Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

12dic/170

Il populismo in cerca di un vocabolario

Articolo di Michele Ainis (Repubblica 12.12.17)

Il populismo è fin troppo popolare. La parola – se non anche la cosa – rimbalza nei discorsi dei politici, tracima sui media e nel web, ci casca addosso. Già, ma che diavolo significa? Le parole, a usarle troppo spesso, subiscono una sorta d’azzeramento semantico, come dicono i linguisti: diventano suoni, non concetti. È successo alla parola «democrazia» (Sartori ne contò decine di definizioni). Sta succedendo al populismo, tanto che ormai viene squadernato come un calendario: populismi di destra o di sinistra, di lotta o di governo, nuovi o stagionati. Ecco, i vecchi populismi. Quelli, almeno, già li conosciamo: narodniki russi, People’s Party negli Usa, peronismo sudamericano. Ma è una conoscenza teorica, libresca, non avendoli mai sperimentati di persona. E d’altronde pure i libri mentono, talvolta. Così, Mény e Surel ( Populismo e democrazia, 2000) scrivono che un elemento d’identità del populismo è l’avversione verso tutti i poteri neutri, dalla magistratura alle autorità di garanzia; ma allora dovremmo definire populista anche Togliatti, che in Assemblea costituente s’oppose strenuamente all’istituzione della Corte costituzionale.

5dic/170

I drappi dell’estremismo tedesco

Articolo di Gian Enrico Rusconi (Stampa 5.12.17)

“”Bene ha fatto Giovanni Sabbatucci a parlare di «naziskin ingannati dalla bandiera del Secondo Reich». Anche perché credo che molti lettori condividano questo equivoco.
Ma – attenzione – non è così in Germania dove da tempo questo «equivoco» è intenzionale. Ed è uno dei motivi di forza culturale o identitaria (come si dice ora) di Alternative für Deutschland. Esponenti di primo piano della AfD insistono nel respingere e condannare il nazionalsocialismo e i suoi crimini, e non lo fanno per ipocrisia. Ma nel contempo rifiutano la «cultura della colpa tedesca», che a loro avviso oggi persisterebbe, diventando impropriamente motivo di sottile intimidazione dei tedeschi. Soprattutto interferisce e altera i rapporti politici, economici, finanziari. La Germania si sentirebbe così in qualche modo ricattata da Paesi europei altrimenti politicamente ed economicamente inaffidabili e inadempienti nei loro obblighi. Questo vale anche e soprattutto per le politiche di accoglienza messe in atto verso migranti e profughi, percepiti come grave minaccia alla integrità culturale e identitaria nazionale tedesca.

30nov/170

Il fascismo normale

Due articoli di Repubblica 30.11.17 LEGGI DI SEGUITO

“Il fascismo normale” di Tommaso Cerno

“”Ciò che conta raccontare dopo la trasferta neonazista di Como è la cornice di quei proclami: un’Italia stremata, impoverita, dove la banalizzazione del fascismo è considerata normale. «Il Duce fece bene, tranne le leggi razziali», disse perfino Berlusconi alla giornata della Memoria. Segno che la destra italiana non ha mai fatto i conti con il suo passato. Anzi, nel 1994, l’ex Msi di Fini fu sdoganato così com’era, con i suoi saluti romani e il suo fascismo interiore. Fu pitturato di fresco, bardato con un nuovo nome e portato al governo sulla parola. Dall’ex Cavaliere. Fini stesso, che poi ebbe stravaganti vicissitudini, non affrontò mai in Italia il proprio passato. Lo fece lontano dal fronte mussoliniano, in Israele, ponendosi sul capo la kippà ebraica durante la visita allo Yad Vashem di Gerusalemme. E scatenando l’insulto perfino sull’Olocausto da parte della destra radicale ed estrema. Quella che oggi torna ad avere diritto di cittadinanza.

6nov/170

Elezioni e democrazia

Intervista a Gustavo Zagrebelsky di Giuseppe Salvaggiulo (Stampa 6.11.17) “Gustavo Zagrebelsky: “L’antipolitica superata dal riflusso totale Rosatellum incostituzionale, Mattarella doveva mettere dei paletti” “Anche il Rosatellum è anticostituzionale” «Il voto di fiducia è stato un abuso di potere” “È la stagione dell’impolitica Grasso sarà un buon leader”

“”«A differenza di qualche anno fa, oggi vedo più impolitica che antipolitica». Così Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, interpreta la stagione politica che volge alle elezioni.
Qual è la differenza? «L’antipolitica è un’energia che può essere mobilitata “contro”: i partiti, i politici di professione, la democrazia parlamentare. Non è un caso che il populismo sia antipolitico e mobilitante. In un certo senso, è un atteggiamento attivo. L’impolitica è l’esatto contrario: è un atteggiamento passivo, di ritrazione, di stanchezza. Un modo di dire: lasciatemi in pace».
Quali sono i segnali di questo cambiamento? «La si può misurare con i numeri sempre più scarsi di coloro che scendono in piazza, che seguono i talk show politici, che vanno a votare. L’impolitico è pronto a sopportare qualunque cosa. L’antipolitico, invece, è disposto a mobilitarsi. Si p”otrebbe dire che l’impolitica è la fase suprema dell’antipolitica, quando non si crede neppure più al populismo».

29ott/170

Indipendentismo

Due articoli sull’indipendentismo in Catologna: Lucio Caracciolo e Nadia Urbinati (Repubblica 29.10.17) LEGGI DI SEGUITO

La paura della balcanizzazione che paralizza l’Unione europea di Lucio Caracciolo

“”Perchè la risposta degli Stati dell’Unione europea alla dichiarazione d’indipendenza della Repubblica di Catalogna è unanime, o quasi, nella difesa delle ragioni legali di Madrid? Per la ragione che se ne discutessero nei termini effettivi – uno scontro geopolitico, non una mera disputa giuridica – gli europei si dividerebbero. Come hanno fatto in ogni crisi che si rispetti, specie se di mezzo c’è l’indipendenza o meno di un territorio. Il caso classico, ma certo non unico, è quello jugoslavo, con Austria e Germania, insieme alla Santa Sede, schierate con i secessionisti sloveni e croati, resto del mondo (Francia in testa), almeno inizialmente per la “Jugoslavia unita e democratica”. Fino al caso limite del Kosovo, che alcuni Stati europei, Spagna in testa, rifiutano tuttora di riconoscere, perché in tal caso rischierebbero di legittimare i separatismi interni. Come nel caso catalano. I paradossali risultati di questo accecamento da autocensura geopolitica sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere.

15ott/170

I diseredati della politica

Articolo di Gustavo Zagrebelsky (Repubblica 14.10.17)

“”La maggior parte dei commentatori della legge elettorale in discussione in Parlamento assume come punto di vista le ragioni, buone o cattive che siano, dei partiti e di coloro che ne fanno parte. Ma, una legge elettorale deve essere considerata anche, anzi soprattutto, dalla parte degli elettori, i cui diritti mi paiono sottovalutati, per non dire ignorati. I cittadini, invece che come protagonisti di quel momento-clou della democrazia che sono le elezioni, sono trattati come pedine d’un gioco nelle mani di chi sta sulla loro testa. In democrazia, dovrebbe essere piuttosto il contrario. Si tratta di cose ovvie e il fatto che debbano essere dette indica di per sé che si è perso il contatto con la realtà.

13ott/170

La stanca democrazia

Articolo di Michele Ainis (Repubblica 13.10.17) e intervista a Roberto Saviano (Fatto 13.10.17) LEGGI DI SEGUITO

LE LEGGI elettorali sono come i matrimoni: per scoprire chi hai sposato, devi dormirci ogni notte sotto le stesse lenzuola. E il Rosatellum, è davvero un buon partito? O il quadripartito che l’appoggia finirà per lasciarci a mal partito? Lo sapremo presto, ce ne accorgeremo alle prossime elezioni, ammesso che questo sposalizio verrà celebrato anche in Senato, dopo il sì pronunziato a denti stretti dalla Camera. Ma il passo d’oca con cui la giovin creatura incede verso l’altare non può che promettere notti turbolente. Proteste in piazza, schiamazzi nell’aula di Montecitorio, scontri arroventati nel Paese: se ogni legge elettorale apre una nuova stagione della democrazia, stavolta è inverno, non certo primavera. Ecco, c’è un vizio di metodo, prima ancora che di merito, in questa vicenda normativa. C’è un esercizio muscolare, c’è un sopruso degli uni verso gli altri — e siamo noi, gli altri. Perché quando viene confiscata la libertà del Parlamento ne soffre la libertà di tutti i cittadini. E perché le forzature nel metodo si riflettono sul merito, sui contenuti della nuova disciplina elettorale, impedendo di correggerne quantomeno le storture più vistose. Il voto disgiunto, per esempio, che il Rosatellum nega agli elettori. O le pluricandidature, che suonano come un pluringanno. Ma l’inganno è già nella parola con cui è stato sottomesso il Parlamento: fiducia. «Sta’ attento a chi darai fiducia due volte», diceva García Márquez. Il governo Gentiloni l’ha chiesta per tre volte. E allora questa parolina gentile diventa minacciosa, in un gioco di specchi deformanti in cui nulla è più come ci appare. Anzi: gli specchi sono sette, come le code del diavolo.
Primo: di regola, la questione di fiducia viene posta dall’esecutivo su un provvedimento che esso stesso reputa centrale per sviluppare le proprie linee programmatiche. Tuttavia il Rosatellum muove da un’iniziativa parlamentare, non governativa. E oltretutto l’esecutivo in carica, presentando il suo programma, aveva promesso di tenersi fuori dalla riforma elettorale.

7ott/170

“Rischiamo l’ennesima legge elettorale incostituzionale”

Intervista a Gustavo Zagrebelsky di Silvia Truzzi (Fatto 7.10.17) ““I partiti studiano i sistemi di voto per regolare i conti tra di loro: i cittadini sono trattati come pedine”Alla Camera si discute la legge elettorale: piace a Berlusconi e Renzi, non a Bersani.”

“”Se questa fosse un’operetta morale, potrebbe intitolarsi Dialogo tra un realista e un utopista. Ma con Gustavo Zagrebelsky stiamo per parlare di temi assai prosaici, e non è il caso di scomodare Leopardi, anche se quel “Piangi che ne hai ben donde Italia mia” potrebbe fare al caso nostro. Professore, ha recentemente detto che non ne può più di sentir parlare di legge elettorale. Prima del referendum, aveva detto la stessa cosa delle riforme costituzionali… È vero. Durante l’ennesimo dibattito alla vigilia del 4 dicembre ricordo che cominciai dicendo: ‘Non ne posso più’, suscitando un applauso. Evidentemente, gli infiniti discorsi su ‘le regole’ hanno stancato. La legge elettorale è lo specchio della democrazia. Tra le leggi ordinarie, ha detto Carlo Smuraglia, la più vicina alla Costituzione.

2ott/170

Catalogna

Due interviste a scrittori e un articolo sull’indipendenza della Catalogna. LEGGI DI SEGUITO

«Ora una riforma della Costituzione o la Spagna non avrà un futuro» (Corriere 2.10.17) Intervista a Luis Sepúlveda di Sara Gandolfi

“”Barcellona «Mariano Rajoy sta giustificando la brutalità dimostrata dalla Guardia Civil e dalla Policía Nacional contro una popolazione civile, contro cittadini che, con o senza ragione, volevano solo andare alle urne e votare». Luis Sepúlveda, scrittore cileno che ha scelto di vivere in Spagna il suo lungo esilio, e di cui è appena uscito in Italia il libro Storie ribelli (Guanda editori), risponde al Corriere proprio mentre in tv scorrono le immagini della conferenza stampa del premier spagnolo. E non gli piace nulla di quello che sta ascoltando. «Fino a pochi giorni fa, il numero dei catalani disposti a partecipare al referendum era la metà di quelli che hanno poi tentato di votare. Non hanno votato per o contro l’indipendenza, votavano per il diritto a decidere liberamente, e contro l’arroganza di un governo ottuso, troppo vicino al franchismo, troppo immobile e insensibile ai problemi che si devono risolvere in modo politico e mai con la forza della repressione».
I suoi colleghi Vargas Llosa e Javier Cercas hanno definito il referendum un golpe…
«Sciocchezze. Chi ha fatto un colpo di Stato? Quelli che sanguinavano nelle strade e negli ospedali della Catalogna?».
Come si è arrivati fin qui, chi sono i «colpevoli»?
«C’è stata una lunga serie di offese e incomprensioni tra lo Stato spagnolo e la Catalogna, e la situazione si è aggravata quando il Tribunale costituzionale, composto da giudici in maggioranza di destra, ha eliminato lo Statuto d’autonomia catalana, votato e approvato dal Parlamento della Catalogna. Poi c’è l’immobilismo della destra, la tattica di Rajoy è non fare nulla, perché tutto scivoli via, senza curarsi dei costi sociali e politici. È mancato il dialogo da entrambe le parti, però soprattutto è mancata la volontà politica da parte del governo spagnolo per aprire le porte a questo dialogo. La destra ha sempre fatto affidamento più sulla repressione che sul dialogo».
La politica ha alimentato l’odio?

31lug/170

Venezuela, almeno 12 morti nel giorno del voto sulla Costituzione

Articolo di Rocco Cotroneo (Corriere 31.7.17) “Varata l’Assemblea costituente “monocolore” che dovrebbe rafforzare il regime di Maduro. L’opposizione sfida i divieti e scende in piazza

“”A colpi di arma da fuoco e menzogne il regime di Nicolás Maduro riesce alla fine nel suo intento: installare in Venezuela una Assemblea costituente monocolore con l’obiettivo, quasi dichiarato, di chiudere gli ultimi spazi di democrazia nel Paese. Mentre la crisi economica è devastante, una tragedia umanitaria sotto alcuni aspetti, il chavismo non arretra davanti al muro di no: la forte opposizione interna e il diffuso sgomento internazionale per il voto da partito unico voluto da Maduro. È una giornata di verità di segno opposto, e ancora una volta grondante sangue. Sono almeno dodici le vittime degli scontri avvenuti in varie città del Paese. Quasi tutti ragazzi e anche un candidato chavista all’Assemblea, ucciso in casa. Una giornata iniziata con due giovani ammazzati a Merida quando ancora era buio e mentre stavano ostruendo una strada, e chiusa dalle dichiarazioni trionfalistiche del governo sul «processo impeccabile e democratico». Nel mezzo il tentativo quasi disperato dell’opposizione di riempire le strade della capitale Caracas, mentre le ronde della Guardia Nacional Bolivariana attaccavano a ondate in moto come fossero squadracce paramilitari, lanciando lacrimogeni ad altezza uomo, prendendo la mira anche su fotografi e giornalisti, per evitare la concentrazione della folla nei sei punti della città indicati alla vigilia dalla Mud, l’alleanza dei partiti di opposizione. Aggregare cortei alla fine è stato impossibile. Quindi gli appelli dei leader della rivolta a non tornare a casa, a restare comunque in strada, come ormai avviene in Venezuela da centoventi giorni filati. Uniche armi di comunicazione, nel deserto della censura radiotv, i social network e le riprese live con Periscope. «Se non è possibile marciare, continuiamo con i trancazos», insistevano, cioè le tecniche di piccolo sabotaggio per bloccare le strade: barricate, sacchi di spazzatura, togliere le grate agli scoli dell’acqua, mettere file di bottiglie di vetro di traverso sull’asfalto.