Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

11nov/180

No al ddl Pillon. Da Bolzano a Lecce la protesta femminista nelle piazze

Articolo di Shendi Veli (manifesto 11.11.18) “Diritti. La piazza romana preceduta dal flash mob di Non Una di Meno in Campidoglio. «Ci volete ancelle ci avrete ribelli» come nella celebre serie tv in cui le donne ridotte a macchine da riproduzione si alleano nella rivolta””

“”È un messaggio chiaro quello emerso ieri da oltre 60 piazze italiane. Da Bolzano a Lecce, passando per Roma, Milano, Napoli, ma anche in tanti piccoli centri, come Imperia, Viareggio, Brindisi, Orvieto. Il ddl Pillon incontra l”opposizione non solo degli spazi femministi, ma di un ampio fronte di soggetti politici e sociali. La giornata, convocata dalla rete dei centri anti-violenza D.i.Re, era stata preceduta da una petizione online che ha già superato le 100.000 firme. L’obiettivo condiviso è il ritiro immediato del disegno di legge 735 che si trova attualmente in commissione Giustizia del Senato. La proposta, tra le altre cose, introduce l’affido condiviso ed elimina l’assegno di mantenimento per come è stato fin ora contemplato.
LA GIORNATA DI MOBILITAZIONE è iniziata da Roma. Sono le dieci di mattina quando nei pressi del Colosseo una lunga fila di donne, vestite di rosso, cammina silenziosa suscitando la curiosità dei passanti. «Portiamo la tunica rossa e la cuffia bianca simbolo del potere politico, clericale ed economico che tenta di allungare le mani sulle nostre vite, i nostri corpi e le nostre scelte.

15ott/180

Una vergogna chiamata Pillon

Articolo di Stefania Pellegrini, Professoressa Associata in Sociologia del diritto, Università di Bologna (espresso 10.10.18) “Il disegno di legge sull’affido dei figli si accanisce sui più deboli: i bambini e le donne. Riservando privilegi ai benestanti”

Una vergogna chiamata Pillon Risulta piuttosto bizzarro trovare citata nella relazione illustrativa del disegno di legge Pillon una frase di Arturo Carlo Jemolo in cui la famiglia viene definitiva come «un’isola che il diritto può solo lambire», quando tutto il disegno di legge è improntato su di una regolamentazione rigida e standardizzata di uno dei momenti più delicati della vita familiare come quella della fine del rapporto coniugale. I 24 articoli del testo sono un crescendo di imposizioni indirizzate a limitare la libertà decisionale degli ex coniugi rispetto a quanto riguarda la gestione dei propri figli, relegati a una posizione passiva e declassati nella tutela dei loro diritti che il legislatore del 1975 aveva posto al centro della normativa della famiglia definita per appunto puerocentrica. Benché il testo sia stato presentato come un intervento finalizzato a esaltare il concetto della co-genitorialità in una prospettiva paritaria nei tempi e nelle modalità di accudimento dei figli, all’atto pratico si rivela uno strumento eversivo dei principi che hanno guidato il legislatore e in netta contraddizione rispetto a quanto affermato dagli studi più accreditati sul trattamento del conflitto familiare. La gestione della separazione coniugale viene delegata a soggetti terzi senza alcuna valutazione rispetto alla peculiarità che ogni vicenda mostra. Non si riconosce dignità a una delle esperienze più dolorose e traumatiche, in cui ciascuno scopre nell’altro un altro uomo e un’altra donna. Tutto questo provoca un dolore radicale. La separazione è accompagnata da una molteplicità di emozioni che vengono raramente compresi dall’ambiente familiare, dove rischiano di sfociare in rabbia, cattiveria e altri atteggiamenti distruttivi a discapito in primo luogo dei figli.

12ott/180

Il boicottaggio dei medici all’aborto con la pillola

Articolo di Michele Bocci (Repubblica 12.10.18) “Ru486 mai usata in decine di ospedali. “I ginecologi scelgono la chirurgia perché più semplice””

“”Dallo zero al 40, 60, 80 per cento nell’arco di poche decine di chilometri. Da una ginecologia in cui la pillola abortiva non viene nemmeno presa in considerazione a un’altra dove l’interruzione di gravidanza farmacologica supera di gran lunga quella chirurgica. La schizofrenia sanitaria del nostro Paese raggiunge livelli altissimi quando si tratta della Ru486, il farmaco più osteggiato d’Italia nel primo decennio del 2000. Oggi è entrato nella pratica clinica quotidiana di una parte degli ospedali, mentre in un’altra resta del tutto inutilizzato, soprattutto per volontà dei ginecologi.
A leggere i dati emerge chiaramente che non possono essere motivi clinici a spingere così tanti reparti a non prescrivere, o prescrivere, pochissimo la Ru486. La sua sicurezza ed efficacia, infatti, sono attestate proprio da quello che succede nelle molte unità operative che somministrano il medicinale senza problemi a centinaia di donne da quasi dieci anni.

12ott/180

Figli per la patria, gli antiabortisti e il governo amico

Articolo di Lea Melandri (manifesto 12.10.18) “Aborto. Madre-patria, o meglio, Matria: quanto può giocare ancora questa esaltazione immaginativa nel coprire, agli occhi stessi delle donne, la violenza del patriarcato?”


Il 12 maggio 2013 ci fu la la terza “marcia per la vita”, benedetta dal papa come «un’occasione di difesa della vita e di lotta contro l’ingiustizia della Legge 194». Ritornava l’ossessione della cultura maschile più conservatrice, fatta propria purtroppo anche dalle donne. Non si osava toccare la legge, ma si raccoglievano firme per provvedimenti a livello europeo. Non si diceva che le donne sono delle assassine, ma lo si lasciava intendere.Ci voleva la svolta operata dal nuovo governo perché tornassero in campo, arroganti, vigorose e soprattutto più esplicite che in passato, le voci degli antiabortisti, dei difensori della famiglia “naturale” e della funzione materna della donna. A legittimarle, come se non bastassero i ruoli istituzionali di alcuni protagonisti di questa ondata di fustigatori della libertà femminile e delle nuove forme che ha preso la vita intima, è intervenuto ancora una volta il Papa nel discorso ai fedeli il 10 ottobre in piazza San Pietro: «Interrompere una gravidanza è come fare fuori uno (…) è come affittare un sicario per risolvere un problema». Le dichiarazioni del ministro della Famiglia, Fontana, come quelle del senatore della Lega, Pillon, promotore del Ddl sull’”affido condiviso”, attualmente in esame al senato, sono note, così come la mozione approvata dal consiglio di amministrazione di Verona «per la prevenzione dell’aborto», con cui si decide di finanziare «le associazioni cattoliche che hanno l’obiettivo di promuovere iniziative contro l’aborto». Se la sequenza, pressoché quotidiana, dei femminicidi ha potuto ancora una volta passare in cronaca ed eclissare il rilievo culturale e politico che ha la violenza maschile contro le donne, rispetto ad altri fenomeni visti come “emergenze” – il respingimento dei migranti, l’odio per lo straniero, le aggressioni di matrice fascista – la rapidità con cui si sta allargando in Italia, come in altri Stati, la campagna contro l’aborto non può far passare in secondo piano i legami che ci sono sempre stati tra il sessismo, il razzismo, le ideologie di patria e nazione.

8ott/180

Tentazioni illiberali sull’aborto

Articolo di Vladimiro Zagrebelsky (Stampa 8.10.18)

“”La mozione approvata dal Consiglio comunale di Verona su una proposta leghista e con il voto favorevole della capogruppo Pd in tema di aborto ha dato spazio all’abituale, insopportabile schieramento di opposte tifoserie, pronte ad alterare i fatti pur di sostenere i propri slogan radicali e semplicistici. Sempre più raramente ormai, anche su temi complessi e delicati come è certo quello dell’interruzione di gravidanza, si sente argomentare riconoscendo che esistono ragioni contrapposte, che occorre trovare un accomodamento ragionevole, che i concreti fatti della vita sono vari e richiedono risposte adatte e diverse. Da una parte si è sentito dire che la legge n.194 del 1978 avrebbe finalmente riconosciuto la libertà della donna di abortire e dall’altra si è detto che ogni aborto è un crimine, un omicidio. Ma né il documento veronese, né, soprattutto, la legge e la Costituzione danno sostegno all’una o all’altra affermazione. La legge non riconosce un diritto all’aborto nel senso che si tratti di una libertà della donna. La legge nega che l’aborto possa essere mezzo per il controllo delle nascite e impegna lo Stato, le Regioni e gli enti locali a sviluppare i servizi socio-sanitari e ad assumere iniziative per evitare che l’aborto sia usato al fine di limitare le nascite. Con questa premessa, la legge poi prevede condizioni e procedure per consentire entro i primi novanta giorni l’interruzione di una gravidanza che comporti un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna, in relazione al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o alla previsione di anomalie o malformazioni del concepito. L’accesso all’intervento abortivo è dalla legge garantito in quelle circostanze, cosicché parlare di libertà di aborto è una forzatura che la legge non consente.

6ott/180

Se Verona diventa citta’ anti aborto

Tre articoli sull’aborto (Repubblica 6.5.1) LEGGI DI SEGUITO

“Se Verona diventa città anti aborto” di Michela Marzano (Repubblica 6.5.18)

“”Verona è una “città a favore della vita”, recita la mozione della Lega votata ieri notte in consiglio comunale anche dalla capogruppo del Pd, e sostiene le attività delle associazioni Pro-Life. Un attacco frontale alla legge 194 del 1978 che legalizzò l’aborto. Come se tutti coloro che per anni si sono battuti affinché anche in Italia fosse riconosciuta alla donna la possibilità di interrompere una gravidanza nelle strutture pubbliche e gratuitamente fossero dei ferventi sostenitori di una “cultura della morte”. E fosse meglio tornare alla clandestinità, quando erano numerose le donne che morivano sotto i ferri delle “mammane”. Viene da chiedersi se dietro questa decisione ci sia ignoranza o malafede, oppure entrambe le cose. Visto che ormai sappiamo da tempo che in molte regioni italiane, dato l’alto numero di medici obiettori, è complicato, talvolta impossibile, accedere all’interruzione volontaria di gravidanza, e che dietro le iniziative portate avanti dai movimenti Pro-Life si nasconde spesso, dietro la difesa del “valore della vita”, un’intolleranza profonda nei confronti della fragilità della condizione umana. Tutti vorremmo un mondo in cui, quando si desidera un figlio, ci si ritrova poi immediatamente incinta o, quando non si è pronti ad accoglierlo, la gravidanza non arriva. La realtà, però, è molto più complessa e drammatica: c’è chi aspetta per anni quel bambino che non arriverà mai e chi, invece, vive la gravidanza come una condanna, e quindi non può, non vuole o non ce la fa a diventare madre – ma chi siamo noi per giudicare un’altra persona? Che ne sappiamo di quello che ha potuto vivere, o vive, una donna che decide di abortire? Il problema di alcune associazioni cattoliche è voler imporre a tutti la propria visione del mondo, come fosse sempre evidente sapere cosa è “bene” e cosa è “male”, quello che si deve fare e quello che si deve evitare.

26ago/18Off

Argentina. Record di apostasie tra gli attivisti pro aborto

Articolo di Emiliano Guanella (Stampa 26.8.18)

“”Più di 4mila argentini hanno chiesto nelle ultime due settimane di essere sbattezzati in protesta contro l’impegno attivo della chiesa cattolica locale nel dibattito sulla legge dell’aborto che il Senato ha respinto lo scorso 8 agosto. Dopo 16 ore di dibattito, ha vinto la linea pro-life con 38 voti contrari e 31 favorevoli. La raccolta di firme per l’apostasia, questo il termine tecnico di abiura alla religione cattolica, chiedendo di essere tolto dal registro dei battezzati, è stata organizzata dal “Consiglio per uno Stato Laico” (CAEL) nell’ambito di una campagna per la separazione tra Stato e Chiesa, che è cresciuta in parallelo a quella per l’interruzione legale della gravidanza. Negli scorsi mesi ai fazzoletti verdi degli attivisti pro aborto legale si sono aggiunti quelli arancioni con lo slogan “Chiesa e Stato, due questioni separate”.
Basta stipendiare vescovi e prelati
Oltre alle richieste di apostasia, la campagna porta avanti una serie di rivendicazioni come la fine dei sussidi statali alle istituzioni cattoliche e delle esenzioni fiscali concesse ai luoghi di culto. Sulla questione è intervenuto anche Marcos Pena, capo di gabinetto del governo di Mauricio Macri, che ha spiegato che lo Stato argentino destina annualmente circa 3,6 milioni di euro per il pagamento del salario di vescovi e alti prelati. «Noi crediamo – ha spiegato a La Nacion l’avvocato del Cael Cesar Rosenstein – che la posta in gioco sia molto più alta, perché lo Stato finanzia diverse scuole e istituzioni private cattoliche e non fa pagare le tasse alla Chiesa».
Le firme raccolte sono state consegnate questa settimana alla Conferenza episcopale, che ora deve vagliarle e iniziare l’iter corrispondente. Non è la prima volta che il movimento anticlericale argentino insorge la Chiesa locale. Nel 2009, quando a Buenos Aires era cardinale Jorge Mario Bergoglio, la Chiesa lanciò una «campagna contro il demonio», per bloccare la legge sul matrimonio delle coppie dello stesso sesso, che fu poi approvata in Parlamento.
“Salviamo le due vite”
Dopo l’approvazione da parte della Camera del progetto di legge sull’aborto legale il mondo cattolico argentino è sceso fortemente in campo organizzando diverse manifestazioni in tutta l’Argentina con lo slogan “Salviamo le due vite”. I “fazzoletti blu”, alla fine, hanno vinto, ma il dibattito ha mostrato un’Argentina fortemente divisa, con la capitale Buenos Aires e i grandi centri urbani schierati maggiormente a favore dell’aborto legale, mentre il mondo rurale e le provincie più conservatrici tendenzialmente contrari.””

8ago/180

Argentina, in piazza la sfida delle donne “Si all’aborto legale”

Articolo di Emiliano Guanella (Stampa 8.8.18)

“”Las «socorristas» hanno preparato un’installazione artistica da esibire davanti al Congresso nella lunga notte che oggi deciderà se l’Argentina legalizzerà o no l’aborto. Esporranno 4.137 assorbenti intimi macchiati di vernice rossa, con un nome e una breve frase delle donne che hanno aiutato ad abortire l’anno scorso. Il loro «pronto soccorso» non è medico, ma un sostegno psicologico e pratico in un Paese dove l’aborto è permesso in ospedale solo in caso di stupro, rischio di vita per la madre o grave malformazione del feto. A chiamarle sono soprattutto giovani e giovanissime, che non sanno cosa fare di fronte ad una gravidanza non pianificata, non desiderata, spesso con un compagno che non vuole essere padre.
L’escamotage

12lug/180

Profilattici gratis per i giovani: salva loro e le casse del sistema sanitario nazionale

Articolo di Elena Testi (espresso online 11.7.18) “In Italia c’è già una Regione che fornisce contraccettivi gratuitamente agli under 26 come metodo di prevenzione. E anche il web si mobilita con una petizione che ha raccolto più di 60mila firme. L’obiettivo è lo stesso: azzerrare le malattie sessualmente trasmissibili ed evitare che la sanità pubblica collassi”

“”Allo stato italiano un malato di Hiv costa in media dai 500 ai mille euro mensili. Dipende dalle cure che gli vengono somministrate. Nonostante questo la prevenzione è uno dei grandi “scomparsi” nella politica sanitaria nazionale. Mancano le pubblicità progresso, l’informazione, l’educazione alla sessualità, ma ad essere assente è anche un sistema lungimirante che permetta agli adolescenti di avere sempre con sé un profilattico senza dover togliere dalla paghetta oltre dieci euro per comprarne una sola confezione. Colorati, variegati, alcuni anche profumati, ma tutti accomunati da una semplice cosa: quella di essere un dispositivo medico. Si trovano solitamente vicino alle casse dei supermercati oppure in luoghi a loro dedicati. Vanno dai 7 ai 12 euro, fino a toccare i 15 euro. Slim, super sensibili, con tanto di motto personalizzato. Ma nessuno porta una scritta di sensibilizzazione, ricordando che utilizzarli può prevenire da malattie sessualmente trasmissibili.

15giu/180

Argentina, la Camera bassa legalizza l’aborto

Articolo di Claudia Fanti (Manifesto 15.6.18) “Esulta il movimento Ni una menos. Ma ora la battaglia al senato è tutta in salita. Il presidente Macri contrario ma non porrà il suo veto”

“”Quando a Buenos Aires, alle 9.51 ora locale, sugli schermi della Camera bassa è comparso, dopo oltre 22 ore di dibattito, il risultato della votazione sul progetto di legalizzazione dell’aborto – 129 «Sì» contro 125 «No» -, fuori dal Congresso la marea verde – verde come la speranza – di giovani e adolescenti che aveva vegliato tutta la notte malgrado le temperature rigidissime ha potuto finalmente dare inizio alla festa. Fino all’ultimo, il risultato era stato incertissimo, mentre lungo i corridoi si consumavano febbrili negoziazioni. Eppure sarebbe bastato rivolgere lo sguardo alla Plaza del Congresso per capire dove batteva il cuore del Paese: una piazza che era stata divisa in due settori uguali, ma dove il verde dei manifestanti e soprattutto delle manifestanti – giovani, giovanissime e meno giovani – a favore della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza si era riversato come un’onda su tutto il quartiere, cancellando quasi il celeste degli antiabortisti. I quali possono contare però sull’aggressiva campagna della Chiesa cattolica, sicuramente assai più energica nella sua difesa della «vita dal momento del concepimento» che di quella delle vittime della dittatura militare o della feroce politica neoliberista del governo Macri.