Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

15mag/180

I fili spezzati dell’uguaglianza

Articolo di Gaetano Azzariti (manifesto 15.5.18) “Il pensiero di Stefano Rodotà, a partire dall’ultimo libro «Vivere la democrazia» e la sua lezione del 2017 presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, che ora costituisce un capitolo del volume «I beni comuni. L’inaspettata rinascita degli usi collettivi»”

“”Non viviamo tempi facili. L’improvvisazione sembra dominare la scena, nel campo delle politiche dei diritti si succedono le più diverse proposte. Un eclettismo che sta lacerando in particolare il campo del pensiero critico. Un punto di vista alternativo a quello dominante è ancora possibile, ma a condizione che sia espressione di una visione d’insieme coerente, che si regga su un’analisi critica del presente, che prospetti soluzioni di rottura basate su principi di fondo e non su esigenze del momento o tatticismi politici. Insomma, è necessario uscire dall’improvvisazione e ritrovare una bussola. Spegnano allora i televisori e torniamo a leggere i libri. Alla ricerca di «pensieri forti», in grado di indicarci nuove vie da percorrere per non arrenderci al mesto presente. Non narrazioni fantastiche, pure illusioni, ma possibili modi per tornare a far «vivere la democrazia» e in essa riscoprire il valore dei «beni comuni». E proprio ai temi indicati sono dedicate le ultime riflessioni di Stefano Rodotà, ora pubblicate in due libri postumi.

25apr/180

25 aprile. La liberazione incompiuta che ancora interroga il presente

Articolo di Claudio Vercelli (manifesto 25.4.18) “Una riflessione sul significato di questa giornata nella stagione delle nuove diseguaglianze. Più che il presunto «tradimento dei valori» è la loro mancata realizzazione nel passato che si sta rivelando un costo insostenibile per la realtà odierna”

“”Raccontava Umberto Eco a un pubblico americano: «In Italia vi sono oggi alcuni che si domandano se la Resistenza abbia avuto un reale impatto militare sul corso della guerra. Per la mia generazione la questione è irrilevante: comprendemmo immediatamente il significato morale e psicologico della Resistenza». Forse sono queste le parole che più e meglio raccolgono il senso dell’unicità di quella esperienza, per molti aspetti irriducibile alle sole categorie di comprensione, rielaborazione e valutazione che ci sono invece imposte dal presente. Anche per questa ragione, però, rischiano di rivelarsi come il più sincero epitaffio di una parabola esistenziale, prima ancora che politica, dove al senso di un inedito protagonismo, quello di coloro che fino ad allora erano rimasti ai margini, si coniugava la gioia della liberazione soprattutto dalla necessità di avere paura.
Poiché la dimensione generazionale ha avuto una grande importanza in ciò che leggiamo e interpretiamo come «lotta di Liberazione», tanto più se la riconduciamo alle sue letture nell’oggi. E questo non perché fosse un’impresa dei giovani contro gli «anziani» ma per il suo costituire un moto di profonda frattura rispetto all’ordine preesistente delle cose. Non solo, quindi, nei riguardi del fascismo ma anche rispetto al passato liberale.

24apr/180

25 Aprile1945, vinse la Resistenza antifascista

Articolo di Guido Crainz (Repubblica 22.4.18)

“”Da sempre il 25 aprile è il segnale di un clima: “racconta” il modificarsi di un Paese, il suo vivere il proprio passato e il suo immaginare il futuro. Ed è uno sfregio il primo segnale venuto quest’anno, il rifiuto della giunta di centrodestra di Todi di dare il proprio patrocinio alle celebrazioni dell’Anpi: l’antifascismo sarebbe “di parte”, per una giunta che ha il sostegno di CasaPound. Non è affatto un segnale minore, mentre sul proscenio si susseguono incauti osanna alla “Terza Repubblica”. E ancora una volta il 25 aprile chiama in causa tutte le parti in campo: “rivela” la cultura – o l’incultura – dei vincitori, ma anche la capacità di risposta – e la cultura – di chi non si rassegna, di chi non è disposto a cedere il campo quando sono in discussione i valori fondativi della comunità nazionale. Interroga dunque i nuovi “vincitori”, il 25 aprile di quest’anno, e da essi esige risposte: anche da chi le ha sempre eluse. E interroga al tempo stesso la sinistra, la costringe a riflettere su se stessa. O meglio: su quella “dissipazione di sé” che sembra prevalere. E l’urgenza di una riflessione non episodica è rafforzata e accentuata da molti altri, allarmanti segnali venuti nei mesi scorsi. Una riflessione che coinvolga l’educazione quotidiana alla democrazia (la quotidiana “pedagogia della Costituzione”) e la mobilitazione politica e civile: così come è sempre stato nella nostra storia, lontana o recente.

23apr/180

La lenta morte delle democrazie

Articolo di Beda Romano (Sole 22.4.18)

Non c’è monumento negli Stati Uniti che non abbia sul frontone elogi ai padri fondatori del Paese e alla grande democrazia americana. Celebre citazioni decorano anche il molo da cui partono i traghetti che nella baia di New York collegano Battery Park a Ellis Island e alla Statua della Libertà. In questi giorni, il contrasto con i libri in libreria non potrebbe essere più evidente. Numerosi sono i volumi dedicati alla crisi della democrazia negli Stati Uniti, e più in generale nel mondo occidentale. Sotto al microscopio è il concetto di democrazia illiberale.  La lista è solo indicativa: The People vs Democracy: Why Freedom is In Da nger and How to Save It, di Yascha Mounk; Anti-pluralism: The Populist Threat to Liberal Democracy, di William Galston; The Road to Unfreedom: Russia, Europe, America, di Timothy Snider. In particolare nel volume How Democracies Die, due professori di Harvard, Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, hanno il merito di fare una analisi accurata di come ai loro occhi muoia oggigiorno una democrazia. Il tema è attuale: la crisi scoppiata nel 2007-2008 è stata successivamente economica e sociale, e sta oggi mettendo a rischio le istituzioni democratiche di molti Paesi.

8apr/180

«Il sistema di Orban in Ungheria? Un mix di affari e feudalesimo»

Intervista a Ágnes Hellerdi di Paolo Valentino (Corriere 8.4.18)

“”BUDAPEST Signora Heller, lei critica duramente Orbán.
«Sì. E criticavo duramente anche János Kádár, sotto il regime comunista».
Touché. Ma perché Viktor Orbán?
«Perché ha di fatto abolito la libertà di stampa, perché usa fondi europei per far arricchire i suoi amici e familiari, perché le scuole e la sanità pubblica in Ungheria sono in una situazione tragica. Perché vuole controllare anche la cultura: sa che nell’unico libro di Storia ora in uso nei licei, l’ultimo capitolo è dedicato a Orbán? Neppure Kádár lo aveva fatto. Orbán è un tiranno».
Avrà anche 88 anni Ágnes Heller. Ma è in forma strepitosa, brillante e pungente come quando negli Anni 70 teorizzava i «bisogni radicali». Sopravvissuta all’Olocausto, allieva di Gyorgy Lukacs, Heller è stata leader della Scuola di Budapest, la corrente filosofica del marxismo dissidente nei Paesi dell’Est socialista.
Ma perché la maggioranza appoggia Orbán?
«Il 60% non vota per lui. Ma restiamo alla sua domanda.

8apr/180

L’eredita’ scomoda dell’Azionismo nella crisi italiana

Articolo di Davide Conti (manifesto 8.4.18)

“”Il profilo politico-culturale dell’eredità storica del Partito d’Azione, incarnato da figure come Ferruccio Parri, Piero Calamandrei, Duccio Galimberti, Giorgio Agosti, ha sempre rappresentato in Italia un elemento di rara quanto manifesta incompatibilità con gli esiti conclusivi della transizione avviatasi con la fine della guerra, la sconfitta del nazifascismo e la nascita della Repubblica democratica. Per lungo tempo la riflessione pubblica sul lascito dell’esperienza del Partito d’Azione, ovvero della seconda forza politico-militare della Resistenza, è stata circoscritta al perimetro dell’immediato dopoguerra, coincidente invero con la parabola del PdA, e sintetizzata con l’immagine della «occasione mancata» di rinnovare nel profondo la struttura dello Stato e la società nonché per avviare un processo pedagogico di nazionalizzazione antifascista delle masse.

25mar/180

Rivalutata la volonta’ popolare a partire dalla Carta

Articolo di Carlo Freccero (manifesto 25.3.18)

“”Fico ha fatto alla Camera un discorso bellissimo e insieme di grande restaurazione. Ha esordito con l’omaggio al presidente della Repubblica, ha proseguito con la centralità del parlamento come luogo in cui trova espressione la volontà popolare.
Ma proprio per il suo voler rivalutare la Costituzione, il suo discorso è stato contemporaneamente innovativo e rivoluzionario. Il primo riferimento che è stato fatto è alla Resistenza come premessa per la creazione della Carta Costituzionale. Ma c’era un secondo fronte a cui faceva tacitamente riferimento: il fronte per il No al referendum renziano. Questo fronte rappresenta la nuova linea di resistenza che ha saputo opporsi all’abrogazione dello spirito di una costituzione che J.P. Morgan ha definito “socialista”. Come può un partito sedicente di sinistra chiedere l’abrogazione proprio di quanto la nostra Costituzione conserva di solidale, a favore di efficienza e globalizzazione?
Il discorso di Fico prende le distanze da gli ultimi governi che hanno pensato di poter ignorare la volontà dei cittadini per esprimere riforme fortemente volute dalle élites internazionali. Lo spirito della Costituzione è stato alterato, conferendo di fatto all’esecutivo, poteri che sono dei cittadini e quindi delle Camere.

21mar/180

Gustavo Zagrebelsky “Solo il diritto protegge la ragione dal risentimento”

Intervista a Gustavo Zagrebelsky di Antonio Gnoli (Repubblica 20.3.18) “Il giurista raccoglie in un volume una serie di lezioni centrate su un interrogativo: come fa una società a rendere coeso quell’insieme di interessi che l’attraversano?”

In un tempo decisamente votato all’incertezza e nel quale sempre più rassegnati guardiamo al futuro, possono tornare utili le considerazioni che Gustavo Zagrebelsky svolge intorno alla natura del diritto e alla sua storia. Il diritto allo specchio (nel quale per Einaudi sono raccolte le sue lezioni al San Raffaele di Milano) è una guida straordinaria dentro le questioni capitali che hanno attraversato le civiltà e che potremmo riassumere con un interrogativo: come fa una società a proteggersi da se stessa? Come fa a rendere coeso e tollerabile quel coacervo di interessi, desideri, brame che l’attraversano e che sono a volte impulso vitale altre annuncio di rovina? «La storia ha offerto differenti soluzioni, quella più solida che è sopravvissuta nonostante le evoluzioni e i cambiamenti, che non sempre sono all’altezza delle aspirazioni, è il diritto», dice Zagrebelsky.
In che senso “Diritto allo specchio”, cosa vi si riflette?
«Mi piaceva l’idea di specchio come speculum. Paolo di Tarso dice che la condizione umana consente di vedere le cose solo “per speculum in enigmate”, cioè riflesse e velate. Quasi a significare che la verità ha una sostanziale inafferrabilità».
Qualunque definizione del diritto è dunque provvisoria?

19mar/180

Rodota’, l’eterna giovinezza trovata nella Costituzione

Articolo di Salvatore Settis (Fatto 18.3.18) “Un ricordo del maestro di diritto e di politica che con la sua dottrina ricordò che la Costituzione non è un monumento, e con la sua azione lavorò per implementarla. «1933-2017 A Torino si ricorda il grande giurista: per lui la Carta non era una dichiarazione di principi, ma un’agenda da applicare»”

“”Stefano Rodotà era così popolare perché sapeva parlare con una palpabile, contagiosa passione civile. Fra tanti, un esempio. Commentando l’art. 3 della Costituzione, egli poneva a contrasto il primo e il secondo comma, ravvisandovi due componenti concettualmente e storicamente distinte. Nel primo comma (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”), riconosceva la costruzione di una soggettività astratta, che assevera ma non garantisce l’uguaglianza fra i cittadini. Nel secondo comma (dove si assegna alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”) egli rintracciava, attraverso la nozione di persona, l’irruzione sulla scena di una prepotente corporeità, coi suoi desideri e i suoi bisogni, che trascina con sé una forte tensione verso l’uguaglianza, che la Costituzione indica come imprescindibile obiettivo dell’azione pubblica. Insomma, il primo comma dell’art. 3 configura una sorta di uguaglianza formale dei cittadini, mentre il secondo comma prende atto della loro diseguaglianza materiale e prescrive di rimuoverne le cause, ostacoli a una vera uguaglianza. Perché questa linea interpretativa non apparisse troppo teorica a un pubblico digiuno di diritto, Rodotà adottava un’argomentazione narrativa, proiettando l’art. 3 all’indietro, su un dato di immediata esperienza comune, l’estensione del diritto di voto. Riservato all’inizio a una porzione ristretta della popolazione maschile, sulla base dell’istruzione e del censo, esso raggiunse tutti i cittadini (in particolare le donne) solo nel 1946. Nel 1861 votò il 2 per cento della popolazione italiana, nel 1946 l’89 per cento: un dato statistico che ci tocca da vicino.

24feb/180

L’Italia antifascista che manifesta non e’ un’arma di propaganda

Articolo di Marco Revelli (manifesto 24.2.18) “L’Italia antifascista va in piazza oggi in un clima pesante. «Clima di violenza», recitano i media mainstream, falsando ancora una volta lo scenario, come se si trattasse di violenza simmetrica”

“”L’Italia antifascista va in piazza oggi in un clima pesante. «Clima di violenza», recitano i media mainstream, falsando ancora una volta lo scenario, come se si trattasse di violenza simmetrica. Di opposte minoranze estremiste, ugualmente intolleranti, quando invece la violenza a cui si è assistito non solo in queste ultime settimane, ma negli ultimi mesi e negli ultimi anni è una violenza totalmente asimmetrica, distribuita lungo un rosario di intimidazioni, intrusioni, aggressioni sempre dalla stessa parte, per opera degli stessi gruppi, con le stesse divise, gli stessi rituali, gli stessi simboli e tatuaggi: Casa Pound e Forza nuova con i rispettivi indotti. E sempre col medesimo disegno politico: occupare parti di territorio fino a ieri off limits per l’estrema destra. Periferie metropolitane e piccoli centri, aree in cui la marginalizzazione e il declassamento sociale hanno creato disagio e rabbia, con lo scopo “strategico” di diventare referenti politici di quel disagio e di quella rabbia. Vicofaro, il 27 di agosto dello scorso anno. Roma, Tiburtino III, il 6 di settembre. Como, il 28 novembre. Sono solo le tappe principali di un percorso che culmina nell’atto estremo di terrorismo razzista a Macerata, il 3 febbraio. Dall’altra parte un solo episodio, quello di Palermo, che per odioso che possa essere considerato – ed è atto odioso il pestaggio di una persona legata, incompatibile con i valori dell’antifascismo quale che ne sia l’idea dei suoi autori -, non può certo mutare il profilo di un quadro politico estremamente preoccupante.