Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

16lug/170

Cultura e innovazioni tecniche

Articolo “Magister Ioctus, che spettacolo!” di (Sole 16.7.17)

“”Invenzioni e innovazioni hanno giovato moltissimo a tutte le discipline del sapere, storia dell’arte compresa. Questa materia è decollata proprio grazie all’invenzione della fotografia, ha fatto progressi con l’arrivo della luce elettrica (che ha permesso di vedere le opere adeguatamente illuminate), ed è avanzata ancora quando si è potuti penetrare nei segreti dei manufatti attraverso le indagini radiografiche. Sul fronte della divulgazione – oltre a libri e a riproduzioni di vario tipo – un grande impulso lo hanno offerto cinema e televisione. E negli ultimi decenni è arrivato lo tsunami dell’informatica. I linguaggi informatici e multimediali sono stati di grandissima utilità su vari fronti. Il fronte della ricerca, con la creazione di banche dati accessibili a tutti e contenenti informazioni e immagini sulle opere d’arte. Il fronte della visione, con la possibilità di ingrandire a dismisura le immagini evidenziando dettagli non percepibili a occhio nudo. Il fronte della divulgazione, che trova nei mezzi informatici potenzialità enormi, non solo per far conoscere le opere d’arte al grande pubblico ma per permettergli letteralmente di entrarci “dentro”, attraverso ingrandimenti, “navigazioni” ed effetti speciali che puntano direttamente al cuore delle emozioni. Questo modo di divulgare l’arte si sta oggi notevolmente affermando attraverso nuovi format che vanno sotto il nome cumulativo di Experience. Una delle più coinvolgenti è quella allestita fino al 5 novembre nella Scuola Grande della Misericordia di Venezia dedicata a Giotto di Bondone. Questo format si distingue perché chi vi partecipa non esce solo ricco di suggestioni ed emozioni ma esce ricco di informazioni (e con la voglia di andare a vedere gli originali in loco).

3lug/170

Asia e Pacifico. Una mentalita’ arretrata opprime l’India

L’opinione di uno scrittore indiano di Manu Joseph, LiveMint, India (Internazionale 30.6.17) “La cultura rurale porta con sé un bagaglio di disuguaglianza, oppressione e sessismo. E mette a rischio la battaglia per la modernità nel paese”

Di questi tempi il fascino per i contadini è molto diffuso tra le persone che non hanno a che fare con loro. Li vedono semplici e genuini, nobili come le verdure biologiche. Ricchi o poveri, maschi o femmine, di casta elevata o dalit, braccianti o latifondisti: sono tutti, indistintamente, contadini. E questa idea si è diffusa anche tra i contadini. A marzo un gruppo di tamil è andato a protestare a New Delhi indossando perizomi e ghirlande di teschi appartenenti, a quanto pare, a coltivatori morti suicidi. Tenevano tra i denti topi vivi e brandelli di serpenti per attirare l’attenzione del primo ministro e ottenere la possibilità di rinegoziare i prestiti. A nessun altro sarebbe stato concesso di presentarsi così, ma loro erano contadini. Se l’intera categoria non fosse identificata con l’immagine del contadino povero, sarebbe chiaro a tutti che i contadini sono i principali nemici della popolazione urbana. Sono gli imprenditori che trattano i loro prodotti con sostanze chimiche per farli sembrare freschi; i più ricchi tra loro non pagano le tasse; sono i più grandi consumatori di acqua potabile, assorbita per l’80 per cento dalla coltivazione di prodotti come il riso, per cui ricevono sussidi; pagano poco o nulla per l’energia che consumano. Ma i contadini sono nemici dei progressisti di città per un altro motivo: abitano nei villaggi. Gli abitanti di un villaggio hanno istinti tribali. Sopravvivono solo come parte di un gregge, per loro l’appartenenza è tutto. Devono difendere la casta, la gerarchia sociale e l’odio religioso, nonché la superiorità dell’uomo sulla donna. Possono anche essere oppressi, ma per chiunque si trovi sotto di loro sono degli oppressori. Considerano ordine sociale la “tradizione” e disordine civile la “libertà”. Per B.R. Ambedkar, intellettuale simbolo nella lotta contro le discriminazioni in India, la liberazione dei dalit implicava la loro emancipazione dal villaggio. Chi emigra in città, oggi come allora, non lo fa solo per motivi economici, ma anche perché cerca l’anonimato, vivendo l’identità come una maledizione. Solo che le città sono diventate le più grandi roccaforti del villaggio feudale. La gente di villaggio affolla il parlamento, le assemblee locali e gli organismi municipali; riempie gli uffici statali, gestisce imprese, vive nei ghetti più ricchi di Mumbai.

16giu/170

Promuovere libri e lettura

Articolo (senza video) tratto da “nuovoeutile.it – teorie e pratiche della creatività” il sito di Annamaria Testa (per l’articolo originale e i video vai sul sito nuovoeutile.it)

Promuovere libri e lettura è importante per mille motivi, e qui su NeU ne abbiamo discusso molte volte.
Leggere migliora le singole persone. Leggere – ce lo dicono molte ricerche – stimola il cervello e alimenta il sistema cognitivo. E ancora: leggere narrativa accresce la tolleranza e l’empatia migliorando la metacognizione, cioè la capacità di interpretare e capire quel che pensano, sentono e credono gli altri.
Leggere migliora la comprensione della parole e la capacità di usarle, e quindi la capacità di comunicare e di farsi capire: una delle competenze trasversali più importanti, strategica anche in termini di occupazione in questi tempi ipertecnologici.
E leggere è una forma di apprendimento permanente.
Migliorando le competenze delle persone, la lettura aiuta a ridurre le disuguaglianze. Accrescendo la comprensione, la lettura accresce la tolleranza. E, quindi, migliora l’intera società.

11giu/170

Mare di libri

Articolo di Nadia Terranova,

“”La decima edizione di “Mare di Libri” sarà inaugurata a Rimini da una lectio di Aidan Chambers ma i posti per adulti sono già esauriti: è il festival dei ragazzi che leggono ma anche di quelli che scelgono gli scrittori, li intervistano, li ascoltano, dunque i biglietti per chi ha più di diciotto anni possono essere limitati e persino proibiti per lasciare spazio al pubblico adolescente. Nel corso di tutto l’anno alcuni dei cento volontari, ottanta delle superiori e venti delle medie, si riuniscono una volta al mese con Alice Bigli, libraia di “Viale dei ciliegi 17″, per creare insieme il programma dell’edizione successiva, poi, a ridosso di giugno, tutti insieme fanno due giorni di ritiro per la formazione finale. Nascono così i tre giorni in cui i migliori scrittori nazionali e internazionali incontreranno il pubblico in piazze, teatri, musei, cortili e biblioteche, guidati da gruppi di lettura provenienti da tutta Italia, come i ragazzi di “Qualcuno con cui correre” coordinato da Matteo Biagi. Lo spazio riservato ai classici quest’anno prevede tre incontri sui generi letterari, l’horror, il giallo e il comico, rispettivamente con la Scuola Holden, l’editore Pelledoca e Smemoranda. I ragazzi si occupano di tutto, dalle scelte letterarie alla logistica del festival. Gli adulti si accomodino, quando ammessi, in ultima fila.”"

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4giu/170

Intervista a Beppe Barra

Intervista a Peppe Barra di Antonio Gnoli (Repubblica 4.6.17)

“”Nella vecchia Napoli, sollevata dal peso di doversi dimostrare diversa da com’è, cioè indolente, pittoresca, stralunata, vive Peppe Barra. Incontro un uomo estroverso e malinconico. Somiglia, per certi versi a quei presepi che per farti felice ti devono intristire. Indossa un’ampia mantella. È un poncho argentino, mi dice. Me lo regalarono dopo una tournée a Buenos Aires, aggiunge. Fa ancora tournée? Chiedo. «Viaggio sempre meno. Dovrei andare ad Ankara, ma non ne ho nessuna voglia. L’ultima volta fu a Macao. Una settimana delirante. No, non ho più desiderio di viaggiare. Questa casa che vede è il mio rifugio». Vedo quadri di scuola napoletana, chincaglierie e oggetti di pregio, un pianoforte sovraccarico di fotografie. Mi avvicino: c’è Barra con la Loren, con Eduardo, con la mamma, Concetta, cantante di talento.
Come è stato il rapporto con sua madre?
«Un legame indissolubile, finché è stata in vita. Ma è come se la sua presenza continuasse a mandarmi dei segnali. Il mio mestiere di attore e cantante è stato anzitutto il suo».
Un mestiere che si è svolto nell’orizzonte napoletano.
«In un certo senso Napoli è stata la stella polare».
Dove è nato esattamente?

20mag/170

Mini-sillabario antirazzista dieci parole per non tacere

Articolo di Paolo Rumiz (Repubblica 20.5.17) “«Il prontuario. Dal sarcasmo alla compassione ecco come zittire chi incita all’odio. Perché la prima guerra da combattere è contro il silenzio».

“”Come rispondere al razzismo aggressivo e manifesto senza mettersi sullo stesso piano di violenza verbale? Sono in tanti a tacere per questo timore, ma è un chiamarsi fuori che non paga. Il demoniaco sproloquio sul web dilaga anche perché sono forse troppo pochi quelli che hanno animo di rispondere pubblicamente, sul treno, per strada, al bar. La prima, vera guerra da combattere è contro il silenzio.

Brecht scrisse: «Non si dica mai che i tempi sono bui perché abbiamo taciuto». E i tempi furono bui per davvero.Non è la xenofobia il problema: ad essa va prestato attentamente ascolto. Essere inquieti di fronte all’Altro è un riflesso naturale e umano. Sbaglia chi non sa ascoltare questa paura. La classe politica ha il dovere di capire e gestire le tempeste identitarie generate dalla società globale per evitare che diventino odio, perché con quell’odio, poi, non si potrà più ragionare. È quanto accade sempre più spesso oggi.

13mag/170

La globalizzazione? E’ quella che consuma rituali e minoranze

Articolo di Marc Augé (manifesto 13.5.17) Un’ anticipazione del testo che l’antropoologo francese ha dedicato al festival di Udine “Vicino/lontano”

“”Da dove viene il malessere che caratterizza tutti i dibattiti sulla cultura e l’identità? Un paradosso è evidente: il mondo globalizzato è anche il mondo della più grande differenza, dove crescono la circolazione, la comunicazione e il consumo. Eppure coloro che circolano non consumano e non comunicano nelle stesse proporzioni e condizioni. Di qui l’attualità del paradosso: si cancellano le differenze e crescono le disuguaglianze; il mondo è ogni giorno più uniforme e più disuguale. Le conseguenze sono almeno due.
Da un lato, su scala mondiale, l’esterno, anche quello di cui si nutre l’interno, è in via di sparizione e la distinzione interno-esterno perde la sua pertinenza. Si delineano tre tendenze che costituiscono, a diverso titolo, una minaccia o una costrizione per la vita culturale: la globalizzazione imperiale, quella «scoppiata» e la globalizzazione mediatica. La globalizzazione imperiale è quella che tentano di immaginare gli Stati Uniti, la potenza dominante, o almeno certi suoi rappresentanti. Tutto avviene come se, in assenza di un esterno e di un’alterità radicale le diverse culture nazionali trovassero nuova linfa all’interno, riscoprendo le tradizioni che le ideologie nazionali del secolo scorso avevano cancellato: si riscoprono le regioni, le minoranze, i piccoli paesi. Gli antropologi americani «postmoderni» hanno sviluppato da questo punto di vista una teoria sottile che chiamerei «globalizzazione scoppiata», attirando l’attenzione sulla diversità rivendicata del mondo. Ma sarebbe senza dubbio un’illusione vedere in queste rivendicazioni il principio, l’espressione e la promessa di uno scambio futuro e di un rinnovamento prossimo delle culture. È necessario infatti né sottostimare il carattere stereotipato delle rivendicazioni particolari, né la loro integrazione nel sistema di comunicazione mondiale. La globalizzazione scoppiata corrisponde a un momento della storia del pianeta dominato dal mondialismo economico e tecnologico: quest’ultimo si adatta bene ai particolarismi culturali, specialmente se non si occupano del campo del consumo e delle regole del mercato.

13mag/170

L’arroganza della catastrofe

Articolo di Alessandra Pigliaru (manifesto 12.5.17) “«Intervista con Deborah Danowski ed Eduardo Viveiros de Castro. Filosofa lei e antropologo lui, si interrogano sul futuro e sui popoli a venire, umani e non. L’idea di fine e di vivibilità».”

“”«O ci liberiamo dall’idea occidentale di umano o non sopravviveremo a lungo». Sono piuttosto netti Deborah Danowski ed Eduardo Viveiros De Castro, entrambi ricercatori presso il Conselho Nacional de Desenvolvimento Cientifico e Tecnologico, in Brasile. L’intenzione non è quella di fare dell’allarmismo o di alimentare un orizzonte squisitamente teorico postumano, già tanto frequentato. Hanno un’aria pacifica e la voce di entrambi si fonde in un’articolazione filosofico-antropologica che precisano da diversi anni. Hanno scritto Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine (Nottetempo, pp. 320, euro 17, traduzione di Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri). Le formazioni sono diverse (Danowski insegna filosofia alla Pontificia Universidade Catolica di Rio de Janeiro, mentre Eduardo Viveiros De Castro antropologia sociale presso il Museo Nacional dell’Universidad Federale) eppure, nella strana alchimia della relazione, in questi anni si sono esercitati a pensare insieme in un confronto serrato proprio con quella domanda che dà il titolo al libro, pubblicato in Brasile tre anni fa e che, nell’edizione italiana, ha una introduzione aggiornata.

1mag/170

Le cose che verranno

Recensione di Natalia Aspesi del film “Le cose che verranno (L’avenir)” di Mia Hansen-Love (Repubblica 19.4.17)
Trama: Nathalie insegna filosofia in un liceo di Parigi. Per lei la filosofia non è solo un lavoro, ma un vero e proprio stile di vita. Un tempo fervente sostenitrice di idee rivoluzionarie, ha convertito l’idealismo giovanile “nell’ambizione più modesta di insegnare ai giovani a pensare con le proprie teste” e non esita a proporre ai suoi studenti testi filosofici che stimolino il confronto e la discussione. Sposata, due figli, e una madre fragile che ha bisogno di continue attenzioni, Nathalie divide le sue giornate tra la famiglia e la sua dedizione al pensiero filosofico, in un contesto di apparente e rassicurante serenità. Ma un giorno, improvvisamente, il suo mondo viene completamente stravolto: suo marito le confessa di volerla lasciare per un’altra donna e Nathalie si ritrova, suo malgrado, a confrontarsi con un’inaspettata libertà. Con il pragmatismo che la contraddistingue, la complicità intellettuale di un ex studente e la compagnia di un gatto nero di nome Pandora, Nathalie deve ora reinventarsi una nuova vita.

Critica: A parte un amabile gattone nero dagli occhi gialli e una Isabella Huppert al meglio del suo meglio, il vero protagonista del fim è un imprevisto alieno; il libro, quello vero, quello di carta, straniero a molti, continuamente dato per morto ma tuttora misteriosamente vivo, a giudicare dalla sua quantità anche sbadatamente prodotta, dalla rivalità tra Saloni a lui dedicati, dalla nascita di nuovi editori.

28apr/170

Libero museo in libera patria. Sono gli Usa, mica l’Italia

Articolo di Salvatore Settis (Fatto 27.4.17) «Il MoMa di New York disseminato di opere di artisti che Trump non vorrebbe fare entrare. Da noi ai dipendenti è vietato persino parlare senza il vaglio del ministero»”

“”I musei pubblici mostrano la propria indipendenza intellettuale attaccando duramente le politiche del governo. Non è dell’Italia che sto parlando, ma dell’America di Trump. Basta andare nelle affollatissime sale del MoMA (Museum of Modern Art) di New York, per vedere a ogni angolo una protesta contro le discriminazioni alla frontiera lanciate dal neo-presidente repubblicano. In ogni sala, accanto alle opere degli artisti più famosi, che attirano visitatori da tutto il mondo, la direzione del museo ha esposto un’opera di un artista che proviene dai Paesi ai cui cittadini Trump vuol negare l’ingresso negli Stati Uniti. Chi va al MoMA in questi giorni vedrà accanto a Picasso un quadro del sudanese Ibrahim El-Salahi, accanto a Munch un dipinto dell’irachena Zaha Hadid (sì, proprio l’architetto del MAXXI, prematuramente scomparsa). La preziosa stanza con alcune opere di Umberto Boccioni ospita anche una scultura di Parviz Tanavoli, scultore iraniano che ha studiato a Brera; fra gli altri artisti iraniani, Shirana Shahbazi figura accanto a Marcel Duchamp, Charles Hossein Zenderondi vicino a Matisse, Tala Madani condivide una stanza con Mirò, Faranaz Pilaram fa compagnia a Jackson Pollock. Sotto ognuna di queste opere, sempre la stessa scritta: «Questa è l’opera di un artista che viene da una nazione ai cui cittadini, secondo un recente ordine esecutivo del Presidente, si vorrebbe negare l’accesso agli Stati Uniti. Come questa, numerose altre opere d’arte sono state installate in tutte le sale per affermare che gli ideali di accoglienza e libertà sono considerati vitali da questo Museo, e devono esserlo anche per gli Stati Uniti». In un simile spirito, la Biennale di arte americana del Whitney Museum, che quest’anno si tiene per la prima volta nella sua nuova sede del quartiere di Chelsea, ospita un gran numero di opere di dura critica al governo americano, e in particolare all’attuale Presidente.