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12nov/170

Ripudiata, maga, assassina, Medea nel prisma del mito

Articolo di Maria Jennifer Falcone (manifesto 12.11.17) “Mitologia classica. Giuseppe Pucci, in un volume monografico Einaudi uscito nella collana diretta da Bettini, ha selezionato le tappe-chiave, da Euripide a oggi, di un personaggio antropologicamente complesso”

“”Quando, nel terzo secolo a.C., il poeta Ennio portò per la prima volta sulle scene romane la storia di Medea, su quel palcoscenico provvisorio (il primo teatro in pietra, quello di Pompeo, fu costruito solo molto dopo) la maga della Colchide, rivolgendosi al coro di donne di Corinto come nel modello euripideo, le chiamava matronae e optumates, e parlava loro usando concetti tipici della mentalità romana (la patria, il vincolo del matrimonio, il ruolo della donna, i temi del destino e della libertà individuale). Quel racconto lontano rinasceva a Roma, ne assorbiva la cultura per trarne nuova linfa. È quello che succede ogni volta che un artista decide di dare voce al mito: esso prende vita, e parlando di sé ci racconta molto della civiltà che lo ha accolto e rielaborato. Nel nuovo titolo della serie «Mythologica» Einaudi: Maurizio Bettini e Giuseppe Pucci, Il mito di Medea Immagini e racconti dalla Grecia a oggi («Saggi», pp. XI-321, € 30,00), sono descritte alcune delle numerose rinascite di questo mito (più di quattrocento) che ha affascinato gli antichi e continua a turbare i moderni. Come accade in tutti gli altri volumi della collana (dedicati di volta in volta a Elena, Narciso, Edipo, le Sirene, Circe, Enea, Arianna), il libro inizia con un racconto scritto da Bettini.

5nov/170

Reggio Emilia. Kandinsky-Cage, sonata a colori

Articolo di Martina Mazzotta (Sole 5.11.17) “Nel XX anniversario della Fondazione Palazzo Magnani, una mostra indaga il rapporto tra musica, arte e spirito”

“”La musica si vede? Cosa succede quando un pittore, uno scultore, vogliono superare i limiti dello spazio, della simultaneità e estendere la propria opera nel tempo, facendola vibrare magicamente nel nostro spirito, così come solo la musica sa fare?
Per scoprirlo occorre visitare la mostra Kandinsky?Cage. Musica e Spirituale nell’arte. La freccia nel titolo indica la direzione per compiere un viaggio polisensoriale attraverso un capitolo importante della storia dell’arte. Arte-musica-spirito si allineano in un percorso che, oltre ai maggiori nuclei dedicati ai due artisti nel titolo, presenta le opere e le vite di protagonisti dell’arte e della musica che con loro si sono venute a intrecciare.

11set/170

Tra estasi e follia i 100 anni dell’avventura novarese del poeta Dino Campana

Articolo di Marcello Giordani (Stampa, 11.9.17)

“”Uno che dedica una poesia a una montagna e a una cupola non può che essere matto, e come tale va incarcerato. Pensato, detto e fatto esattamente cento anni fa a Novara, vittima Dino Campana, il «poeta maledetto», misconosciuto in vita e riscoperto con mezzo secolo abbondante di ritardo come uno dei grandi autori della letteratura italiana del Novecento. È il 1917, la Prima guerra mondiale è agli sgoccioli. Campana, toscano dell’Appennino di Marradi, è un genio incompreso, un caratteraccio che non accetta le mezze misure, scottato dagli intellettuali raffinati fiorentini del Caffè delle Giubbe Rosse che gli hanno perso il manoscritto su cui aveva raccolto le poesie che confluiranno nei «Canti orfici»; ustionato dall’amore perché la passione per la scrittrice Sibilla Aleramo, una relazione «appassionata e delirante», è finita, ma il poeta non sa rassegnarsi. Senza soldi, col cuore a pezzi, va alla ricerca della donna amata. Il 10 settembre ha ricevuto a Marradi una lettera spedita dalla Aleramo dalla «Pensione Alpi, Ca’ di Ianzo, Novara». Prende il primo treno per il Piemonte ma il viaggio va a vuoto. La scrittrice ha già lasciato l’albergo.

11set/170

Il creatore di mostri. Intervista a Guillermo del Toro

Il creatore di mostri. Intervista a Guillermo del Toro di Valerio Cappelli (Corriere 11.9.17)

“”Il Leone d’oro Guillermo del Toro è appena uscito dal labirinto della sua creatività dark affollata da strane creature. La bonomia apparente, gli occhialini tondi da professore celano montagne russe di fantasie gotiche. Nel suo «c’era una volta» c’è sempre un fantasma che bussa alla porta: si apre e si entra in un mondo oscuro, affascinante. A Venezia per una volta è stato rispettato il pronostico: ha vinto The Shape of Water (dal 15 febbraio nelle sale col titolo La forma dell’acqua ). Del Toro era alla sua prima volta alla Mostra. Il grande pubblico ha visto quest’omone commuoversi e ha cominciato a conoscerlo, ma è un regista molto apprezzato: nel 2007 con il fantasy Il labirinto del Fauno vinse tre Oscar e tre nomination. Continua l’onda lunga del Messico che ha conquistato Hollywood, Cuarón, Iñárritu, del Toro. I tre sono amici, si influenzano a vicenda.
Lei è il più visionario: effetti speciali e una poetica umanissima.
«Ho cominciato dal make-up designer perché nessuno riusciva a realizzare ciò che avevo in mente. La favola è il modo migliore di raccontare le cose».

10set/170

Grazie a un accordo con la Crusca il dizionario Battaglia sbarca sul web

Da La Stampa 10.9.17

“”Martedì alle 12, presso l’Accademia della Crusca, a Firenze, sarà firmato uno storico accordo che consentirà la consultazione gratuita via web del Grande Dizionario della Lingua Italiana Utet. L’opera lessicografica monumentale, contenente 21 volumi da 22 mila 700 pagine, e di fondamentale importanza per lo studio e la conoscenza della lingua italiana, è nota agli studiosi di tutto il mondo come dizionario Battaglia, dal nome del suo fondatore. Frutto di 40 anni di lavoro, dal 1961 al 2002, sotto la direzione prima del filologo Salvatore Battaglia e poi del critico letterario Giorgio Bàrberi Squarotti, grazie all’accordo tra Utet e Accademia della Crusca, il Battaglia è il più grande vocabolario della lingua italiana mai portato a compimento nel nostro Paese e di eccezionale importanza in particolare per la storia della lingua letteraria. Si tratta infatti di una raccolta imponente delle parole usate dagli scrittori italiani dalle origini della lingua fino al Novecento. Il Battaglia documenta i lemmi con milioni di citazioni tratte da 14 mila opere di oltre 6 mila autori.”"

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21ago/170

Souvenir di una vacanza dall’arte

Articolo di Elio Grazioli (Alias Domenica 20.8.17) “Estate ’29, Vellegranche-sur-Mer: BRANCUSI ha raggiunto DUCHAMP nella casa affittata dalla sua amata “gallina”, la ricca vedova americana MARY REYNOLDS”

«Il sole qui è davvero paradisiaco. Dopo quello che abbiamo visto a Parigi, si fa fatica a credere agli occhiali scuri. C’è un tempo stupendo (…) Gallina ti manda mille abbracci e ti invita a giocare alla spiaggia in terrazzo. Lascia da parte tutti i problemi e la pioggia e vieni». Così, nell’estate del 1929, Marcel Duchamp scriveva a Constantin Brancusi, chiamando Gallina quella che già da qualche anno era la sua amante, Mary Reynolds. Quando la foto li ritrae, Brancusi li ha dunque raggiunti: sono a Villefranche-sur-Mer, Costa Azzurra, sul terrazzo della casa che la ricca vedova americana aveva affittato e dove avrebbero passato altre estati a seguire. Gli occhiali scuri Duchamp li ha tolti per mettersi in posa: guarda in macchina, come fa anche Brancusi, magnifico cappello in testa e sigaretta in bocca. Mary invece ha gli occhi indirizzati a loro, e così presenta il suo marcato profilo, segnato da quel naso perfetto che Peggy Guggenheim le invidiava: assiste, si sente spettatrice del protagonismo dei due che ammira. Di Marcel è innamorata fin dai primi passaggi di una relazione complicata, se non burrascosa, ma che proprio quell’estate esce dalla clandestinità in cui Marcel aveva voluto tenerla e comincia a stabilizzarsi; ma Reynolds nella foto sembra guardare piuttosto Brancusi, con aria divertita e compiaciuta – è la padrona di casa.

Un incontro non scontato Pur nella loro casualità, gli atteggiamenti dei tre li definiscono, in realtà, assai bene: Brancusi, sicuro e distaccato, è consapevole del suo valore nel mondo dell’arte, e si concede al ritratto; Duchamp esibisce uno sguardo fiero: è elegante con quella canottiera a scollatura alta; Mary sembra timida, ma comunica consapevolezza, autonoma, e fiducia nonostante la sofferenza subita nei travagli con Marcel.
La foto è semplice, in puro stile souvenir, buona per l’album dei ricordi: dà per implicita la fama raggiunta dai tre, e al di là del suo carattere di istantanea fotografica diverrà un pezzo di storia.

21ago/170

Partitura russa per pianoforte e poesia

Articolo di Stefano Valanzuolo (Alias Domenica 20.8.17) “Grandi incontri. Il 13 febbraio del 1929 andò in scena a Mosca «La cimice», pièce teatrale alla quale lavorarono i personaggi ritratti nella foto: Shostakovich, Mejerchol’d, Majakovskij e Rodchenko”

“”La fibrillazione immaginifica della nuova Unione Sovietica, il suo vigore rivoluzionario e iconoclasta, gli infiniti tormenti (non soltanto artistici) della sua rigogliosa classe culturale, sembrano condensarsi in questo scatto, databile alla fine del 1928, che ritrae Dmitrij «Mitja» Shostakovich al pianoforte, chino su di lui Vsevolod Mejerchol’d, in piedi a sinistra Vladimir Majakovskij e accanto Aleksandr Rodchenko. Di lì a qualche mese – il 13 febbraio,1929 – La cimice, pièce teatrale in cinque atti e nove quadri, alla quale tutti i personaggi presenti nella foto avevano contribuito a vario titolo, debutterà a Mosca. Poco meno di un mese prima, Trockij era stato mandato in esilio, spianando definitivamente la strada all’avvento di Stalin, destinato a cambiare il corso della Storia e la fortuna dei quattro intellettuali, ancora tranquillamente al lavoro nella foto. Mejerchol’d, regista della Cimice e punto di riferimento per la scena teatrale russa di inizio Novecento, conobbe la sorte peggiore: arrestato per ordine di Stalin, morirà nel 1940 (così come sua moglie), dopo giorni di atroci torture documentate in agghiaccianti lettere dal carcere.
Majakovskij, poeta e drammaturgo che della Cimice era stato autore e della Rivoluzione d’ottobre orgoglioso cantore, nel 1930 si suiciderà, spiazzato anche dalle critiche che gli venivano dal Partito: non aveva ancora compiuto trentasette anni e confidava in un nuovo corso della cultura russa.

20ago/170

Irruenti autori del “boom” che travolse la letteratura

Articolo di Francesca Lazzarato (Alias domenica 20.8.17) “Grandi incontri. Barcellona, inizio anni settanta: tre coppie legate da affinità, affetto, simpatie rivoluzionarie irrompono sulle scena letteraria. Un festoso addio ai canoni”

“”Nonostante siano passati quasi cinquant’anni, nella foto non è difficile riconoscere un giovane Mario Vargas Llosa, con basette esagerate e aria spavalda, con accanto la moglie Patricia; alla sua destra Mercedes Barcha, colombiana di ascendenza egizia dalla «arcana bellezza da serpente del Nilo», come la definiva Gabriel García Márquez, suo marito, l’ultimo a destra, allegramente mefistofelico; gli occhiali e la barba appartengono a José Donoso, la donna con gli orecchini è sua moglie Maria Pilar Serrano, che aveva lasciato una vita frivola e cosmopolita per condividere le sorti di un marito senza pace.
Simpatie cubane
Siamo all’inizio degli anni settanta, in una Barcellona non ancora bonificata dall’ intervento urbanistico del ’92 e molto diversa dall’odierno luna park per turisti ubriachi. Le tre coppie stanno trascorrendo una serata insieme: si incontravano spesso, tanto nei caffè del centro storico quanto nelle rispettive case dell’uno o dell’altro (i Vargas e i García Márquez abitavano quasi porta a porta, nel quartiere borghese di Sarrià), dove si discuteva di politica e di libri.

10ago/170

«Bob Rauschenberg & Friends». Gustare il mondo impermanente. Grande mostra al MoMa di New York sul texano che anticipo’ la Pop Art

Articolo di Fiamma Arditi /Stampa 9.8.17)

“”Secondo lui la pittura ha a che fare sia con l’arte che con la vita. «Cerco di muovermi nello spazio fra queste due», spiegava Bob Rauschenberg quando gli chiedevano di sintetizzare il suo lavoro. Il Museum of Modern art di New York ( MoMa), vent’anni dopo la grande retrospettiva al Guggenheim, fino al 17 settembre, dedica le enormi sale di un intero piano, il quarto, a raccontare l’ecletticità dell’artista texano, il suo viaggio da Port Arthur, Texas, nel mondo: Robert Rauschenberg: Among Friends. La prima tappa fu, San Diego, in California, dove a diciotto anni, nel 1943, si arruolò nella Marina americana, ma come obiettore di coscienza finì nell’ospedale da campo a fare il tecnico neuropsichiatra. Con la sete di conoscere e sperimentare strade nuove, usare materiali trovati per strada, inventarsi collaborazioni con pittori, musicisti, coreografi, il mondo diventò presto la sua casa, gli altri artisti i compagni di viaggio.
Gli inizi Se è vero che gli incontri possono cambiare la vita delle persone, quella di Bob Rauschenberg lo conferma. A undici anni, con l’arrivo dell’unica sorella, Janet, creò la sua prima installazione. Gli misero in camera la neonata, perché la casa era piccola e per riuscire ad avere il suo spazio privato, con delle scatole di cartone vuote organizzò una specie di parete divisoria. Fu quello il seme che avrebbe fatto crescere la pianta del suo lavoro futuro. Per cui quando camminando oggi tra le sale del museo newyorchese, prima che la mostra vada allo «SfMoMa» di San Francisco, ci troviamo davanti alle opere di questo artista attratto dall’impermanenza dei giornali, della carta in tutte le sue forme, da strumenti e materiali nuovi, da oggetti trovati per strada, a cui con l’ecletticitò di un demiurgo ridà nuova vita, capiamo che nel fuoco d’artificio delle sue creazioni c’è una coerenza e una creatività contagiosa.

1ago/170

Dio e’ morto

Blog di Francesco Postorino (espresso online 31.7.17) “Le storie spezzate di Fabrizio De André”

“”A volte fa bene prendersi una lunga pausa dal chiasso infernale del presente e riassaggiare in silenzio, quasi di nascosto, l’opera di Fabrizio De André. Anzi, mi sembra una scelta di resistenza dovuta. Ultimamente non se ne parla molto. La moda chiama, il mercato pure. Dalle nostre parti si tende a dimenticare, a contestualizzare freddamente e quindi a chiudere in un cassonetto storiografico le opere di grandi uomini. A molti sfugge che le parole e la musica di Fabrizio ignorano le regole del tempo. Il più grande cantautore italiano del Novecento, che non ha nulla da invidiare a Bob Dylan e ad altri, ci ha consegnato una poesia che sfiora l’eterno e gioca con le epoche, con le storie parallele. Gesù, nella Buona novella, non diverge dai protagonisti del maggio francese. E Marinella la incontriamo ogni giorno in Via del Campo, ma non ci fermiamo a parlare con lei, non scambiamo sguardi sinceri, non ci avviciniamo al suo pianto protetto dal flauto precario del suonatore Jones, le cui note le ricordano La leggenda di Natale e quel sorriso regalato da un malato di cuore che le contava i capelli con le mani sudate e il cuore sulle labbra, mentre accanto sbocciavano le viole. Fabrizio è lì.