Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

4dic/170

Contratto della Pubblica amministrazione: scatta il licenziamento per molestie sessuali in ufficio

Articolo di Corrado Zunino (Repubblica 4.12.17) “Giro di vite nella bozza del nuovo contratto per la Pubblica amministrazione Prima la sospensione, poi si rischierà il posto. S tessa pena per scambi di regali”

“”La questione molestie sessuali entra con forza nel contratto della Pubblica amministrazione, in via di approvazione. In un capitolo dedicato, all’interno del Codice disciplinare, si prevede la sospensione da undici giorni fino a sei mesi per chi « commette molestie a carattere sessuale». E il licenziamento immediato di fronte a una molestia « di particolare gravità » o per chi reitera il comportamento nei due anni successivi ( se c’è « recidiva di atti o comportamenti o molestie a carattere sessuale», si legge).
All’interno della bozza del Codice si leggono le sanzioni dettagliate previste per le condotte scorrette: si va dal semplice rimprovero verbale all’espulsione dal lavoro. Oggi, per le molestie, si prevede una più morbida sospensione fino a un massimo di dieci giorni per «atti e comportamenti anche di carattere sessuale che siano lesivi della dignità della persona». La lavoratrice che ha subito, ed è stata inserita nei percorsi di protezione relativi alla violenza di genere, ha diritto ad astenersi dal lavoro per un periodo di congedo di tre mesi. Il periodo è coperto dai contributi e il trattamento economico è lo stesso di quello previsto per il congedo di maternità. La dipendente ha diritto, ancora, alla trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale e può essere trasferita più facilmente « ad altra amministrazione pubblica » in un comune diverso da quello di residenza.

2dic/170

Il blocco della mobilita’ e le radici del rancore

Articolo di Dario Di Vico (Corriere 2.12.17)

“”Rancore e blocco della mobilità sociale. Nel giorno in cui l’Istat ha rivisto al ribasso di un decimale le stime del Pil per il terzo trimestre (+0,4% sul secondo e +1,7% su base annua) arriva dal Rapporto annuale del Censis, presentato per la prima volta da Giorgio De Rita, un potente segnale d’allarme. C’ è uno stretto nesso causale tra l’ascensore sociale che ha smesso di andare verso l’alto e il profondo sentimento di deprivazione che anima la nostra società, dice il Censis. E aggiunge: «Il blocco non è solo un dato oggettivo ma è anche un’atmosfera percepita, crea rabbia repressa che non riesce più a sfogare nemmeno lungo le linee del conflitto sociale tradizionale». L’ascensore fermo è anche una componente costitutiva «della psicologia dei millennials», permeata dalla convinzione che le opportunità di crescere socialmente sono poche. Sia sui padri che sui figli incombe il rischio della retromarcia sociale e così il rancore ha potuto/saputo mettere radici nella composizione sociale del Paese e nella sua psicologia collettiva tanto da diventare «un sottofondo emotivo continuamente sollecitato da imprenditorie politiche dedicate». Stando così le cose «non bastano gli appelli a parole per sciogliere i grumi rancorosi», deve entrare in gioco il fluidificante sociale per eccellenza. Ovvero la possibilità di migliorare effettivamente la propria condizione socio-economica, di realizzare i propri progetti di vita.

29nov/170

Stefano Rodota’, la dignita’ sociale dell’uomo

Gaetano Azzariti, Testo dell’intervento al convegno La vita prima delle regole – Idee ed esperienze di Stefano Rodotà tenutosi alla camera dei deputati lunedì 27 novembre (manifesto 29.11.17)

“”Alle origini della riscoperta della dignità – nel secondo dopoguerra – ci fu la reazione agli orrori che avevano portato non solo ad una guerra come tante altre del passato, ma ad una guerra di distruzione contro l’umanità, contro la stessa idea di umano: l’olocausto, Auschwitz, ma anche la bomba atomica avevano oltrepassato ogni limite. Per salvare l’umanità bisognava ricordarsi che non basta sopravvivere alle tragedie. Subito dopo la guerra, nel 1947, la Costituzione italiana fu la prima al mondo ad individuare nel principio di dignità la leva del riscatto. Ne fa esplicito riferimento in tre articoli, operando un gioco di rinvii di straordinario valore. L’anno successivo la dignità aprirà la Carta dei diritti dell’Onu. L’8 maggio del 1949 sarà la volta della legge fondamentale tedesca. Da allora nessuno ha più contestato il valore della dignità umana. Un successo, indubbiamente. Non si può però tacere che, spesso – e forse sempre più – è apparso anche un successo fatto più di parole che non di concrete azioni. Tant’è che – in seguito – persino delle guerre sono state dichiarate in nome della dignità di popoli offesi, contro altri popoli ritenuti indegni. Ciò è potuto accadere perché è prevalsa la retorica dei concetti sulle istanze materiali che questi stessi concetti vogliono tutelare. Il contributo straordinario di Stefano Rodotà credo sia stato quello di aver fornito una ricostruzione della dignità antiretorica e storicamente fondata. Sottolineo solo tre passaggi della sua riflessione che ritengo possano dare il senso della profondità del suo pensiero.

7nov/170

Gabanelli, le dimissioni e il virus dell’Agire Etico

Articolo di Mariangela Mianiti (manifesto 7.11.17) “Habemus Corpus. Le dimissioni in Italia sono cosa rara. Quelle della ex conduttrice di Report dalla Rai hanno in più, alcuni elementi che dovrebbero far vergognare chi sta attaccato alla poltrona pensando solo ai propri interessi di conservazione del posto”

“”Le dimissioni in Italia sono cosa rara. Quelle di Milena Gabanelli dalla Rai hanno in più, alcuni elementi che dovrebbero far vergognare chi sta attaccato alla poltrona pensando solo ai propri interessi di conservazione del posto, del potere e dello stipendio. Già è scandaloso che un’azienda come la Rai, pagata con il canone da tutti gli italiani intestatari di un contratto di elettricità, abbia tenuto per più di un anno a bagnomaria una delle sue giornaliste di punta che fa vera informazione. Se poi si pensa al palinsesto Rai, al fatto che lì ci sono quasi 1600 giornalisti, a quali e quanti programmi di approfondimento e di inchiesta sono prodotti, non c’è mica bisogno di aver frequentato la London School of Economics per capire che paghiamo tanto per ottenere il minimo. Dopo aver lasciato Report un anno fa, Milena Gabanelli aveva presentato alla Rai piani e proposte di vario genere. Un imprenditore o editore degno di questo nome le avrebbe dato credito perché, anche considerando solo l’aspetto commerciale e del capitale, bisogna essere masochisti a non investire su chi è bravo, ha idee e produce risultati. E invece che fanno questi? Le propongono di tornare al punto di partenza, ovvero condurre Report, proprio la trasmissione da lei ideata nel 1997 e che ha lasciato per desiderio di costruire altro.

24set/17Off

E il sole disse al vento: chi di noi e’ piu’ forte?

Articolo di Martha Nussbaum  (Sole 24.9.17) LEGGI DI SEGUITO POSTILLA DI ARMANDO MASSARENTI

 ”"In un breve apologo che risponde a questa domanda si riassume la leadership per Mandela: un addestramento virtuoso e paziente contro le tentazioni della rabbia e della vendetta. Negli scritti di Mandela non troviamo una teoria sistematica della non-rabbia, ma un’autoconsapevolezza umana di notevole profondità. (…) La rabbia porta a due strade, ciascuna delle quali racchiude un errore poco attraente. Il desiderio della rabbia che il male si ritorca sul reo è inutile, giacché la ritorsione non restituisce nulla a ciò che di buono è stato danneggiato; oppure, la rabbia rimane centrata sullo status relativo, nel qual caso può anche conseguire il suo scopo (relativa umiliazione), ma lo scopo stesso è del tutto indegno. Dimostrerò che Mandela arriva istintivamente alla stessa conclusione, in un modo condizionato dal suo lungo periodo di introspezione, che prevedeva l’esame di coscienza quotidiano, durante ventisette anni di prigione, un tempo che egli definisce estremamente produttivo per meditare sulla rabbia.

30ago/170

Ma i dimenticati sono ancora troppi

Articolo di Chiara Saraceno (Repubblica 30.8.17)

Con il completamento dell’ultimo passaggio, anche l’Italia avrà finalmente un embrione di reddito minimo per i poveri a livello nazionale. Per chi si batte da decenni — fin dalla prima Commissione povertà presieduta da Gorrieri nel 1986 — perché questo avvenisse, è sicuramente una buona notizia. L’esistenza di una rete di protezione di ultima istanza è un pezzo importante del sistema di welfare, che ne qualifica il carattere solidaristico e non solo di assicurazione contro i rischi. È anche importante che accanto al sostegno al reddito siano previste attività diversificate di integrazione sociale, che vedano coinvolti più attori locali: dalla formazione all’accompagnamento al lavoro, ai servizi di riabilitazione, al sostegno alla partecipazione sociale.

21ago/170

La “lezione olandese” per la lotta alla poverta’

Articolo di Chiara Bussi (Sole 21.8.17)

“”L’ultimo arrivato è il Reddito di inclusione, con le prime risorse che potranno essere erogate a partire da gennaio. In Francia, invece, il paracadute è aperto dal 2009 e si chiama «Revenu de solidarité active» a cui si è aggiunto più di recente il «Prime d’activité». In Olanda dal 2015 c’è il «Participation Act» che ha sostituito il Wwb dopo 11 anni di servizio: una “rete di sicurezza” ancora più stretta per offrire a ciascuno l’opportunità di «dare il proprio contributo alla società, con un lavoro regolare». In Germania si può percorrere un doppio binario optando per l’«Hartz IV» introdotto nel 2005 – destinato a chi è potenzialmente attivo e abbinato a un contributo sull’affitto (Wohngeld) – o per il «Sozialgeld» se non si è in grado di lavorare. In Spagna, la «Renta minima de insercion» è partita appena due anni fa. È un filo rosso che unisce le capitali europee: l’offensiva contro la povertà e per l’inclusione sociale. Nell’ultimo decennio i big dell’Unione hanno messo in campo, con tempi e formule diverse, sostegni al reddito delle famiglie in difficoltà. Per consentire alle fasce più deboli di raggiungere il livello di sussistenza e attenuare la portata dell’austerity imposta dalla crisi, con oltre 118 milioni di persone nei Ventotto oggi a rischio di povertà.
«Il Sole 24 Ore» ha messo a confronto i dispositivi dei cinque grandi d’Europa, tra convergenze e differenze. Il sistema più efficace? Andreas Peichl, direttore dell’Ifo Center for Business Cycle Analysis and Surveys, non ha dubbi: «Quello olandese, perché combina sussidi generosi con incentivi per tornare a essere autosufficienti».

6lug/170

Tortura “Niente da festeggiare il risultato e’ un pasticcio”

Annalisa Cuzzocrea intervista il giurista Vladimiro Zagrebelsky (Repubblica 6.7.17)

Vladimiro Zagrebelsky è stato giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo e dice scorato che no, quello raggiunto ieri in Parlamento non è un traguardo da festeggiare.
Cosa pensa della legge sulla tortura che il Parlamento è finalmente riuscito a varare? «Ho sentito espressioni di soddisfazione e quasi di orgoglio che ho trovato fuori luogo. Questa legge è stata approvata dopo trent’anni dall’impegno che l’Italia si era assunta ratificando la Convenzione dell’Onu contro la tortura. Nel frattempo, i giudici italiani e quelli internazionali hanno più volte identificato nel nostro Paese delitti di tortura che non sono stati puniti».
Il problema è il ritardo o anche il merito? «Il risultato è un pasticcio. La redazione della norma è tecnicamente criticabile, il che vuol dire che sarà difficile applicarla».
Perché?

29mag/170

Papa Francesco all’Ilva di Genova

Due articoli su Papa Francesco a Genova LEGGI DI SEGUITO

Articolo di Luca Kocci “Bagno di tute blu per il papa a Genova” (manifesto 28.5.17) «Licenziare, ricattare e delocalizzare è indegno e incostituzionale. Il nuovo capitalismo dà una veste morale alla diseguaglianza e rende il povero “un demeritevole”, e quindi un colpevole»

L’imprenditoria buona che crea lavoro dignitoso e quella «mercenaria» preoccupata solo del profitto. Il lavoro come «riscatto sociale» ma anche come arma di «ricatto». La ferita del lavoro nero, la piaga della disoccupazione. Il falso mito della «meritocrazia» usato come «legittimazione etica della disuguaglianza». Il lavoro «cattivo» che produce armi e violenta la natura.
È stato un discorso a 360 gradi sul tema del lavoro quello che ieri – mentre a Taormina era in corso il G7 su ambiente, economia e migrazioni – papa Francesco, in visita a Genova, ha tenuto all’Ilva di Cornigliano davanti alla folla osannante di operai metalmeccanici, rispondendo alle domande di quattro persone, accuratamente selezionate sulla base del principio dell’interclassismo, pilastro della dottrina sociale della Chiesa: un imprenditore, una sindacalista, un operaio, una disoccupata.

21mag/170

La rivincita dell’umano

Articoli di Piero Colaprico, Marco Revelli, Luca Fazio, Daniele Fiori (Repubblica, manifesto, Fatto 21.5.17)  LEGGI DI SEGUITO

Articolo di Piero Colaprico (Repubblica 21.5.17) “La marcia dei cenomila” “«A Milano il popolo dell’accoglienza: “Ponti, non muri. ”In piazza anche il presidente del Senato Grasso: “È italiano chi nasce e studia qui” Berlusconi: “Così si delegittimano gli agenti del blitz alla stazione”»

“”Ma dov’è stata tutta questa gente che è uscita, verrebbe da dire, da chissà quali catacombe? Dov’erano per esempio sino a ieri, con le loro bandiere con il leone giallo in campo rosso, che ricordano quelle dei leghisti veneti, i giovani dello Sri Lanka? Hanno i costumi tradizionali, c’è chi balla e chi sfila con le divise della scuola, a decine mostrano alcuni cartelli vagamente surreali: «Visitate il nostro paese», con le foto del mare. Dai Bastioni di Porta Venezia è talmente tanta la gente, e a occhio uno su due è straniero, che il corteo parte mezz’ora prima, alle 14. All’inizio ci sono 50mila persone, alla fine dal palco si dice che erano centomila, in effetti, siccome i telefonini funzionano come radio militari, si sentivano messaggi di questo genere: «Dove sei esattamente?». E le risposte stupiscono: «Ancora in piazza Repubblica?, ma noi siamo in piazza del Cannone, al Castello, ma com’è possibile?».
Il sindaco Giuseppe Sala ci ha visto giusto, nel voler rilanciare, in una Milano dove crescono gli investimenti immobiliari e la popolazione universitaria, la marcia pro-migranti di Barcellona. Lo descrivono a volte come un gelido manager, ma non ha detto no alla mamma, Stefania: «Sono orgogliosa, gliel’ho chiesto io di venire, ho 86 anni, ma capisco — dice — quando bisogna scendere in piazza». E così, chi sognava il flop, il «meno di diecimila persone », chi pontificava, «Milano non ha bisogno di manifestazioni, tanto si sa che Milano tradizionalmente accoglie», è stato sconfitto. C’è una Milano che non si nasconde e, almeno in parte, sa che può crescere sia con i cinesi che sfilano dietro al dragone giallo e sia con gli africani che portano a spalle un canotto. Marciano a venti metri di distanza gli scout in divisa e i «Sentinelli», il gruppo che sfila in rappresentanza delle famiglie non tradizionali. Arabe con il velo e messicani con il sombrero, borchie e crocifissi, mani di Fatima e cornetti. Ballano i peruviani e le peruviane, con costumi teatrali, rigidamente separati, comandati gli uni da un uomo e le altre da una donna con un fischietto. Si capisce immediatamente che la giornata — vale la pena di sprecare un aggettivo retorico — può essere «epocale», nel senso che questo 20 maggio contrassegna un’epoca, la nostra, ed erano anni che non si vedevano così tante persone, bambini compresi, come quelli della scuola Palmieri, i più allegri con un gigantesco telo arcobaleno, alzare la voce. E manifestare per «un’Europa che accoglie», slogan che allineano le bulgare con i fiori tra i capelli e il ragazzo con la maglietta «Non sono straniero, sono stranero».