Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

20mag/170

Mini-sillabario antirazzista dieci parole per non tacere

Articolo di Paolo Rumiz (Repubblica 20.5.17) “«Il prontuario. Dal sarcasmo alla compassione ecco come zittire chi incita all’odio. Perché la prima guerra da combattere è contro il silenzio».

“”Come rispondere al razzismo aggressivo e manifesto senza mettersi sullo stesso piano di violenza verbale? Sono in tanti a tacere per questo timore, ma è un chiamarsi fuori che non paga. Il demoniaco sproloquio sul web dilaga anche perché sono forse troppo pochi quelli che hanno animo di rispondere pubblicamente, sul treno, per strada, al bar. La prima, vera guerra da combattere è contro il silenzio.

Brecht scrisse: «Non si dica mai che i tempi sono bui perché abbiamo taciuto». E i tempi furono bui per davvero.Non è la xenofobia il problema: ad essa va prestato attentamente ascolto. Essere inquieti di fronte all’Altro è un riflesso naturale e umano. Sbaglia chi non sa ascoltare questa paura. La classe politica ha il dovere di capire e gestire le tempeste identitarie generate dalla società globale per evitare che diventino odio, perché con quell’odio, poi, non si potrà più ragionare. È quanto accade sempre più spesso oggi.

13mag/170

La globalizzazione? E’ quella che consuma rituali e minoranze

Articolo di Marc Augé (manifesto 13.5.17) Un’ anticipazione del testo che l’antropoologo francese ha dedicato al festival di Udine “Vicino/lontano”

“”Da dove viene il malessere che caratterizza tutti i dibattiti sulla cultura e l’identità? Un paradosso è evidente: il mondo globalizzato è anche il mondo della più grande differenza, dove crescono la circolazione, la comunicazione e il consumo. Eppure coloro che circolano non consumano e non comunicano nelle stesse proporzioni e condizioni. Di qui l’attualità del paradosso: si cancellano le differenze e crescono le disuguaglianze; il mondo è ogni giorno più uniforme e più disuguale. Le conseguenze sono almeno due.
Da un lato, su scala mondiale, l’esterno, anche quello di cui si nutre l’interno, è in via di sparizione e la distinzione interno-esterno perde la sua pertinenza. Si delineano tre tendenze che costituiscono, a diverso titolo, una minaccia o una costrizione per la vita culturale: la globalizzazione imperiale, quella «scoppiata» e la globalizzazione mediatica. La globalizzazione imperiale è quella che tentano di immaginare gli Stati Uniti, la potenza dominante, o almeno certi suoi rappresentanti. Tutto avviene come se, in assenza di un esterno e di un’alterità radicale le diverse culture nazionali trovassero nuova linfa all’interno, riscoprendo le tradizioni che le ideologie nazionali del secolo scorso avevano cancellato: si riscoprono le regioni, le minoranze, i piccoli paesi. Gli antropologi americani «postmoderni» hanno sviluppato da questo punto di vista una teoria sottile che chiamerei «globalizzazione scoppiata», attirando l’attenzione sulla diversità rivendicata del mondo. Ma sarebbe senza dubbio un’illusione vedere in queste rivendicazioni il principio, l’espressione e la promessa di uno scambio futuro e di un rinnovamento prossimo delle culture. È necessario infatti né sottostimare il carattere stereotipato delle rivendicazioni particolari, né la loro integrazione nel sistema di comunicazione mondiale. La globalizzazione scoppiata corrisponde a un momento della storia del pianeta dominato dal mondialismo economico e tecnologico: quest’ultimo si adatta bene ai particolarismi culturali, specialmente se non si occupano del campo del consumo e delle regole del mercato.

13mag/170

L’arroganza della catastrofe

Articolo di Alessandra Pigliaru (manifesto 12.5.17) “«Intervista con Deborah Danowski ed Eduardo Viveiros de Castro. Filosofa lei e antropologo lui, si interrogano sul futuro e sui popoli a venire, umani e non. L’idea di fine e di vivibilità».”

“”«O ci liberiamo dall’idea occidentale di umano o non sopravviveremo a lungo». Sono piuttosto netti Deborah Danowski ed Eduardo Viveiros De Castro, entrambi ricercatori presso il Conselho Nacional de Desenvolvimento Cientifico e Tecnologico, in Brasile. L’intenzione non è quella di fare dell’allarmismo o di alimentare un orizzonte squisitamente teorico postumano, già tanto frequentato. Hanno un’aria pacifica e la voce di entrambi si fonde in un’articolazione filosofico-antropologica che precisano da diversi anni. Hanno scritto Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine (Nottetempo, pp. 320, euro 17, traduzione di Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri). Le formazioni sono diverse (Danowski insegna filosofia alla Pontificia Universidade Catolica di Rio de Janeiro, mentre Eduardo Viveiros De Castro antropologia sociale presso il Museo Nacional dell’Universidad Federale) eppure, nella strana alchimia della relazione, in questi anni si sono esercitati a pensare insieme in un confronto serrato proprio con quella domanda che dà il titolo al libro, pubblicato in Brasile tre anni fa e che, nell’edizione italiana, ha una introduzione aggiornata.

1mag/170

Le cose che verranno

Recensione di Natalia Aspesi del film “Le cose che verranno (L’avenir)” di Mia Hansen-Love (Repubblica 19.4.17)
Trama: Nathalie insegna filosofia in un liceo di Parigi. Per lei la filosofia non è solo un lavoro, ma un vero e proprio stile di vita. Un tempo fervente sostenitrice di idee rivoluzionarie, ha convertito l’idealismo giovanile “nell’ambizione più modesta di insegnare ai giovani a pensare con le proprie teste” e non esita a proporre ai suoi studenti testi filosofici che stimolino il confronto e la discussione. Sposata, due figli, e una madre fragile che ha bisogno di continue attenzioni, Nathalie divide le sue giornate tra la famiglia e la sua dedizione al pensiero filosofico, in un contesto di apparente e rassicurante serenità. Ma un giorno, improvvisamente, il suo mondo viene completamente stravolto: suo marito le confessa di volerla lasciare per un’altra donna e Nathalie si ritrova, suo malgrado, a confrontarsi con un’inaspettata libertà. Con il pragmatismo che la contraddistingue, la complicità intellettuale di un ex studente e la compagnia di un gatto nero di nome Pandora, Nathalie deve ora reinventarsi una nuova vita.

Critica: A parte un amabile gattone nero dagli occhi gialli e una Isabella Huppert al meglio del suo meglio, il vero protagonista del fim è un imprevisto alieno; il libro, quello vero, quello di carta, straniero a molti, continuamente dato per morto ma tuttora misteriosamente vivo, a giudicare dalla sua quantità anche sbadatamente prodotta, dalla rivalità tra Saloni a lui dedicati, dalla nascita di nuovi editori.

28apr/170

Libero museo in libera patria. Sono gli Usa, mica l’Italia

Articolo di Salvatore Settis (Fatto 27.4.17) «Il MoMa di New York disseminato di opere di artisti che Trump non vorrebbe fare entrare. Da noi ai dipendenti è vietato persino parlare senza il vaglio del ministero»”

“”I musei pubblici mostrano la propria indipendenza intellettuale attaccando duramente le politiche del governo. Non è dell’Italia che sto parlando, ma dell’America di Trump. Basta andare nelle affollatissime sale del MoMA (Museum of Modern Art) di New York, per vedere a ogni angolo una protesta contro le discriminazioni alla frontiera lanciate dal neo-presidente repubblicano. In ogni sala, accanto alle opere degli artisti più famosi, che attirano visitatori da tutto il mondo, la direzione del museo ha esposto un’opera di un artista che proviene dai Paesi ai cui cittadini Trump vuol negare l’ingresso negli Stati Uniti. Chi va al MoMA in questi giorni vedrà accanto a Picasso un quadro del sudanese Ibrahim El-Salahi, accanto a Munch un dipinto dell’irachena Zaha Hadid (sì, proprio l’architetto del MAXXI, prematuramente scomparsa). La preziosa stanza con alcune opere di Umberto Boccioni ospita anche una scultura di Parviz Tanavoli, scultore iraniano che ha studiato a Brera; fra gli altri artisti iraniani, Shirana Shahbazi figura accanto a Marcel Duchamp, Charles Hossein Zenderondi vicino a Matisse, Tala Madani condivide una stanza con Mirò, Faranaz Pilaram fa compagnia a Jackson Pollock. Sotto ognuna di queste opere, sempre la stessa scritta: «Questa è l’opera di un artista che viene da una nazione ai cui cittadini, secondo un recente ordine esecutivo del Presidente, si vorrebbe negare l’accesso agli Stati Uniti. Come questa, numerose altre opere d’arte sono state installate in tutte le sale per affermare che gli ideali di accoglienza e libertà sono considerati vitali da questo Museo, e devono esserlo anche per gli Stati Uniti». In un simile spirito, la Biennale di arte americana del Whitney Museum, che quest’anno si tiene per la prima volta nella sua nuova sede del quartiere di Chelsea, ospita un gran numero di opere di dura critica al governo americano, e in particolare all’attuale Presidente.

23apr/170

Lo scippo che affossa il sogno di Cederna

Articolo di Tomaso Montanari (Repubblica 23.4.17)

La post-verità di Dario Franceschini è che l’autonomia del Colosseo non avrebbe ricadute sul governo del patrimonio culturale della Capitale. Ma basta ricordare che giustificò proprio con la sottrazione di quegli introiti l’introduzione del biglietto al Pantheon per capire che non è vero. Come dimostra anche l’aggressiva operazione con la quale il ministro ha sfilato al Comune le Scuderie del Quirinale, siamo di fronte ad una precisa strategia: fare del Collegio Romano il vero centro decisionale della politica culturale romana. Se si aggiunge il fatto che la moglie di Franceschini guida l’opposizione pd in Campidoglio ce n’è abbastanza per innescare uno scontro frontale.
La disarticolazione del patrimonio culturale romano in più centri decisionali e la sostanziale demolizione della soprintendenza sono destinati a incidere in negativo su ogni progetto di fruizione integrata. Lo “scippo” del Colosseo è la pietra tombale sul progetto di Antonio Cederna: un unico parco civico e archeologico che unisse l’Appia ai Fori senza soluzione di continuità.

20apr/170

L’esportazione del patrimonio artistico della nazione e le post verita’ del ministro Franceschini.

Blog di Tomaso Montanari (Repubblica articolo9 19.4.17) “Una risposta per punti ad una lettera del ministro Franceschini in merito al provvedimento sulle esportazioni delle opere d’arte dall’Italia che è prossimo ad essere discusso dal Senato”

“”Qualche giorno fa il ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini ha risposto con una lettera al direttore ad un mio articolo su Repubblica.
Non ho avuto la possibilità di replicargli sul giornale. Lo faccio dunque ora: perché il provvedimento sulle esportazioni delle opere d’arte dall’Italia, che era l’oggetto del nostro scambio di vedute, è prossimo ad essere discusso dal Senato. E lo faccio con una certa larghezza: eccezionale per un post di un blog. Ma l’unico modo di replicare efficacemente al cumulo di post-verità (ora è di moda chiamarle così) su cui si basa la narrazione del ministro è smontarne gli ‘argomenti’ pezzo a pezzo.

1. Quali associazioni?
Franceschini afferma testualmente che il testo della norma in questione è “frutto del lavoro di Parlamento, Governo e associazioni”.
L’uso, furbescamente generico, della parola «associazioni» per indicare i soggetti portatori di interessi con i quali il Governo (cioè il ministro stesso) ed il Parlamento (cioè il senatore Andrea Marcucci, primo firmatario del testo dell’articolo in questione) hanno lavorato per mettere a punto il testo dell’articolo 68 del disegno di legge sulla concorrenza, potrebbe lasciar intendere, al lettore distratto, non informato o semplicemente in buona fede, che si tratti delle associazioni che si occupano della tutela del patrimonio storico ed artistico nazionale (come sarebbe naturale attendersi dal ministero che di tale tutela è tenuto ad occuparsi per mandato istituzionale).
E invece no: le associazioni di cui parla il ministro sono quelle professionali dei mercanti d’arte, delle case d’asta, dei trasportatori professionali di opere d’arte, dei legali che li affiancano: è questa la compagnia (riunita in una sorta di cartello, l’Apollo 2) con la quale il ministro ha discusso della modifica delle norme sull’esportazione di opere d’arte dall’Italia. E tutto ciò proprio nello stesso momento in cui gli uffici del ministero da lui diretto denunciavano l’ennesimo caso di esportazione irregolare e di vendita truffaldina, presso la sede di una grande casa d’aste, addirittura di un bene artistico di proprietà dello Stato.

30mar/170

Antiche biblioteche sotto sfratto

Articolo di Tommaso Montanari (Repubblica, 30.3.17)

«Confrontare l’opere con le scritture»: questa fulminante definizione del compito della storia dell’arte si deve a Raffaello. Ed è tuttora verissima: non comprendiamo le immagini senza la conoscenza della loro storia. Nell’Italia di oggi, tuttavia, sembriamo pensarla al contrario. I nostri politici scrivono che quando la bellezza muore «al massimo può essere storia dell’arte, ma non suscita emozione». Così nella scuola l’”arte” e la “creatività” prendono il posto della storia dell’arte. E le biblioteche vengono “mangiate” dalle immagini, mostre, eventi.
Il caso simbolo è quello della biblioteca di un grandissimo storico dell’arte Giuliano Briganti. Diciottomila volumi e 50 mila fotografie che furono saggiamente acquistati dal Comune di Siena e destinati al grande complesso medioevale del Santa Maria della Scala. Era il primo stadio di un progetto ambizioso: qui dovevano arrivare anche i libri di altri storici dell’arte (Giovanni Previtali, Luciano Bellosi, magari anche quelli di Enzo Carli), qui doveva trasferirsi la Pinacoteca della città, qua anche il dipartimento di storia dell’arte: avremmo così avuto un centro di ricerca formidabile. Senza eguali in Italia.

5mar/170

I tormenti di Schiele

Articolo di Leonetta Bentivoglio (Repubblica 5.3.17)

Fu così generosa di capolavori la sua fulminea vita (1890-1918) che Egon Schiele ha conquistato un ruolo di figura-chiave, estrema e avveniristica, nelle arti d’inizio Novecento. Il suo vigore espressionista s’estende molto al di là degli anni che lo videro attivo. E ha un’urgenza perennemente attuale il suo intento di riflettere le brutture e le violenze subìte e inferte dalla natura umana, come ci racconta la mostra dell’Albertina di Vienna, prologo alle celebrazioni del centenario della morte. Ci sono opere che “parlano” soprattutto agli specialisti e a chi conosce le coordinate di un creatore. Quelle di Schiele no, perché coinvolgono l’osservatore in un dialogo profondo che tocca con potenza un immaginario condiviso. I corpi torbidi e le donne nude ed esterrefatte, col sesso esposto e pulsante; le teste fragili e reclinate, con occhi colmi d’interrogativi esistenziali; i ritratti scheletrici e ritorti, come estratti da un martirio; gli amanti avvinti in una spaventosa estraneità reciproca: tutto in Schiele ha il dono di una comunicatività immediata. La sua anti-estetica respira di per sé, sospinta da un senso maledetto della vita, da un rapporto senza filtri con l’inconscio e dal rifiuto di canonici ideali di bellezza. Ciò che gli preme è indagare le lacerazioni di un mondo consunto dalla propria ipocrisia squarciando i veli calati sulle pulsioni sessuali, sulla miseria e la depravazione, e sugli aspetti esausti dell’impero austro-ungarico, che slitta verso un inesorabile “cupio dissolvi”. La parabola dell’artista austriaco copre meno di un decennio, dal 1909 al ’18, come testimonia questa mostra straordinaria, col suo ricco itinerario di disegni, acquerelli, gouache, fotografie. Il viaggio parte dagli esordi di Egon, entrato sedicenne all’Accademia di Vienna, il cui conservatorismo lo disgusta. L’influsso del florilegio curvilineo di Klimt emerge nei primi disegni sinuosi. Ma presto si dirige in un altrove scandito da autoritratti folli e allucinati e da adolescenti secche e perturbanti, scarlatte nella chioma e col cespuglio scandaloso del pube in primo piano. La sterzata espressionista è evidente. Dominano gli ocra, i neri, i rossi e i pallori verdognoli, come nel diabolico ritratto del pittore Max Oppenheimer. Si moltiplicano le assenze: vedi l’acquerello del Violoncellista cui manca lo strumento, indicato solo dalla postura e dalle mani; o il vuoto de L’abbraccio, dove la donna implora un partner che non c’è. Nella Ragazza nuda seduta è la posizione a evocare la sedia, come l’eco di un oggetto perso ma sentito nell’invisibilità.

5feb/170

La grande fuga dai libri. Il 60% degli italiani non legge

Articolo di Linda Laura Sabbadini (Stampa 5.2.17)

“”Meno di metà della popolazione nel nostro Paese legge libri. E per di più la lettura di libri nel tempo libero è in forte calo. Abbiamo perso 3 milioni e 300 mila lettori dal 2010 ad oggi. È un problema serio che va affrontato. Se ci guardiamo indietro nel tempo ci accorgiamo che una certa evoluzione c’è stata, ma che non abbiamo mai brillato nella lettura di libri. All’inizio degli Anni 60 solo il 16,3% leggeva libri. Non possiamo meravigliarci visto che tre quarti della popolazione aveva al massimo la licenza elementare, e l’8% era ancora analfabeta. Il balzo si ha nella seconda metà degli Anni 80, quando la percentuale di lettori più che raddoppia rispetto al 1965. La lettura si tinge di rosa e le donne diventano maggioranza fra i lettori, ed ancor oggi mantengono il primato. Nel 2016, infatti, solo un terzo degli uomini legge libri contro quasi la metà delle donne. E gli uomini stanno ancora sotto di molti punti del livello di lettura delle donne di 20 anni fa. Nel ventennio dopo il 1988, rallenta il ritmo di crescita dei lettori di libri.
È crisi tra i giovanissimi