Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

4ott/180

La disobbedienza generosa di Lucano

Due articoli sulla disobbedienza del sinfaco di Riace   LEGGI DI SEGUITO

“La disobbedienza generosa di Lucano” di Tomaso Montanari
(Fatto 4.10.18)

“”Ho un amico senegalese, arrivato in Italia sei anni fa: è un clandestino. Lavora: fa il falegname. Ha un ruolo nella nostra società: a cui non nuoce in nulla, anzi alla quale giova moltissimo, con la sua dedizione, con la qualità del suo lavoro, con la sua onestà. Ma è un fantasma: uno schiavo del nostro sistema.
Ma con le leggi che ci siamo dati, non c’è modo di fargli avere un permesso di soggiorno, e chissà, un giorno la cittadinanza. Abbiamo chiuso tutte le strade: e non perché siano troppi, ché anzi ci servono (in tutti i sensi). No: per la “percezione dell’insicurezza” messa a reddito da una politica ridotta all’imprenditoria della paura. Ebbene, se io potessi organizzare un matrimonio combinato per dargli la cittadinanza, lo farei. Se, pur violando qualche norma, potessi affidargli un appalto pubblico per un lavoro che fosse in grado di fare bene, non ci penserei un momento. È quello che ha fatto Mimmo Lucano, su una scala così importante da essere diventato un modello e un riferimento internazionale. Ora Mimmo Lucano si difenderà in un processo, come tutti coloro che si trovano costretti a violare la legge perché quella legge è inumana, ingiusta, sbagliata. È una resistenza civile, una disobbedienza: e chi la pratica sa perfettamente che può essere chiamato a pagarne tutto intero il prezzo. Anche se vive in una terra, come la Locride, in cui certo le infrazioni della legge hanno altri moventi, e in cui un cittadino si potrebbe ingenuamente aspettare che la procura usasse tempo e soldi per perseguire altri reati. Ma il punto non è questo. Il punto è da che parte stare: e c’è un’Italia che sta con Mimmo Lucano, perché sente che l’unico modo di superare queste leggi è disobbedire, pagandone il prezzo. Chi la pensa così sa che dalla parte del sindaco di Riace c’è un alleato potente: che si chiama Costituzione della Repubblica italiana. Già: si può violare la legge, e però attuare la Costituzione.

1set/18Off

Il risveglio delle opposizioni. Umanita’ contro tribu’

Articolo di Nadia Urbinati (Repubblica 1.9.18)

“”Il risveglio dell’opposizione è avvenuto in piazza; non nei partiti, non in Parlamento. È avvenuto laddove nei momenti di crisi di legittimità generalmente avviene. Un’opposizione spontanea, pacifica e consapevole, quella che a Milano ha accolto Matteo Salvini e Viktor Orbán; il segno e forse il seme di una nuova forma di impegno partigiano. Nuova perché mobilitata in favore di un principio che dal 1945 credevamo un fatto assodato e non più di parte: quello di umanità. Essere partigiani di umanità segnala che ci troviamo in una condizione estrema, simile a quella di chi sta sul crinale di un dirupo e guarda giù, prefigurandosi il peggio.
Su questo crinale stanno due modelli di Paese e quindi di Europa. L’Italia e l’Europa sono nate dalla lotta di liberazione dal fascismo, nel nome del primo e fondamentale bene: la vita e la dignità, due termini che denotano un’unica e identica cosa, la condizione umana, premessa del vivere civile e politico. La patria delle libertà uguali è nella nostra Costituzione; l’altra, l’Europa, è stata una promessa e un impegno (purtroppo svilito) a creare le condizioni istituzionali e sociali per rendere le nostre democrazie durevoli nel tempo. Due patrie che sono nate insieme, e insieme possono cadere.

15mag/180

I fili spezzati dell’uguaglianza

Articolo di Gaetano Azzariti (manifesto 15.5.18) “Il pensiero di Stefano Rodotà, a partire dall’ultimo libro «Vivere la democrazia» e la sua lezione del 2017 presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, che ora costituisce un capitolo del volume «I beni comuni. L’inaspettata rinascita degli usi collettivi»”

“”Non viviamo tempi facili. L’improvvisazione sembra dominare la scena, nel campo delle politiche dei diritti si succedono le più diverse proposte. Un eclettismo che sta lacerando in particolare il campo del pensiero critico. Un punto di vista alternativo a quello dominante è ancora possibile, ma a condizione che sia espressione di una visione d’insieme coerente, che si regga su un’analisi critica del presente, che prospetti soluzioni di rottura basate su principi di fondo e non su esigenze del momento o tatticismi politici. Insomma, è necessario uscire dall’improvvisazione e ritrovare una bussola. Spegnano allora i televisori e torniamo a leggere i libri. Alla ricerca di «pensieri forti», in grado di indicarci nuove vie da percorrere per non arrenderci al mesto presente. Non narrazioni fantastiche, pure illusioni, ma possibili modi per tornare a far «vivere la democrazia» e in essa riscoprire il valore dei «beni comuni». E proprio ai temi indicati sono dedicate le ultime riflessioni di Stefano Rodotà, ora pubblicate in due libri postumi.

12mag/180

Con i migranti attraverso le Alpi dove muore l’Europa dei diritti

Articolo di Domenico Quirico (Stampa 12.5.18)

“”Volete vedere morire l’Europa, quella che ci ha magnificamente illuso con i diritti, i bei discorsi pieni di vento, le cui frontiere invisibili sconfinavano infinitamente oltre quelle della Unione visibile? Vi faccio da guida. Il viaggio è breve: stazione di Torino Porta Nuova, binario venti, dove partono i treni locali per la val di Susa, sì proprio quella dei No Tav, poi da Oulx in autobus salite a Claviere e, a piedi, al Monginevro per poi scendere a Briançon. Scoprirete un’Europa che non conoscete: nel terzo millennio lo scandalo di bambini e donne incinte che strisciano, di notte, tra la neve, verso frontiere inesorabili; e città dove poliziotti danno la caccia nelle strade ai neri; monti dove milizie di razzisti strafottenti, ramazzate in mezzo continente, si danno, sotto le telecamere, alle «ratonnades», le cacce ai topi dell’età di Vichy. E poi consegnano le loro prede a uno Stato, la Francia, connivente e grato.
Preparatevi. È un posto, questo, dove accettiamo, in modo ipocrita, l’orrenda divisione degli uomini che fomenta il dolore e lo rende senza pietà. Abbiamo chiesto al mondo dei fuggiaschi dai fanatismi, dalle povertà bibliche, di essere amati. Abbiamo gridato: qualsiasi cosa noi abbiamo commesso in passato, resterà tuttavia quello che abbiamo dato al mondo che perorerà sempre in nostro favore. Ma non serve a nulla essere amati: perché non siamo noi a esserlo. Si tratta sempre di qualcuno che non siamo.

4apr/180

Processo Cappato / Dj Fabo: Il governo parte civile sulla costituzionalita’ dell’articolo 580

Tre articoli sulla decisione del governo a favore della costituzionalità dell’articolo 580 rinviato alla Consulta dalla Corte d’Assise di Milano (processo Cappato / Dj Fabo)   LEGGI DI SEGUITO

Articolo di Chiara Saraceno (Repubblica 4.4.18) Il governo e la legge. Sul suicidio nessuna confusione

“”Istigare” al suicidio e “aiutare” chi, gravemente malato, vuole fortemente porre fine alle proprie sofferenze considerando la propria vita ormai intollerabile, non sono la stessa cosa. Il primo è un comportamento odioso, violento, da prevenire e punire, tanto più quando è esplicito, intenzionale, e non l’esito di atti di bullismo stupidi e cattivi, ma che non miravano a far suicidare la vittima. Il secondo è un atto di amicizia e amore, una forma di accompagnamento all’atto ultimo di libertà di una persona che si rispetta, di cui si accettano le decisioni anche quando non le si condividono, prendendosi pure la responsabilità di fare in modo che si compiano secondo le intenzioni di chi, appunto, vuole porre fine alla propria vita ma non può farlo da solo a motivo proprio delle condizioni che gli hanno reso intollerabile vivere. Riguarda chi fornisce le informazioni necessarie, accompagna nei luoghi in cui si aiuta a morire, aiuta nelle diverse fasi la persona non più in grado di fare da sé, standole vicino fino all’ultimo, non lasciandola sola.

31mar/180

Per una biopolitica illuminista

Articolo di Roberto Esposito (Repubblica 31.3.18) sull’ultima lezione di Stefano Rodotà, ora pubblicata da Laterza

“”Per vivere occorre un’identità, ossia una dignità. Senza dignità l’identità è povera, diventa ambigua, può essere manipolata». Il nuovo libro, postumo, di Stefano Rodotà, Vivere la democrazia, appena pubblicato da Laterza, può essere letto come un ampio e appassionato commento a questa frase di Primo Levi. Tutti e tre i termini evocati da Levi — identità, dignità e vita — s’incrociano in una riflessione aperta ma anche problematica, che ha fatto di Rodotà uno dei maggiori analisti del nostro tempo. Composto da saggi non tutti rivisti dall’autore, scomparso lo scorso giugno nel pieno del suo lavoro, il libro ci restituisce il nucleo profondo di una ricerca che definire giuridica è allo stesso tempo esatto e riduttivo. Esatto perché il diritto costituisce l’orizzonte all’interno del quale Rodotà ha collocato il proprio lavoro. Riduttivo perché ha sempre riempito la propria elaborazione giuridica di contenuti storici, filosofici, antropologici che ne eccedono il linguaggio.

22mar/180

Cinquant’anni dal ’68 Guido Viale: dignita’ umana, la lezione attuale del ’68

Intervista a Guido Viale di Claudio Gallo (Stampa 22.3.18) “Il leader torinese di Lotta continua: “Una stagione in cui poveri e esclusi si sentirono meno emarginati. Per noi la politica era vivere in modo diverso. Oggi l’impegno è l’anti-razzismo””

“”È stato uno dei leader del ’68 e tra i fondatori di Lotta Continua. Guido Viale, 75 anni, sociologo, scrive saggi, si occupa di economia, modelli di sviluppo e ambiente. Gli chiediamo, cinquant’anni dopo, di spiegarci quella stagione che sembra ormai assorbita nella società dello spettacolo: è possibile darne una definizione minima che ricollochi il periodo nella storia?
«La domanda non corrisponde né alla mia esperienza personale né a quella di gruppo. Il ’68, con la sua dilatazione all’autunno caldo del ’69, è stato un movimento molto chiuso su se stesso, concentrato sulle cose che faceva e non sulla loro rappresentazione pubblica. L’idea che la società dello spettacolo si sia sviluppata da quella stagione è una sciocchezza che ha molti autorevoli sostenitori, come il filosofo Mario Perniola, morto da poco, che ha messo in un rapporto di continuità il ’68, cioè l’idea della fantasia al potere, con la cultura spettacolare del berlusconismo».
Il ’68, in particolare a Torino, è nato prima del ‘68. Come si è passati dalla protesta generalizzata all’azione politica?

1mar/180

“Ancora non possono dirsi “italiani”

Articolo di Michela Marzano (Repubblica 1.3.18) “I grandi assenti in un Paese che non sa sognare”

Diritti. Sarebbe bello che qualcuno ne parlasse, anche solo per ricordare come nel nostro Paese ancora non ci siamo. E che sono veramente tante le persone che aspettano che le proprie libertà fondamentali siano prese sul serio e riconosciute. Ci sono centinaia di giovani nati in Italia, che parlano la nostra lingua, hanno la nostra cultura e condividono i nostri valori, che ancora non possono dirsi “italiani”. Ci sono centinaia di bambini e di bambine che, solo perché vivono in famiglie composte da due uomini o due donne, non hanno ancora il diritto di godere degli stessi diritti di tutti gli altri bambini. Ci sono centinaia di uomini e di donne che, pur avendo moralmente il diritto di autodeterminarsi, non vedono la propria autonomia riconosciuta a livello giuridico quando si tratta di affrontare i delicati momenti dell’inizio o del fine vita. È come se, una volta chiuso il capitolo delle unioni civili e del testamento biologico nel corso della scorsa legislatura, i responsabili politici del nostro Paese avessero deciso che non ci fosse più bisogno di perdere tempo (o energie) con i diritti, e che fosse giunto il momento di occuparsi di altro.

24feb/180

Il decreto congelato sulla riforma delle carceri

Articolo di Susanna Marietti (coordinatrice nazionale Antigone, manifesto 24.2.18) “Uno dei contenuti di maggior rilievo del decreto non approvato definitivamente dal governo riguarda l’allargamento dell’accesso alle misure alternative”

“”Colpo di scena nella storia della tentata riforma carceraria. Al Consiglio dei ministri dello scorso giovedì ci si aspettava che si discutesse dell’unico decreto che aveva già ricevuto i pareri delle Commissioni competenti di Camera e Senato, per il quale i tempi di approvazione potevano essere vicinissimi anche nel caso – auspicabile – che il Governo non avesse voluto recepire del tutto tali pareri. Invece quel decreto non si è visto. Ne sono comparsi però altri tre, relativi a un numero inferiore di punti di delega, che a pochi giorni dal voto hanno appena cominciato il loro iter. Cosa ci perderemo se il primo decreto non vedrà una coraggiosa accelerazione?

21feb/180

Una veglia civile per la riforma del carcere

Articolo di Stefano Anastasia, Franco Corleone (manifesto 21.2.18) “Fuoriluogo. Siamo di fronte a un’occasione che non va perduta per rispondere alle condanne europee per trattamenti inumani e degradanti. Domani la parola al Consiglio dei ministri”

“”Il 20 dicembre scorso, proprio in questa rubrica, eravamo stati facili profeti nell’immaginare che il torbido periodo della campagna elettorale avrebbe alimentato un fuoco di fila contro la riforma dell’ordinamento penitenziario. Si erano già levate le proteste di alcuni sindacati di polizia contro la possibilità di garantire anche in Italia il diritto alla sessualità dei detenuti. Si sono aggiunte le trite litanie dei soliti imprenditori della paura sul rischio di una nuova legge salvadelinquenti. Grazie a improvvide audizioni, le Commissioni Giustizia hanno offerto alle forze della conservazione una tribuna per gettare veleno sulle minime ipotesi di revisione delle preclusioni in tema di benefici penitenziari e alternative al carcere. La proposta del Governo ridà ai magistrati qualche margine di maggiore responsabilità nella valutazione sui singoli casi, ma questa considerazione del ruolo della magistratura di sorveglianza fa paura ai Torquemada contemporanei, secondo i quali permessi e alternative andrebbero concessi solo a chi in carcere non dovrebbe proprio starci, mentre gli altri possono pure morirci.