubblica parlamentare scelto nel 1923 o se si trasformerà invece in repubblica presidenziale secondo gli auspici del reis Recep Tayyip Erdogan”

“”Ecco, per la repubblica turca, è il Grande Giorno. Si decide oggi, in via referendaria, se essa manterrà l’assetto istituzionale di repubblica parlamentare scelto nel 1923 o se si trasformerà invece in repubblica presidenziale secondo gli auspici del reis Recep Tayyip Erdogan. Per grandi linee e in estrema sintesi i cittadini turchi dovranno de approvare o respingere un “pacchetto” di 18 emendamenti alla Carta costituzionale del ’23.
Tra essi, sono di un qualche rilievo quello “garantista” che prevede la possibilità d’impeachment, quello vagamente demagogico e in fondo non necessariamente “autoritario” riguardo la riduzione dei membri dell’Assemblea Nazionale, quello decisamente indice di “discontinuità” secondo il quale saranno abolite le corti militari, presidio da sempre del “laicismo” kemalista. Ma i due emendamenti che qualificano in modo evidente la svolta sono quello che riguarda la durata del mandato presidenziale (due legislature, vale a dire un decennio, dopo le prossime elezioni previste nel ’19) e quello che concerne l’abolizione della carica di primo ministro: il che vuol dire che Erdogan resterà alla guida del popolo turco fino alle elezioni del ’29. Resterà presidente indipendentemente dall’esito delle elezioni del ’19 e del ’24 (e ci resterà come capo del suo partito, dato che un altro emendamento prevede che il presidente non sia tenuto ad abbandonare lo schieramento dal quale proviene: che non debba più essere quindi almeno formalmente super partes). Il suo sarà effettivamente un potere, diciamo così, di “regno e di governo”, secondo il modello americano anziché secondo quello francese o tedesco, che prevedono rispettivamente un primo ministro o un cancelliere che affianchi il capo dello stato esercitando le funzioni di capo del governo.

6mar/170

Citazioni: Michel Foucault

“”L’uomo occidentale ha appreso nei corso dei millenni ciò che nessun greco avrebbe mai accettato di riconoscere: considerarsi una pecora tra le pecore. Per  millenni, ha imparato a chiedere la salvezza a un pastore che si sacrifica per lui”"

(Michel Foucault – Sicurezza, territorio, popolazione)

20nov/160

Per capire globalizzazione, finanziarizzazione e poteri reali antidemocratici

Da Le Monde Diplomatique (novembre ’03): “Gli opachi poteri della Trilaterale” di Olivier Boiral

“”Nel luglio 1973, in mondo allora bipolare, David Rockefeller lancia la Commissione trilaterale, che segnerà il punto di partenza della guerra ideologica moderna. Meno mediatizzata del forum di Davos, la Trilaterale è molto attiva, attraverso una rete di influenze dalle molteplici ramificazioni.
Trent’anni fa, nel luglio 1973, su iniziativa di David Rockefeller, figura di spicco del capitalismo americano, nasceva la Commissione trilaterale. Cenacolo dell’élite politica ed economica internazionale, questo circolo chiusissimo e sempre attivo formato da alti dirigenti ha suscitato, soprattutto ai suoi inizi, molte controversie (1). All’epoca, la Commissione si prefiggeva di diventare un organo privato di concertazione e orientamento della politica internazionale dei paesi della triade (Stati uniti, Europa, Giappone). L’atto costitutivo spiega: «Basata sull’analisi delle più rilevanti questioni con cui si confrontano l’America e il Giappone, la Commissione si sforza di sviluppare proposte pratiche per un’azione congiunta. I membri della Commissione comprendono più di 200 insigni cittadini impegnati in settori diversi e provenienti dalle tre regioni».
La creazione di questa organizzazione opaca in cui a porte chiuse e al riparo da qualsiasi intromissione mediatica si ritrovano fianco a fianco dirigenti di multinazionali, banchieri, uomini politici, esperti di politica internazionale e universitari, coincideva all’epoca con un periodo di incertezza e turbolenza della politica mondiale. La direzione dell’economia internazionale sembrava sfuggire alle élite dei paesi ricchi, le forze di sinistra apparivano potenti, soprattutto in Europa, e la crescente interdipendenza delle questioni economiche chiamava le grandi potenze a una cooperazione più stretta. Rapidamente, la Commissione trilaterale si impone come uno dei principali strumenti di questa concertazione, attenta al tempo stesso a proteggere gli interessi delle multinazionali e a «chiarire» attraverso le proprie analisi le decisioni dei dirigenti politici.
Come i re filosofi della città platonica, che contemplavano il mondo delle idee per infondere la loro trascendente saggezza nella gestione degli affari terrestri, l’élite che si riunisce all’interno di questa istituzione molto poco democratica si adopera nel definire i criteri di un «buon governo» internazionale.

4set/160

Erdogan cala il sipario

Articolo di Chiara Cruciati (manifesto 4.9.16) “Turchia. Censura, autarchia teatrale, pensiero unico: le epurazioni non risparmiano arte e accademia. I settori che definiscono la narrativa nazionale oggi dirottati dalla propaganda di Stato: attori cacciati, registi sospesi, giornalisti in manette e professori licenziati. Ankara non arretra nemmeno in Siria: aperto un nuovo fronte a ovest, artiglieria e carri armati a 50 chilometri da Aleppo”

“”Tutto si può dire del presidente turco Erdogan tranne che non sia un uomo meticoloso. Tanto pignolo che la campagna di purghe di massa colpisce anche i morti. Non solo i militari deceduti nel tentato golpe del 15 luglio, seppelliti nel “cimitero dei traditori” e destinati alla gogna eterna, ma anche gente spirata qualche secolo prima del putsch. Nelle liste di proscrizione delle autorità turche è finita la drammaturgia mondiale: Shakespeare, Chekhov e Brecht. Accanto a loro, un intellettuale vivo e vegeto, premio Nobel per la Letteratura, Dario Fo. La Dt, Direzione delle imprese nazionali di teatro, ha cancellato dai cartelloni della stagione teatrale che si aprirà tra un mese esatto tutte le opere dei quattro autori.

2ago/160

La solitudine delle masse

Articolo di Furio Colombo (Fatto 1.8.16)

“”Ci sono tre parole chiave: massa, folla e persone. Tre storie di abbandono. Le persone sono state lasciate sole alle loro paure e alla loro inadeguatezza sia di fronte al pericolo che di fronte alla autorità che dovrebbe proteggere dal pericolo. È indecente che nessuno abbia pensato che le nuove procedure, nei confronti di un Paese non più europeo, avrebbero rallentato in modo inimmaginabile il passaggio di Dover, che è di nuovo una frontiera fra Regno Unito e Francia. E la mancanza di aiuti ai condannati all’attesa di decine di ore, dimostra la facilità di creare e aggravare situazioni di emergenza. L’uso della folla da parte di Erdogan è da teatro dei burattini.

13apr/160

Quelli che tra il Duce e la Resistenza aspettavano che passasse la “nuttata”

Articolo di Giovanni De Luna (Stampa 13.4.16) “Un libro di Carlo Greppi apre squarci di luce sulla “zona grigia” e le sue strategie”

“”Arriva la polizia e si porta via il vostro vicino. Può essere un ebreo, un partigiano, uno qualunque. Vi siete mai chiesti cosa avreste fatto se, tra il 1943 e il 1945, nell’Italia occupata dai tedeschi, vi foste trovati anche voi in una situazione di questo tipo? Avreste applaudito ai carnefici? Cercato di aiutare le vittime? O avreste «guardato», scrutato da una finestra, aspettando la fine della guerra convinti che il vostro ruolo sarebbe stato sempre e comunque quello di «spettatori»?

La ricerca dell’anonimato In quei due anni, milioni di persone hanno vissuto aspettando che la «nuttata» passasse, schiacciate tra il consenso e la paura, tra il coraggio e la vergogna di «vivere tempi che sarebbero stati giudicati». Sono gli uomini e le donne che popolano una zona grigia sospesa tra le vittime e i carnefici; un pezzo di umanità che è certamente esistita ma che, dal punto di vista storiografico, ha assunto i contorni incerti di una nebulosa difficile da decifrare.

30nov/150

LIBERA NOS DOMINE

Testo della canzone di Francesco Guccini:

“”Da morte nera e secca, da morte innaturale,
da morte prematura, da morte industriale,
per mano poliziotta, di pazzo generale,
diossina o colorante, da incidente stradale,
dalle palle vaganti d’ ogni tipo e ideale,
da tutti questi insieme e da ogni altro male,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Da tutti gli imbecilli d’ ogni razza e colore,
dai sacri sanfedisti e da quel loro odore,
dai pazzi giacobini e dal loro bruciore,
da visionari e martiri dell’ odio e del terrore,
da chi ti paradisa dicendo “è per amore”,
dai manichei che ti urlano “o con noi o traditore!”,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Dai poveri di spirito e dagli intolleranti,
da falsi intellettuali, giornalisti ignoranti,
da eroi, navigatori, profeti, vati, santi,
dai sicuri di sé, presuntuosi e arroganti,
dal cinismo di molti, dalle voglie di tanti,
dall’egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Da te, dalle tue immagini e dalla tua paura,
dai preti d’ ogni credo, da ogni loro impostura,
da inferni e paradisi, da una vita futura,
da utopie per lenire questa morte sicura,
da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura,
da fedeli invasati d’ ogni tipo e natura,
libera, libera, libera, libera nos Domine,
libera, libera, libera, libera nos Domine”"

16nov/150

Nati con la «camicia nera». Nel Dna italiano l’ombra del Duce

Articolo di Antonio Carioti (Corriere 16.11.15) sul libro ““A noi!”, Rizzoli, di Tommaso Cerno che collega i difetti del Paese agli errori della stagione mussoliniana. “

“”«Quelli che… Mussolini è dentro di noi » cantava Enzo Jannacci, esprimendo con l’immediatezza folgorante dell’artista l’idea che il fascismo avesse lasciato un’eredità profonda nella mentalità e nei comportamenti del popolo italiano. La stessa tesi che Tommaso Cerno, studioso di storia e direttore del «Messaggero Veneto», argomenta con ampiezza nel libro A noi! , un tentativo di leggere l’Italia di oggi come una proiezione di quella che si prosternava (anche se non proprio tutta) ai piedi del Duce. Se gli italiani sono nati con la camicia, afferma l’autore nell’introduzione, si tratta senza dubbio di una camicia nera. Così il processo di crescente personalizzazione della politica, che si è avviato con la sbrigativa risolutezza di Craxi, poi ha trovato un interprete pirotecnico in Berlusconi e oggi produce la martellante comunicazione social di Matteo Renzi, le felpe colorate di Matteo Salvini e i diktat digitali di Beppe Grillo, viene visto da Cerno come una riproposizione più o meno aggiornata dello stile mussoliniano. Così come l’occupazione partitocratica della Rai richiamerebbe l’uso sapiente della radio e dei filmati Luce da parte del regime.