Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

20apr/170

Meta’ dei giornalisti arrestati nel mondo sono in Turchia

Articolo di Chiara Cruciati (manifesto 20.4.17) “Il caso del reporter turco-tedesco Deniz Yucel, in isolamento da febbraio. In totale sono 153 i giornalisti incarcerati, parte della narrativa dell’assedio interno ed esterno del presidente”

“”La Turchia batte un altro record: è il paese con il più alto numero di giornalisti dietro le sbarre. Cina e Egitto mangiano la polvere: con 153 reporter in carcere Ankara detiene la metà di tutti i giornalisti arrestati nel mondo. Sono kurdi, sono turchi, sono indipendenti, sono scrittori e analisti, commentatori e fotografi. E sono anche stranieri. Gabriele Del Grande è l’ultimo di una lunga serie, in un paese che – a seguito della campagna di epurazione giustificata con il tentato golpe del 15 luglio – ha posto sotto il controllo governativo (diretto e indiretto) il 90% dei media, a sentire le opposizioni. I timori di amici e familiari di Del Grande sono più che giustificati. Basta guardare al caso di Deniz Yucel: il reporter del quotidiano Die Welt, cittadino turco e tedesco, è in prigione da febbraio in isolamento. Rischia 10 anni e mezzo di prigione dietro l’accusa di propaganda a favore del Pkk e incitamento alla violenza. Una settimana fa Yucel ha sposato la fidanzata nella prigione di Silivri; poche ore dopo il presidente Erdogan ha fatto sapere a Berlino che non sarebbe stato estradato in Germania, come richiesto dal Ministero degli Esteri tedesco che ha potuto fare visita a Yucel solo sette settimane dopo l’arresto. «È un agente terrorista – ha detto Erdogan – Faremo il necessario, nell’ambito della legge, contro chi agisce come spia e minaccia il nostro paese da Qandil». Un chiaro riferimento alle montagne irachene dove gli uomini del Pkk si sono ritirati quattro anni fa quando partì il breve processo di pace.
Il suo caso è emblematico: ad Ankara non importa nulla dell’Unione Europea. Ha modellato lo Stato intorno al concetto di assedio: i nemici esterni (e interni, i kurdi) mettono a repentaglio la nazione turca, la vogliono indebolire per impedirgli di riprendersi il suo ruolo leader in Medio Oriente. È quello che Erdogan va ripetendo ad ogni piè sospinto.
La retorica dello Stato in pericolo che necessita dell’uomo forte pronto a schiacciare qualsiasi tentativo di indebolimento è alla base dei reati contestati ai 153 giornalisti in prigione da mesi, qualcuno da anni.

8apr/170

In Italia si puo’ ancora torturare

Articoli di Alberto D’Argenio E Carlo Bonini   (Repubblica 7.4.17) “Una prima ammissione delle colpe degli aguzzini in divisa a Bolzaneto, ma torturare in Italia non è ancora un reato.” “L’Italia cede alla Corte UE ammette colpe su Bolzaneto e risarcisce sei delle vittime” “«Il patteggiamento a Strasburgo: a ciascuna 45mila euro per danni morali l’impegno del governo: subito regole adeguate per colpire gli abusi» LEGGI DI SEGUITO

“”Con 16 anni di ritardo, l’Italia riconosce i propri torti e patteggia a Strasburgo per tentare di scongiurare una condanna per le torture inflitte ai manifestanti del Social Forum nella caserma di Bolzaneto il 21 e 22 luglio del 2001, i giorni terribili del G8 di Genova. Proprio quest’anno l’Italia tornerà ad ospitare un incontro dei leader delle maggiori economie planetarie, il 26 e 27 maggio a Taormina. La notizia del patteggiamento è arrivata ieri, con il governo che ha infine deciso di risarcire alcune delle vittime nel corso di un procedimento di fronte alla Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo: riceveranno 45mila euro ciascuno per indennizzare danni morali, materiali e spese processuali. I giudici europei così prendono atto della «risoluzione amichevole tra le parti» e chiudono i procedimenti pendenti. I casi in cui è stato possibile raggiungere il patteggiamento sono sei sui 65 aperti da cittadini italiani e stranieri che avevano fatto ricorso di fronte alla Corte, alla quale aderiscono tutti i 47 Paesi membri del Consiglio d’Europa, istituzione esterna all’Unione europea che vigila sul rispetto dei diritti fondamentali in tutto il continente. Si tratta di Mauro Alfarano, Alessandra Battista, Marco Bistacchia, Anna De Florio, Gabriella Cinzia Grippaudo e Manuela Tangari. L’avvocato di due dei ricorrenti, Laura Tartarini, però sottolinea che «quella che lo Stato offre è un piccola cifra, ha accettato chi ha necessità economiche e personali, per gli altri il ricorso continua per ottenre la condanna dell’Italia». Le denunce a Strasburgo sostenevano che lo Stato italiano avesse violato il diritto a non essere sottoposti a maltrattamenti e tortura e denunciavano l’inefficacia dell’inchiesta penale domestica sui fatti di Bolzaneto. Con l’accordo, si legge nelle due distinte decisioni della Corte, il governo afferma di aver «riconosciuto i casi di maltrattamento simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l’assenza di leggi adeguate ». Questo il dato politico, l’aver ammesso abusi e torture nei giorni del G8.

8apr/170

Il muro di sabbia. La battaglia per la verita’ su Giulio Regeni

Servizio di Carlo Bonini e Giuliano Foschini (Repubblica 7.4.17) “Nessuno si chiami fuori da questo atroce delitto. Meno che meno i governanti della nazione di cui Giulio pensava di essere cittadino, i quali hanno continuato a fare affari con i mandanti dei colpevoli e gli occultatori dei fatti. Forse per obbedire alla Trilateral Cmmission?”

«Il 25 gennaio del 2016 un giovane ricercatore italiano scompare al Cairo. Il suo corpo viene ritrovato nove giorni dopo. Comincia così il dramma di una famiglia e la lotta di un intero Paese per cercare di capire chi sono gli assassini, chi li ha coperti, chi ha depistato. Ecco la ricostruzione di come si sono svolti i fatti. E, per la prima volta, i nomi degli alti ufficiali egiziani coinvolti nel delitto».

Prologo
Il Cairo, 25 gennaio 2016. Pomeriggio.
Non era un giorno qualsiasi. Né poteva esserlo. Perché quel giorno, cinque anni prima, tutto era cominciato.
Piazza Tahrir. La Rivoluzione. La caduta dell’immarcescibile Regime di Hosni Mubarak. Il sogno di una Primavera che si era trasformata nel suo contrario e aveva spalancato le porte al colpo di Stato militare del generale Abd Al Fattah Al Sisi. A un nuovo inverno di violenza, sopraffazione, sparizioni, delazioni, per piegare ogni forma di dissenso.
Ahmed Abdallah, ingegnere informatico, professore universitario, attivista per i diritti umani e direttore della ong “Egyptian Commission for Rights and Freedoms”, non poteva immaginare che il suo destino stava per cambiare. Esattamente come quello di un ragazzo italiano che avrebbe conosciuto solo da morto. «Quel 25 decisi di non farmi trovare in casa. Erano in corso retate indiscriminate. Gli arrestati venivano trascinati direttamente di fronte a un tribunale speciale, la Corte Suprema della Sicurezza dello Stato. La mattina, la caffetteria che frequentavo quotidianamente, era stata assaltata da uomini armati a bordo di un automobile senza targa. Erano arrivati prima di me, ringraziando Dio. Avevano chiesto se qualcuno mi avesse visto o sapesse dove fossi. E se ne erano andati prima che arrivassi. Durante il giorno era stato imposto una sorta di coprifuoco. Il Regime aveva paura del popolo. Il popolo aveva paura della paranoia del Regime. Quel giorno respiravamo paura».
Alle 19, sulla riva sinistra del Nilo, nell’appartamento all’ultimo dei quattro piani della palazzina di Dokki dove abitava da quattro mesi, Giulio Regeni digitò sul suo portatile una chiave di ricerca su Youtube. “Coldplay. A Rush of blood to the head”. Aveva voglia di ascoltare quel brano che, anni prima, aveva consacrato la band nata a Londra. Giulio si è laureato in Inghilterra prima a Leeds, poi a Cambridge per il Phd con la ricerca sui sindacati nell’Egitto dei Generali.
Le 19. Aveva tempo. Il suo amico Gennaro Gervasio lo aspettava per le 20.30 in una caffetteria non lontana da piazza Tahrir. Tre fermate di metropolitana. Insieme sarebbero andati a cena da un professore che entrambi conoscevano, Kashek Hassamein.
Partì il brano dei Coldplay. Giulio non poteva sapere in cosa fosse precipitato. Né immaginare la profezia che era in quelle strofe.
See me crumble and fall on my face
Mi vedo sgretolare e cadere di faccia
See it all disappear without a trace
Vedo tutto scomparire senza lasciare una traccia
Salutò il suo coinquilino, il giovane avvocato Mohamed El Sayed. E uscì di casa poco prima delle 20.
Per l’ultima volta.

4apr/170

Non solo Tap. Con Eastmed e Poseidon interessi privati a tutto gas

Articolo di Edoardo Zanchini, vice pres. naz.le Legambiente (manifesto 4.4.17) “Energia. A cosa dovrebbe servire tutto questo gas che entra in Italia o che si vorrebbe estrarre in mare e a terra? E chi paga per il fallimento privato dei rigassificatori? Noi

“”Pochi lo sanno ma in Puglia, a pochi chilometri da dove oggi si protesta contro il Tap, sbarcherà un altro gasdotto con un nome ben più affascinante. Si chiama Poseidon, ed è un progetto già approvato che arriverà fino a Otranto. Poseidon coinvolge altre imprese e banche, con accordi internazionali diversi rispetto a quelli del consorzio che vuole portare gas dall’Azerbaijan. Proprio ieri il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda ha firmato a Tel Aviv insieme ai ministri di Israele, Grecia e Cipro, il primo via libera a Eastmed, il più grande gasdotto sottomarino del mondo che dovrebbe portare in Puglia il gas naturale off shore dei giacimenti al largo di Israele e Cipro. Per non perdersi in questo cortocircuito di tubi e interessi, che ha al centro il Salento, occorre tornare al dibattito che negli ultimi venti anni è avvenuto in Italia sul tema del gas. Perché per lungo tempo è andata avanti una campagna mediatica che prometteva un futuro radioso per l’Italia grazie a tubi e rigassificatori che, da Porto Empedocle a Trieste, avrebbero reso finalmente il nostro Paese moderno e le imprese competitive, grazie alla concorrenza sul gas. In tanti teorizzavano che il successo sarebbe stato garantito proprio dal lasciare libertà alle imprese di scegliere quanti presentarne – si è arrivati a 15 progetti di rigassificatori in Valutazione di Impatto Ambientale – e di decidere il luogo più adatto. Un bel film. Peccato che l’esito sia stato molto diverso. Quasi tutti i progetti sono stati abbandonati, mentre quello realizzato a Livorno è stato un tale fallimento che si è dovuti intervenire con una delle manovre tipiche del capitalismo «all’italiana». Improvvisamente, quello che doveva essere il monumento alle capacità del mercato di scegliere le soluzioni più intelligenti è diventata, per legge, una infrastruttura strategica a cui assegnare, come «fattore di garanzia», 70 milioni di euro ogni anno da prelevare nelle bollette dei cittadini italiani.

1apr/170

A bruciar le streghe

Articolo di Mettiamo Feltri (Stampa 1.4.17)

“”L’Fbi ha diffuso foto inedite dell’attacco aereo al Pentagono dell’11 settembre 2001. Le foto testimoniano che cosa è successo, dicono i siti, invece non testimoniano un bel niente: chi crede che l’11 settembre sia un inganno globale, troverà all’opposto ulteriore alimento alle sue congetture. Se si cerca «11 settembre» su YouTube, la prima intera schermata ospita video cospirazionisti. Fra le tante novità, il meraviglioso mondo di Internet ha introdotto la realtà componibile: se preferisci che la Terra sia piatta, innumerevoli siti te ne forniranno le prove con procedure e linguaggio scientifici, e un movente gotico: un complotto massonico per abolire Dio e introdurre il nichilismo. Ciascuno di noi oggi dispone di supporti per fortificare ogni suo pregiudizio e costruirsi una fenomenologia su misura. C’è chi, in diffidenza alla medicina ufficiale, ha provato a vincere il cancro con la camomilla, e con risultati conseguenti. Chi predispone i neonati a un cosmico abbraccio alla natura imponendogli la dieta vegana (e niente vaccini). La storia fai da te, la geografia fai da te, la farmacologia fai da te, naturalmente il must di stagione, la politica fai da te. E quindi tutto lecito: anche minacciare di morte gli avvocati di Alatri per una nuova, rapida ed efficace giustizia fai da te. Dunque: la Terra è piatta, ci si cura con le radici e gli assassini si appendono all’albero più alto. Quando andiamo a bruciare le streghe, mi fate un fischio?”

20mar/170

Inseguendo la destra

Da unoenessuno.blogspot.it 20.3.17 “”La ritirata sui voucher, difesi fino a qualche settimana fa, poi da riformare per bloccare il referendum della CGIL. Ora cancellati, per togliere alla sinistra (quella a sinistra del PD) uno strumento elettorale. Voucher che non verranno cancellati, ci mancherebbe. Anziché correggerne i difetti potrebbero essere sostituiti dai mini jobs, come in Germania, considerati tra le cause dell’aumento esponenziale dei lavoratori poveri e delle diseguaglianze e creando terreno fertile per la destra populista. Il decreto Minniti col Daspo dei sindaci, contro tutte le persone che offendono il decoro, che limitano l’accesso alle infrastrutture (ferroviarie) facendo la questua verrà multato con una sanzione da 100 a 300 euro. E se i soldi non ci sono (visto che sono questuanti)? Scatta il carcere, si auspica Nardella e lo chiede Tosi.

17mar/170

L’onore rinnegato

Articolo di Massimo Giannini (Repubblica 17.3.17)

“”Può sembrare un’esagerazione. Ma l’ordine del giorno “salva Minzolini” è davvero una pagina buia della nostra democrazia. E non certo per l’entità del “misfatto” penale commesso dall’ex direttorissimo del Tg1, che si dimetterà comunque. Quanto per la gravità dell’atto politico compiuto dai senatori, che l’hanno salvato dalla decadenza.
Un atto quasi dissennato, da tutti i punti di vista. È un atto dissennato dal punto di vista logico- giuridico. Il Parlamento rinnega se stesso due volte. Si rinnega una prima volta, perché disapplica totalmente la legge Severino, che nel novembre 2012 introdusse l’istituto dell’incandidabilità (anche sopraggiunta) per tutti i parlamentari colpiti da sentenze definitive di condanna superiori ai due anni. Una legge varata dal governo Monti, e approvata quasi all’unanimità dalle due Camere, per dimostrare la ferrea volontà degli eletti del popolo di rispondere alla “domanda di moralità” che anche allora saliva con forza dall’opinione pubblica. Si rinnega una seconda volta, perché smentisce la precedente delibera della Giunta per le elezioni e le immunità, che correttamente con il dettato della stessa legge Severino aveva dato via libera alla decadenza del senatore azzurro (già condannato a due anni e sei mesi per peculato e uso indebito della carta di credito Rai). Il Senato, consapevolmente ma colpevolmente, decide dunque di disattendere una legge dello Stato, che vale per tutti meno che per uno dei suoi membri. Il cortocircuito è evidente. Lo è a tal punto che adesso i pasdaran della destra chiedono l’immediato reintegro di Silvio Berlusconi nel ruolo di senatore. Il Cavaliere fu infatti “licenziato” da senatore proprio per effetto della legge Severino, che calò su di lui come una mannaia dopo la condanna a 4 anni per frode fiscale nel processo Mediaset. Allora, era il novembre 2013, il Senato votò sì alla decadenza di Berlusconi. Oggi, a distanza di quattro anni, il Senato vota no alla decadenza di Minzolini. Perché il Cavaliere è un sommerso, e il direttorissimo è un salvato? A questo punto, salviamoli tutti. Non fa una piega. Ma è un atto quasi dissennato soprattutto dal punto di vista etico- politico.

9mar/170

Non c’e’ piu’ posto per la verita’

Articolo di Salvatore Settis (Fatto 9.3.17) “«Lo storytelling ha vinto per colpa di pettegolezzo, memoria corta e abitudine al servo encomio. Attraverso il filtro del gossip anche il più pressante dei problemi diventa una nebbia lontana».”

“”La verità è dappertutto in fuga, sfrattata dalla post-verità (detta anche storytelling). Ma nella nostra martoriata penisola è in rotta perfino la voglia di conoscere la verità dei fatti. Ci vorrebbero schiere di antropologi per analizzare questa peste sociale, ma proviamo almeno ad abbozzare tre possibili ragioni: il pettegolezzo, la memoria corta, l’abitudine al servo encomio.
Per cominciare: si tende a parlare non dei problemi che ci affliggono, ma delle chiacchiere che li circondano, amicizie inconfessabili, incontri clandestini, smentite imbarazzanti, segreti traditi, accordi sotterranei. Una ragione c’è: attraverso il filtro del gossip anche il più pressante dei problemi si polverizza, diventa una nebbia lontana. Da un lato, chi ogni giorno richiama ostinatamente fatti, prove, indizi; dall’altro, chi sfacciatamente nega tutto, intrecciando versioni contrastanti, furbizie, allusioni a mezza bocca. Ma in questo muro contro muro, come evitare che i dati di fatto e le vane vociferazioni sembrino avere egual peso? La pubblica opinione, sale della democrazia, resta disarmata, spinta a discutere non dei fatti ma degli schieramenti, delle appartenenze, del “chi sta con chi”. Di qui il frequente riflesso automatico di chi, colto con le mani nel sacco, si difende non opponendo fatti a fatti, ma dicendosi vittima di inveterate inimicizie.
Secondo meccanismo, la memoria corta.

12feb/170

Banche, un rosso da 18 miliardi

Articolo di Vittorio Puledda (Repubblica 11.2.17) “A colpire il sistema del credito sono ancora i cattivi prestiti degli anni passati, ma sui bilanci si fanno sentire anche gli oneri per i salvataggi e i tassi a zero che appiattiscono i margini d’interesse. I primi cinque istituti italiani hanno accumulato nel 2016 perdite pari a una manovra finanziaria. Dal crollo degli utili si salva solo Banca Intesa. A pesare sono stati soprattutto i crediti deteriorati.”

Quasi una manovrina: ad esclusione di Intesa, le perdite cumulate delle prime quattro banche su cinque sfiorano i 18 miliardi. Una serie di fattori ha contribuito a deprimere i loro conti: il margine di interesse generalmente in calo (i tassi sono rimasti bassi e i volumi degli impieghi sono saliti poco e solo verso la fine dell’anno); le turbolenze dei mercati finanziari, che hanno compresso i ricavi da commissioni sul risparmio gestito (sempre positivi, ma non in crescita rispetto allo scorso anno); gli oneri per soccorrere il resto del sistema bancario (dal Fondi di risoluzione ad Atlante) e gli oneri per la riduzione di personale e filiali. Ma la “colpa” maggiore se la portano dietro i non performing loans, i crediti deteriorati che si sono accumulati negli anni e su cui ora la Bce non fa sconti. Nel caso di fusioni (Banco- Bpm insegna, con i suoi 16 miliardi di crediti deteriorati netti, che hanno portato a rettifiche di valore cumulate per quasi 3 miliardi) ma anche per i piani industriali che sono stati varati a suo tempo per aumentarne le coperture (come nel caso di Ubi, che ha chiuso con un rosso di 830 milioni, su cui hanno pesato anche i costi una tantum per la nascita di una banca unica al posto del modello federale). Un po’ per tutte le banche, la cessione (con perdite) o l’aumento delle coperture ha fatto da filo rosso in questi bilanci da post crisi, dopo anni di recessione. La punta dell’iceberg è Unicredit, che ha varato la maxi-ricapitalizzazione e nel frattempo ha fatto altrettanto maxi-accantonamenti, che hanno spinto il Cet1 (il principale indicatore di patrimonializzazione) sotto l’8% per quella manciata di giorni che passa tra la chiusura del bilancio e la conclusione dell’aumento di capitale da 13 miliardi (in corso). Ma la buona notizia è che – in generale – l’ingresso di nuovi crediti in difficoltà dalla categoria “in bonis” sta rallentando (e i forti accantonamenti hanno ridotto ovunque i crediti deteriorati netti). Visti da vicino, i forzieri delle banche rassomigliano più a colabrodi che a dispensatori di credito: ancora una volta fa eccezione Intesa, che ha visto salire del 16% le nuove erogazioni a medio lungo termine, mentre per esempio Ubi ha ridotto gli impieghi alla clientela.

5feb/170

Scuola pubblica?

Da Fatto Quotidiano 5.2.17

“”L’ultimo bonus del governo: la legge di bilancio triplica i fondi alle scuole private e rende più facili le donazioni. L’istuzione è sempre meno pubblica”"