Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

28gen/19Off

Per il 58% serve un uomo solo al comando

Articolo di Ilvo Diamanti (Repubblica 28.1.19) “Gli italiani vogliono il leader forte piace la democrazia senza partiti. I più convinti della necessità di avere un leader forte sono gli elettori della Lega: oltre otto su 10. Poi seguono gli elettori di Forza Italia (76%).”

“”La “nostra” democrazia sta cambiando. Non da oggi. Ma, da qualche tempo, i segni del mutamento appaiono più evidenti. In Italia come (e più che) altrove. Mi riferisco, specificamente, alla democrazia “rappresentativa”. E, in particolare, al declino dei partiti. Il principale canale della rappresentanza. La “democrazia dei partiti”, che abbiamo conosciuto nel corso del dopoguerra, si è trasformata in “democrazia dei leader”. Anzitutto, perché i partiti si sono “personalizzati”. Soprattutto, a partire dagli anni Novanta, dopo il crollo della Prima Repubblica. E dei partiti che l’avevano accompagnata. La svolta, allora, venne segnata da Silvio Berlusconi. L’imprenditore dei media, presidente del Milan, che divenne imprenditore politico. Giusto 25 anni fa, nel 1994, “scese in campo”, mutuando tecniche e linguaggi dall’impresa e dal calcio. Fondò “Forza Italia” e denominò “azzurri” i suoi elettori. FI apparve subito un “partito personale” – come lo definì Mauro Calise. Ideologia, organizzazione, dirigenti: tutti espressi da Berlusconi. Riconducibili alla sua persona.

26gen/19Off

Urge la memoria del presente

Articolo di Fabrizio Tonello (manifesto 26.1.19)

“”Quando si istituiscono i «giorni della memoria» vuol forse dire che la memoria è scomparsa e che non si sa più di cosa si stia parlando? Sarebbe quindi meglio forse abolire subito la legge 211 del 2000? Quella che istituisce il 27 gennaio come data in cui ricordare la Shoah e le leggi razziali, prendendo atto che gli incontri, i concerti, i monumenti alle vittime delle violenze nazifasciste sono stati un fallimento? Domenica risuoneranno in tutta Italia i giusti appelli a «non dimenticare» ciò che accadde nel 1933-45, mentre martedì scorso, vicino a Roma, è iniziato lo sgombero all’alba di una struttura abitativa, usando l’esercito. Separazione delle famiglie. Rifiuto di comunicare dove le vittime dell’operazione vengono deportate. Tutto normale, per gli organi di propaganda del regime nell’Italia del 2019, esattamente come il «mantenimento dell’ordine» nella Germania del 1936 sembrava un necessario accompagnamento delle scintillanti esibizioni degli atleti olimpici. Il problema non è che l’Italia di Salvini sia come la Germania di Hitler, ci mancherebbe: la questione è invece che la retorica del «male assoluto» ha nascosto le radici profonde, e la terribile normalità, della violenza contro i diversi.

22set/18Off

Ben Jelloun, i diciotto mesi all’inferno che non riuscii mai a confessare

Articolo di Maurizio Molinari (Stampa 22.9.18) “Da giovane fu incarcerato e torturato per avere partecipato a una manifestazione studentesca pacifica: lo scrittore marocchino racconta la “punizione” che gli ha segnato la vita (e un doloroso segreto)

“”Ogni scrittore ha almeno un segreto da raccontare e Tahar Ben Jelloun sfrutta l’occasione del suo ultimo libro, La punizione edito da La nave di Teseo, per descrivere l’esperienza di detenzione in Marocco nel 1965, sotto il regno di Hassan II. 135 pagine che accompagnano il lettore in un viaggio che richiama alla mente, in riedizione maghrebina, Il Castello di Kafka ovvero un universo di potere, silenzi e contraddizioni in cui l’unico fine è l’oppressione di chi ha la sventura di trovarsi in una sorta di inferno terreno. La storia, personale ed autobiografica, che l’autore racconta è una detenzione illegittima, la propria. Ben Jelloun, allora ventenne, ha semplicemente partecipato insieme ad altri ragazzi a una manifestazione studentesca, pacifica. Siamo nel Marocco degli Anni Sessanta in piena stagione di decolonizzazione, con i giovani contagiati dalle idee di libertà che arrivano dall’Europa e dall’Occidente, protagonisti di sogni destinati al più amaro dei fallimenti.

13giu/18Off

Internet e diritti. Eravamo persone ora siamo solo dati

Articolo di Michele Ainis (Repubblica 13.6.18) “Il valore umano viene stabilito da algoritmi che studiano le abitudini in Rete E questo ha dei riflessi anche sulla nostra identità, sul nostro senso di precarietà, sulla nostra psiche”

“”I neri d’America ridotti in schiavitù – diceva Tocqueville – non s’accorgevano della loro disgrazia: avevano assimilato i pensieri d’uno schiavo, e in genere ammiravano i propri tiranni più di quanto li odiassero. La nostra condizione non è troppo dissimile. Guardiamo alla Silicon Valley come a un Eldorado, un paradiso tecnologico. Siamo grati ai giganti della Rete per le opportunità sempre più allettanti che ci offrono. Usiamo ogni nuova diavoleria come un giocattolo, e guai a chi ce lo toglie dalle mani. Infine tutto questo Bengodi è gratis, non costa nulla. Ma non è affatto un regalo, casomai uno scippo. Lo scippatore ci svuota le tasche sia quando digitiamo qualcosa su un motore di ricerca, sia quando rimaniamo inerti: basta possedere un dispositivo mobile perché ci arrivi un consiglio non richiesto, la réclame d’un ristorante che si trova proprio sul nostro itinerario, il titolo del film proiettato nel cinema che stiamo oltrepassando. E dalle nostre tasche lo scippatore estrae di tutto, non soltanto i gusti di consumo: dati sanitari, opinioni politiche, predisposizione al rischio, inclinazioni sessuali, convinzioni religiose. Qualche esempio.

3lug/17Off

Asia e Pacifico. Una mentalita’ arretrata opprime l’India

L’opinione di uno scrittore indiano di Manu Joseph, LiveMint, India (Internazionale 30.6.17) “La cultura rurale porta con sé un bagaglio di disuguaglianza, oppressione e sessismo. E mette a rischio la battaglia per la modernità nel paese”

Di questi tempi il fascino per i contadini è molto diffuso tra le persone che non hanno a che fare con loro. Li vedono semplici e genuini, nobili come le verdure biologiche. Ricchi o poveri, maschi o femmine, di casta elevata o dalit, braccianti o latifondisti: sono tutti, indistintamente, contadini. E questa idea si è diffusa anche tra i contadini. A marzo un gruppo di tamil è andato a protestare a New Delhi indossando perizomi e ghirlande di teschi appartenenti, a quanto pare, a coltivatori morti suicidi. Tenevano tra i denti topi vivi e brandelli di serpenti per attirare l’attenzione del primo ministro e ottenere la possibilità di rinegoziare i prestiti. A nessun altro sarebbe stato concesso di presentarsi così, ma loro erano contadini. Se l’intera categoria non fosse identificata con l’immagine del contadino povero, sarebbe chiaro a tutti che i contadini sono i principali nemici della popolazione urbana. Sono gli imprenditori che trattano i loro prodotti con sostanze chimiche per farli sembrare freschi; i più ricchi tra loro non pagano le tasse; sono i più grandi consumatori di acqua potabile, assorbita per l’80 per cento dalla coltivazione di prodotti come il riso, per cui ricevono sussidi; pagano poco o nulla per l’energia che consumano. Ma i contadini sono nemici dei progressisti di città per un altro motivo: abitano nei villaggi. Gli abitanti di un villaggio hanno istinti tribali. Sopravvivono solo come parte di un gregge, per loro l’appartenenza è tutto. Devono difendere la casta, la gerarchia sociale e l’odio religioso, nonché la superiorità dell’uomo sulla donna. Possono anche essere oppressi, ma per chiunque si trovi sotto di loro sono degli oppressori. Considerano ordine sociale la “tradizione” e disordine civile la “libertà”. Per B.R. Ambedkar, intellettuale simbolo nella lotta contro le discriminazioni in India, la liberazione dei dalit implicava la loro emancipazione dal villaggio. Chi emigra in città, oggi come allora, non lo fa solo per motivi economici, ma anche perché cerca l’anonimato, vivendo l’identità come una maledizione. Solo che le città sono diventate le più grandi roccaforti del villaggio feudale. La gente di villaggio affolla il parlamento, le assemblee locali e gli organismi municipali; riempie gli uffici statali, gestisce imprese, vive nei ghetti più ricchi di Mumbai.

16apr/17Off

Referendum turco. Erdogan «di regno e di governo»

Articolo di Franco Cardini (Internazionale 16.4.17) “Si decide oggi, in via referendaria, se la Turchia manterrà l’assetto istituzionale di repubblica parlamentare scelto nel 1923 o se si trasformerà invece in repubblica presidenziale secondo gli auspici del reis Recep Tayyip Erdogan”

“”Ecco, per la repubblica turca, è il Grande Giorno. Si decide oggi, in via referendaria, se essa manterrà l’assetto istituzionale di repubblica parlamentare scelto nel 1923 o se si trasformerà invece in repubblica presidenziale secondo gli auspici del reis Recep Tayyip Erdogan. Per grandi linee e in estrema sintesi i cittadini turchi dovranno de approvare o respingere un “pacchetto” di 18 emendamenti alla Carta costituzionale del ’23.
Tra essi, sono di un qualche rilievo quello “garantista” che prevede la possibilità d’impeachment, quello vagamente demagogico e in fondo non necessariamente “autoritario” riguardo la riduzione dei membri dell’Assemblea Nazionale, quello decisamente indice di “discontinuità” secondo il quale saranno abolite le corti militari, presidio da sempre del “laicismo” kemalista. Ma i due emendamenti che qualificano in modo evidente la svolta sono quello che riguarda la durata del mandato presidenziale (due legislature, vale a dire un decennio, dopo le prossime elezioni previste nel ’19) e quello che concerne l’abolizione della carica di primo ministro: il che vuol dire che Erdogan resterà alla guida del popolo turco fino alle elezioni del ’29. Resterà presidente indipendentemente dall’esito delle elezioni del ’19 e del ’24 (e ci resterà come capo del suo partito, dato che un altro emendamento prevede che il presidente non sia tenuto ad abbandonare lo schieramento dal quale proviene: che non debba più essere quindi almeno formalmente super partes). Il suo sarà effettivamente un potere, diciamo così, di “regno e di governo”, secondo il modello americano anziché secondo quello francese o tedesco, che prevedono rispettivamente un primo ministro o un cancelliere che affianchi il capo dello stato esercitando le funzioni di capo del governo.

6mar/17Off

Citazioni: Michel Foucault

“”L’uomo occidentale ha appreso nei corso dei millenni ciò che nessun greco avrebbe mai accettato di riconoscere: considerarsi una pecora tra le pecore. Per  millenni, ha imparato a chiedere la salvezza a un pastore che si sacrifica per lui”"

(Michel Foucault – Sicurezza, territorio, popolazione)

20nov/16Off

Per capire globalizzazione, finanziarizzazione e poteri reali antidemocratici

Da Le Monde Diplomatique (novembre ’03): “Gli opachi poteri della Trilaterale” di Olivier Boiral

“”Nel luglio 1973, in mondo allora bipolare, David Rockefeller lancia la Commissione trilaterale, che segnerà il punto di partenza della guerra ideologica moderna. Meno mediatizzata del forum di Davos, la Trilaterale è molto attiva, attraverso una rete di influenze dalle molteplici ramificazioni.
Trent’anni fa, nel luglio 1973, su iniziativa di David Rockefeller, figura di spicco del capitalismo americano, nasceva la Commissione trilaterale. Cenacolo dell’élite politica ed economica internazionale, questo circolo chiusissimo e sempre attivo formato da alti dirigenti ha suscitato, soprattutto ai suoi inizi, molte controversie (1). All’epoca, la Commissione si prefiggeva di diventare un organo privato di concertazione e orientamento della politica internazionale dei paesi della triade (Stati uniti, Europa, Giappone). L’atto costitutivo spiega: «Basata sull’analisi delle più rilevanti questioni con cui si confrontano l’America e il Giappone, la Commissione si sforza di sviluppare proposte pratiche per un’azione congiunta. I membri della Commissione comprendono più di 200 insigni cittadini impegnati in settori diversi e provenienti dalle tre regioni».
La creazione di questa organizzazione opaca in cui a porte chiuse e al riparo da qualsiasi intromissione mediatica si ritrovano fianco a fianco dirigenti di multinazionali, banchieri, uomini politici, esperti di politica internazionale e universitari, coincideva all’epoca con un periodo di incertezza e turbolenza della politica mondiale. La direzione dell’economia internazionale sembrava sfuggire alle élite dei paesi ricchi, le forze di sinistra apparivano potenti, soprattutto in Europa, e la crescente interdipendenza delle questioni economiche chiamava le grandi potenze a una cooperazione più stretta. Rapidamente, la Commissione trilaterale si impone come uno dei principali strumenti di questa concertazione, attenta al tempo stesso a proteggere gli interessi delle multinazionali e a «chiarire» attraverso le proprie analisi le decisioni dei dirigenti politici.
Come i re filosofi della città platonica, che contemplavano il mondo delle idee per infondere la loro trascendente saggezza nella gestione degli affari terrestri, l’élite che si riunisce all’interno di questa istituzione molto poco democratica si adopera nel definire i criteri di un «buon governo» internazionale.

4set/16Off

Erdogan cala il sipario

Articolo di Chiara Cruciati (manifesto 4.9.16) “Turchia. Censura, autarchia teatrale, pensiero unico: le epurazioni non risparmiano arte e accademia. I settori che definiscono la narrativa nazionale oggi dirottati dalla propaganda di Stato: attori cacciati, registi sospesi, giornalisti in manette e professori licenziati. Ankara non arretra nemmeno in Siria: aperto un nuovo fronte a ovest, artiglieria e carri armati a 50 chilometri da Aleppo”

“”Tutto si può dire del presidente turco Erdogan tranne che non sia un uomo meticoloso. Tanto pignolo che la campagna di purghe di massa colpisce anche i morti. Non solo i militari deceduti nel tentato golpe del 15 luglio, seppelliti nel “cimitero dei traditori” e destinati alla gogna eterna, ma anche gente spirata qualche secolo prima del putsch. Nelle liste di proscrizione delle autorità turche è finita la drammaturgia mondiale: Shakespeare, Chekhov e Brecht. Accanto a loro, un intellettuale vivo e vegeto, premio Nobel per la Letteratura, Dario Fo. La Dt, Direzione delle imprese nazionali di teatro, ha cancellato dai cartelloni della stagione teatrale che si aprirà tra un mese esatto tutte le opere dei quattro autori.

2ago/16Off

La solitudine delle masse

Articolo di Furio Colombo (Fatto 1.8.16)

“”Ci sono tre parole chiave: massa, folla e persone. Tre storie di abbandono. Le persone sono state lasciate sole alle loro paure e alla loro inadeguatezza sia di fronte al pericolo che di fronte alla autorità che dovrebbe proteggere dal pericolo. È indecente che nessuno abbia pensato che le nuove procedure, nei confronti di un Paese non più europeo, avrebbero rallentato in modo inimmaginabile il passaggio di Dover, che è di nuovo una frontiera fra Regno Unito e Francia. E la mancanza di aiuti ai condannati all’attesa di decine di ore, dimostra la facilità di creare e aggravare situazioni di emergenza. L’uso della folla da parte di Erdogan è da teatro dei burattini.