Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

16lug/180

Lettera dall’Europa. Se il fascismo rischia di tornare

Articolo di Béatrice Delvaux (Repubblica 16.7.18 – Le Soir/ LENA, Leading European Newspaper Alliance Béatrice Delvaux è editorialista di Le Soir Traduzione di Luis E. Moriones)

“”Si sono ritrovati, come ogni anno, anche in questo inizio d’estate del 2018. È la decima volta, quasi non credono ai loro occhi. Dieci anni che si riuniscono in un paesino italiano, legati dall’ammirazione per Leopold Unger, alias Pol Mathil, il grande giornalista polacco scomparso che amavano tanto e la cui penna ha lavorato da Bruxelles a Varsavia per The Herald Tribune, Le Soir, Gazeta Wyborcza o Radio Free Europe. In questo luogo isolato, dove tante volte hanno discusso delle cose del mondo e dei giornali, sono per una volta, distrutti, testimoni e attori impotenti di un orientamento del presente. Sono belgi, polacchi, tedeschi, vivono in Polonia, a Bruxelles, in Germania, in Italia, e osservano increduli il loro “paesaggio” europeo: l’Italia di Salvini, la Polonia di Kaczynski, la Germania di Merkel che non ha saputo contenere il trionfante Afd. Il Belgio, da parte sua, ospita la sede di un’Europa che rischia di esplodere sotto i colpi della cosiddetta crisi migratoria.
Per alcuni di loro, stanno riemergendo le ombre di un passato terribile e con esse il terrificante fallimento del “mai più” promesso ai loro figli. Non si sentono più in grado di giurarlo ora, loro, le cui madri sono sopravvissute ai campi di concentramento.
Il ritorno dei fascismi? Il fenomeno era considerato “gestibile” finché i segnali riguardavano l’Ungheria e la Polonia. Ma ora si stanno infiltrando in Germania e in Italia — e la Francia deve a un solo uomo, Emmanuel Macron, di essere sfuggita all’estrema destra. Lottano, manifestano, ma non sanno più come svegliare “l’Europa” — gli Stati Uniti, lasciamo perdere —: come fermare il flusso dei popoli nuovamente sedotti da questi messaggi semplicistici ed egoisti?

28giu/180

Piketty misura il crollo della sinistra

Articolo di Danilo Taino (Corriere 28.6.18)

“”In tutto l’Occidente ci si domanda cosa sia successo alla sinistra, quella socialdemocratica e quella «rivoluzionaria». Come mai abbia perso consensi in misura drammatica, al punto da fare pensare a una sua possibile estinzione. Un lungo studio di Thomas Piketty — l’economista diventato famoso con un libro sulle disuguaglianze, Il capitale nel Ventunesimo secolo — ha evidenziato una serie di dati statistici che possono fare riflettere. Il lavoro — intitolato «Sinistra bramina versus destra dei mercanti» — riguarda i risultati elettorali degli scorsi decenni negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e soprattutto in Francia: piuttosto simili nonostante le differenze istituzionali e dei sistemi elettorali. Una lettura utile anche in Italia dopo le votazioni più recenti. Il risultato principale dello studio è, secondo Piketty, «il rovesciamento completo della frattura dell’istruzione». All’inizio del periodo preso in considerazione, gli anni 50 e 60, «gli elettori più istruiti votavano sistematicamente più per la destra». Ora, a partire dai primi anni Duemila, si osserva «un andamento completamente opposto: più alto il livello di istruzione, più alto il voto a sinistra». Un indicatore che illustra questo cambiamento è la differenza tra il numero dei laureati votanti a sinistra e i non laureati votanti a sinistra. Negli anni 50 e 60, questa differenza era negativa attorno al 20%, cioè erano i meno istruiti a votare molto più i partiti di sinistra (i democratici in America, i laburisti nel Regno Unito, i socialisti e i comunisti in Francia). Con il passare del tempo, il gap è venuto via via chiudendosi, è sceso a zero negli anni 80, è diventato leggermente positivo negli anni 90 e nel primo decennio del Duemila è diventato positivo del 10%. Si tratta di un cambiamento del 30% in alcuni decenni che segnala l’enorme spostamento nei comportamenti elettorali. Negli Stati Uniti, la differenza tra il numero di laureati e di non laureati che hanno votato a sinistra (democratici) era di meno 11% nel 1964 e di più 17% nel 2016. In Gran Bretagna di meno 17% nel 1955 e di più 7% nel 2017. In Francia, di meno 16% nel 1958 e di più 13% nel 2017. È in sostanza un rovesciamento storico: le élite (inevitabilmente minoritarie) votano le sinistre e la popolazione meno istruita tende a non votarle più. Fenomeno che secondo Piketty vale anche, ma in misura minore, per le élite del denaro.””

27giu/180

L’opposizione senza voce

Articolo di Michele Ainis (Repubbica 27.6.18)

“”Questo governo è tutto: destra e sinistra, tecnici e politici, maggioranza e opposizione. Il vicepremier Salvini spara sui vaccini? S’oppone Grillo, ministra della Salute. L’altro vicepremier Di Maio accelera sul reddito di cittadinanza? Frena Tria, il ministro tecnico dell’Economia. Evviva, la maggioranza è viva. Anche troppo, verrebbe da osservare. Però in democrazia la dialettica politica dovrebbe consumarsi fra maggioranza e minoranza, non fra i maggiorenti della stessa maggioranza. E invece la minoranza dov’è, dove si è nascosta? Assente, silente, ancora penitente, mentre si succedono le batoste elettorali. E quando parla la sua voce non risuona, non ha abbastanza decibel per toccare l’uditorio. Insomma, una débâcle, un paesaggio di rovine. Quelle del vecchio leader (Renzi), disarcionato dai propri errori, non da nuovi leader. Lasciando perciò un partito senza un comandante in capo, con i suoi colonnelli in lite perenne sulla rotta da seguire.

25giu/180

Adesso e’ gia’ troppo tardi

Articolo di Piergiorgio Paterlini (espresso 20.6.18)

””Devo darvi una brutta notizia. Il fascismo non si può prevenire. Né impedire. Si può combattere. E sconfiggere. Ma dopo. Solo dopo. Perché la sua caratteristica più malefica e infingarda è quella di riuscire a non farsi percepire come tale (oh, la realtà reale e quella percepita, eccola qui) fino a che non è troppo tardi per qualunque anticorpo. È una malattia sociale paragonabile ai tumori fulminanti, cioè difficilissimi da diagnosticare se non a poche settimane dalla fine del loro marcio lavoro di distruzione di un corpo, e di un corpo sociale, di tante cellule sane che però soccomberanno. La differenza è che – dopo molte tragedie, lutti, devastazioni irreparabili – il corpo sociale si ribella, combatte, reagisce e – in poco o tanto tempo (tanto, in genere) – vince e rinasce. Il fascismo (nazismo, franchismo…) – come era successo in Spagna, in Italia, in Germania – ha un punto di non ritorno che è invisibile ai più, ed è proprio questa capacità di camuffarsi fino all’ultimo che rende la prevenzione impossibile.

21giu/180

Il filo democratico che lega i temi d’esame

Articolo di Alba Sasso (manifesto 21.6.18) “Scuola. Il possesso pieno del sapere è strumento essenziale di uguaglianza e di crescita, dei singoli e del Paese. Gli anticorpi contro la cattiveria, l’arroganza e la violenza”

“”In un momento in cui “pietà l’è morta”, le tracce delle prove d’esame propongono, meritoriamente, una forte attenzione ai temi della democrazia, della non discriminazione, dei diritti, del principio di uguaglianza della Costituzione. Sembra chiudere in bellezza l’ultimo esame di Stato prima della sua riforma. Dal 2019, su input della ministra Fedeli, non ci sarà il terzo scritto, il «quizzone», e neppure la tesina, sostituita da un colloquio, per accertare «competenze, capacità argomentativa e critica e l’esposizione delle attività svolte in alternanza scuola-lavoro». Sarà previsto l’obbligo di aver partecipato alle prove Invalsi (non influiranno sul voto finale) per essere ammessi. Gli esami di stato sono, per un Paese abbastanza disinteressato alla sua scuola, un momento in cui si accendono i riflettori. Anzi, questo interesse è cominciato da qualche settimana, a partire dall’idea che l’esame di Stato non serva, visto che non sempre buoni risultati coincidono con quelli delle prove di ammissione all’Università. Questa tesi mi sembra sbagliata. Dal momento che non tutti i diplomati vanno all’università. Ed anche perché questo esame è la conclusione di un percorso, importante verso l’età adulta.

19giu/180

Destra e sinistra senza cultura

Articolo di Roberto Esposito (Repubblica 19.6.18)

Ciò che fa del nuovo scenario italiano una preoccupante eccezione tra i Paesi dell’Europa occidentale è la simultanea mancanza di una vera cultura di destra e di un’autentica cultura di sinistra. È vero che il contratto da cui nasce il governo conteneva singoli pezzi in qualche modo riconducibili a orientamenti di destra e anche di sinistra. Ma l’amalgama che ne è risultato, come i suoi primi atti, appaiono estranei sia a una tradizione liberal- conservatrice sia alla cultura politica del socialismo europeo. I motivi di tale estraneità sono insieme antichi e recentissimi. Quanto a una destra repubblicana, si può dire che non si sia mai formata nell’Italia del dopoguerra. Impedita inizialmente dalla catastrofe fascista, è stata prima imbrigliata dalla lunga egemonia democristiana e poi geneticamente modificata dal berlusconismo.

17giu/180

Fascismi vecchi e nuovi

Articolo di Luciano Canfora (Corriere 17.6.18) “Quel baratro aperto tra «sinistra» e «popolo»”

“”Narra Anneo Seneca, nel De clementia, che nell’anno 43 a.C. a cena i triumviri stilarono le liste di proscrizione. Con una divisione di compiti: Marco Antonio comandava, Lepido stava a guardare e il giovanissimo Ottaviano, futuro Augusto, scriveva sotto dettatura. Tra Salvini, Di Maio e Conte succede la stessa cosa: il primo comanda, il secondo sta a guardare con l’occhio chino e il terzo scrive. Se non fosse tragica, la situazione sarebbe farsesca, in omaggio alla regola generale secondo cui, nella replica, la tragedia diventa farsa. Ma parliamo del baratro in cui stiamo precipitando. Ben si sa che la nozione di «fascismo» è stata declinata, sin da molto presto, in due modi differenti: per un verso come definizione inerente al fascismo italiano, inteso come fenomeno irripetibile, per l’altro in una accezione più ampia, comprensiva dei movimenti coevi, e successivi, che al fascismo italiano dichiaravano di ispirarsi.

17giu/180

La guerra dentro. Ovvero, vincere la sfida della disumanita’

Articolo di Marco Revelli (manifesto 17.6.18) “Migranti/Sinistra. Rischiamo di avere oggi «socialisti senza umanità» (quelli che squassano la sinistra in Europa, fin dal cuore della Linke tedesca) e «umanitari senza socialità» (senza solidarietà sociale)”

“”«Con gli occhi per terra la gente prepara la guerra». Mi è tornata in mente, quella strofa lontana, in questi giorni feroci dell’odissea dell’Aquarius, da ieri elevata ufficialmente a sistema – con Salvini che reitera la chiusura dei porti alle ultime navi di profughi in arrivo – in cui tutto, ma davvero tutto, sembra perduto: la politica, l’umanità, l’elementare senso di solidarietà, noi stessi, il nostro rispetto di noi e degli altri cancellato da un ministro di polizia che fa della pratica disumana della chiusura dei porti un metodo di governo… Mi è tornata in mente perché è quello che sento nell’aria, che leggo nelle facce, negli sguardi, nei cattivi pensieri di (quasi) tutti. Odore di guerra, e occhi a terra (lo sguardo del rancore che promette sventura).
Alla velocità della luce, in poche mosse da parte di giocatori cinici e spregiudicati, questione migratoria e logica bellica, politica dei flussi e politica delle armi si sono saldate intorno alla coppia nefasta «amico-nemico». E il confronto impari, spaventosamente asimmetrico, tra l’Italia e quel microscopico frammento di nuda vita in balia delle onde nel Canale di Sicilia si è saldato, come le due facce del medesimo foglio, col confronto muscolare, «di potenza» e «tra potenze».

2giu/180

Ci vuole un altro stile per fare opposizione

Articolo di Nadia Urbinati (Repubblica 2.6.18)

“”Il populismo è un termine vuoto e ambiguo. La vuotezza è la sua forza perché lo rende permeabile a tutte le strategie e le narrative, capace di adattarsi alle esigenze del momento. Il populismo è il trionfo del contingentismo. Il suo opportunismo radicale può giustificare tutto per soddisfare le esigenze di quel che dice essere il “suo” popolo. L’ambiguità è la sua forza, ha scritto con soddisfazione Ernesto Laclau, che ammirò del populismo la capacità di costruire il soggetto collettivo ( il popolo) con il solo strumento della retorica. Ed è vero, poiché i leader populisti possono con narrative spregiudicate unificare tante e diverse richieste come i partiti tradizionali cercano di fare con meno successo, perché hanno ancora confini identitari (anche quando cercano di superarli). Questi caratteri sono una guida per capire sia il populismo come movimento che il populismo al potere. Fino a quando i populisti sono movimento di opposizione, la loro retorica “ anti” ha buon gioco, perché chi è libero dal potere può con successo denunciare chi sta al potere. Le cose cambiano quando il populismo si fa governo. Il potere conquistato può infatti essere rischioso poiché può facilmente farne un nuovo establishment.

2giu/180

Quel “contratto” e i pirati della carta

Articolo di Salvatore Settis (Fatto 2.6.18) “Dal premier “esecutore” a Savona – Le ultime torsioni di una “fantacostituzione”: ora bisognerà vigilare sul nuovo governo. A partire dalla difesa “sempre legittima” propugnata da Salvini

“”Cambiare la Costituzione in Italia è molto complicato. Anzi no, è facilissimo. Lo Statuto Albertino (1848) sopravvisse cent’anni. Mussolini cercò di cambiarlo nominando una “Commissione dei Soloni”, antesignana delle commissioni di “saggi” per la modifica costituzionale di questi ultimi anni. Ma le modifiche proposte dai Soloni erano così tenui che il duce preferì soprassedere, e alterare l’ordinamento con una raffica di fascistissime leggi ordinarie, contando sul fatto che lo Statuto non lo vietava espressamente e sulla complicità del Re. I saggi di nuova generazione ci hanno propinato soloneggiando la riforma costituzionale Renzi-Boschi, bocciata dal referendum: perché, per nostra fortuna, la Costituzione repubblicana prevede una procedura rigorosa. Ma le voglie di cambiar tutto non si sono spente. C’è chi (come Renzi) sogna di rilanciare modifiche simili a quelle appena naufragate. C’è chi finge di dimenticare articoli cruciali della Carta, devastando la spesa sociale, la cultura, la sanità, la scuola, il diritto al lavoro (che in Costituzione ci sono) in nome dell’ossequio ai mercati (che in Costituzione non c’è). E c’è chi rispolvera adattandola ai tempi l’opposizione, formulata ai tempi dello Statuto Albertino, fra Costituzione formale e “Costituzione materiale”.