Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

22lug/170

Gerusalemme. Guida ai confusi su ultradestra e islamofobia

Articolo di Zvi Schuldiner  (manifesto 22.7.17))

“”«Il gioco di Tel Aviv: la questione è non il metal detector sulla Spianata o la telecamera di sorveglianza. Il governo Netanyahu sfrutta l’apatia generale e l’islamofobia europea per proseguire con l’occupazione»
Che cosa sta davvero accadendo nella discussa e sacra Spianata delle Moschee – per i musulmani – o Monte del Tempio – per gli israeliani? Mentre scrivo queste righe, in questo venerdì problematico e pieno di tensione, sono già tre i palestinesi morti, oltre a due feriti gravi e vari altri feriti leggeri. È il bilancio degli scontri registrati durante le preghiere del venerdì, stavolta recitate all’esterno della Spianata delle Moschee. All’inizio della guerra del 1967, le truppe israeliane conquistano la città vecchia di Gerusalemme. Un soldato patriota ed entusiasta sale sul tetto della sacra Moschea di Al Aqsa e issa la bandiera israeliana. Il ministro della difesa Moshe Dayan ordina di toglierla immediatamente; capisce bene che si tratta di un affronto a uno dei luoghi più sacri per i musulmani. Dayan, insomma, avviava un’occupazione dai risvolti drammatici, da un lato con pugno di ferro ma dall’altro con passi pragmatici e concilianti. I vari governi israeliani succedutisi nel tempo hanno sempre mostrato di rendersi conto che la Spianata delle Moschee era un luogo potenzialmente esplosivo; innescarlo poteva avere conseguenze terribili. Dunque, badarono a frenare i fondamentalisti ebrei che sognavano il ripristino del tempio, elemento centrale delle concezioni messianiche – il tempio la posto delle moschee. Ma nel 1996, poco dopo essere diventato primo ministro, Benjamin Netaniahu, ebbro del successo elettorale, ordina di aprire un tunnel che porta alla Spianata.
Esplodono gli scontri: cento palestinesi e 17 soldati israeliani rimangono uccisi. Il premier è costretto a fare alcune concessioni ad Arafat rispetto a Hebron. Nel 2000, il premier Ehud Barak autorizza la visita di Ariel Sharon alla Spianata e la provocazione innesca la seconda Intifada. Nel frattempo altri incidenti provocano non poche vittime.

19lug/170

Renzi, Recalcati e l’odiosa sinistra

Articolo di Giovanni De Plato (manifesto 19.7.17)

“”Lo psicoanalista Massimo Recalcati (la Repubblica, 17 luglio), si occupa delle ragioni che fanno covare un “odio” smisurato per il segretario Pd e dei perché della mancata elaborazione del “lutto” che porta la sinistra ad essere rancorosa. Si direbbe una difesa di parte, troppo appassionata per essere oggettiva e poco credibile per le categorie analitiche utilizzate. Si sa che Matteo Renzi, come segretario del Pd, e Recalcati, come ideatore della Scuola quadri del partito, si sono scelti per vincere. Il segretario, sempre più solo al comando, aspira ad essere eletto Capo del governo nazionale. Lo psicoanalista, sempre più criticato dai suoi stessi colleghi, mira a divenire il Grande guru della psico-politica italiana. Messa così c’è poco da sperare per le sorti del Paese. Renzi e Recalcati come due maschere della scena politica e psicoanalitica italiana.

12lug/170

“Pensiero di gruppo” e censure: assalto all’ informazione

Articolo di Barbara Spinelli (Fatto 12.7.17) “L’intervento tenuto ieri (martedì 11 luglio) da Barbara Spinelli nel corso di un’audizione su “Libertà e pluralismo dei media nell’UE” organizzata a Bruxelles dalla Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo (LIBE) e presieduta dal presidente LIBE Claude Moraes. Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha preso la parola in qualità di Relatore del nuovo Rapporto del Parlamento europeo “Libertà e pluralismo dei media nell’UE””

“”Il mio sguardo sulla libertà dei media è influenzato dal fatto che per decenni ho fatto il mestiere di giornalista, ed è uno sguardo allarmato. Le condizioni della effettiva libertà dei media, della loro indipendenza da agende politiche e da gruppi di interesse economici, della loro pluralità, si sono aggravate dall’ultima volta che questo Parlamento se ne è occupato, nella relazione presentata da questa Commissione nel 2013. Mi limiterò a elencare alcuni punti che confermano tale aggravamento, e che dovremo a mio parere approfondire:
Primo punto: le fake news. In un numero crescente di democrazie il termine domina il dibattito sui media e sul funzionamento della democrazia stessa. Alcuni parlano di “post-verità”, e nel mirino ci sono soprattutto internet e i social network. C’è una buona dose di malafede in queste denunce. Dovremo analizzare il nascere delle fake news andando alla loro radice, e soprattutto evitare di stigmatizzare il cyberspazio creato da internet. Le fake news non sono solo figlie di internet. Sono una malattia che ha prima messo radici nei media tradizionali, nei giornali mainstream. Sono un residuo della guerra fredda. Quasi tutte le guerre antiterrorismo del dopoguerra fredda sono state precedute e accompagnate da fake news: basti ricordare le menzogne sulle armi di distruzione di massa in Iraq. Internet configura uno spazio nuovo e interattivo di informazione, che tende a condannare all’irrilevanza i giornali mainstream.

6lug/170

Il piccolo Charlie non merita ciarlatani

Articolo di Alessandro Chiometti, Presidente Associazione culturale Civiltà Laica (manifesto 6.7.17

“”Verrebbe da pensare che la storia di Charlie, piccolo umano di dieci mesi afflitto da un terribile male incurabile, l’abbia mandata qualche entità superiore per ridar fiato alle grancasse esauste del Movimento per la Vita. In realtà il can can mediatico che è stato costruito sopra non può essere casuale, infatti nel prossimo mese, prima delle sacre ferie estive i parlamentari dovranno decidere se dotare, finalmente, il nostro paese di una legge sul fine vita o lavarsene per l’ennesima volta le mani e rimandare il tutto alle prossime legislature. In questi giorni in cui gli integralisti hanno fatto risuonare i loro tromboni ne abbiamo sentite di tutte i colori, dal solito complotto pluto-giudo-massonico-comunista per governare al mondo, a chi sarebbe pronto a scommettere 100 euro su Charlie prossimo vincitore dei 100 metri alle olimpiadi, a chi ne approfitta per esternare il suo odio verso gli animali e accusare la società moderna di lassismo morale perché salva i gatti e lascia morire i bambini (ebbene si, c’è anche questa gente che gira).

2lug/170

L’incriminazione del cardinale Pell per pedofilia e le colpe di papa Francesco

Articolo di Emiliano Fittipaldi (espresso online 29.6.17) “Da tre anni le vittime e (pochi) giornalisti hanno messo in guardia il pontefice e il Vaticano sul lato oscuro del prelato australiano. Ma Bergoglio l’ha nominato prima suo braccio destro per l’economia, poi membro del gruppo dei nove cardinali più influenti della Chiesa. Nonostante le prove che Pell fosse un insabbiatore seriale”

“”L’incriminazione del cardinale Pell per pedofilia e le colpe di papa Francesco
L’incriminazione del cardinale George Pell, accusato di pedofilia dai magistrati australiani dopo una serie di denunce considerate più che verosimili dagli inquirenti e dalla polizia, è uno spartiacque del pontificato di Francesco. Perché l’inchiesta colpisce al cuore uno degli uomini più potenti del Vaticano, il “ranger” venuto da Sidney per “moralizzare” la corrotta curia romana. Un uomo chiamato direttamente da Bergoglio, nonostante le ombre che da anni avvolgevano la sua tonaca. Oggi il Vaticano e alcuni cantori del pontificato di Francesco, davanti alle accuse terribili di stupro, hanno subito cercato di rigirare la frittata per mitigare la portata dello scandalo. Evidenziando che Pell non troverà riparo dalla giustizia dietro le mura d’Oltretevere, ma sarà costretto a lasciare l’incarico e a difendersi davanti il tribunale dello Stato di Victoria. «Ecco la tolleranza zero di Francesco», s’è affrettato a scrivere più di un vaticanista, mentre Massimo Franco sul Corriere della Sera si spinge addirittura a vedere nella capitolazione del braccio destro del papa «un cambio di passo nella lotta alla pedofilia».

29giu/170

Spretato (ma non scomunicato) Inzoli, il don accusato di pedofilia

Articolo di Ernesto Milanesi (manifesto 29.6.17) “Comunione e Liberazione. Dopo la condanna italiana in primo grado, Papa Francesco lo dimette dallo stato clericale”

“”Mauro condannato dal Tribunale di Cremona (in primo grado) a 4 anni e 9 mesi. Inzoli non più monsignor CL né «don Mercedes» (non può più celebrare nulla di sacro). Per lui è arrivata la sentenza definitiva, datata 20 maggio con la firma di papa Francesco, trasmessa alla Congregazione per la dottrina della fede e ieri mattina annunciata dal vescovo Daniele Gianotti davanti a tutti i sacerdoti della diocesi di Crema. Mauro Inzoli, 67 anni, è stato conclamato protagonista nel periodo 2004-2008 di episodi di violenza sessuale su ragazzi in età compresa fra i 12 e i 16 anni. Alcuni durante i «soggiorni spirituali» a Falcade nel Bellunese e in altre località di villeggiatura. Una vicenda che ha segnato Crema ma l’eco ha imbarazzato la fraternità religiosa di Comunione e liberazione, la Compagnia delle Opere e il comitato organizzatore del Meeting di Rimini. Inzoli è un personaggio di primo piano nella «chiesa dentro la chiesa»: era a fianco di don Giussani, animatore di Gioventù Studentesca, parroco della Ss. Trinità e rettore del liceo linguistico Shakespeare a Crema. Per 14 anni presidente del Banco Alimentare, ospite d’onore a Rimini, ma anche legato a filo doppio con il “celeste” governatore Roberto Formigoni.

27giu/170

Sulle elezioni

Due articoli di Guido Crainz e Stefano Folli (Repubblica 27.6.17) LEGGI DI SEGUITO

“Chi ha sottovalutato il no al referendum” di Guido Crainz

“”C’è qualcosa di radicale nel voto di domenica e va persino oltre il crollo del Pd e dell’intera sinistra, battuta sia quando si è presentata unita sia quando si è divisa. Va oltre la sua sconfitta in roccaforti storiche, oltre la sua scomparsa ormai quasi generale al Nord, oltre la sua incapacità di attrarre al secondo turno elettori di altri schieramenti. Eccezioni certo vi sono state ma non autorizzano nessuna minimizzazione, e il carattere “locale” del voto rende semmai ancor più grave la sconfitta. Radica nelle diverse zone del Paese il “responso generale” del referendum costituzionale del 4 dicembre, ed è stato irresponsabile non aver avviato una riflessione seria su di esso: sulla sconfitta del Sì e sulle differenti e talora disomogenee ragioni confluite nel trionfo del No. Eppure — è difficile negarlo — la bocciatura della proposta di riforma non ha riguardato solo il merito di essa: ha reso evidente anche una drastica presa di distanza dalla ottimistica e astratta “narrazione” renziana, incapace di misurarsi con gli scenari reali che gli italiani hanno vissuto e vivono. Con gli effetti strutturali e i lunghi strascichi di una crisi economica internazionale che ha mutato l’idea di “sviluppo possibile”: la sua qualità, il suo profilo, il suo spessore. Ha influito, in altri termini, sull’idea stessa di futuro. È confluita inoltre in quel voto anche la dilagante sfiducia nel ceto politico attuale, con una diffidenza verso le sue proposte di cambiamento che diventa naturalmente massima quando esse riguardano l’ordinamento istituzionale. E che non è sempre intrisa di limpidi valori costituzionali e di sinistra ma può tingersi anche di umori molto differenti, come lo stesso voto di domenica indirettamente conferma. Viene anche da qui la realtà di oggi: con un centrodestra vero vincitore — dopo molti anni —, un Movimento 5 Stelle sconfitto sì ma non defunto e un centrosinistra da rifondare radicalmente, in uno scenario reso ancor più grave dall’ulteriore calo della partecipazione al voto. Questo è il secondo nodo su cui riflettere, in un Paese che ancora negli anni di Tangentopoli, pur nel crollo della Prima Repubblica, registrava più dell’85% dei votanti (con percentuali di poco inferiori nelle elezioni amministrative).

11giu/170

Compra il Corbyn che preferisci nei migliori negozi di politica

Articolo di Marco Palombi (Fatto 11.6.17)

“”Fino a giovedì la bambolina “Jeremy Corbyn” nel negozio della politica esisteva in una sola versione: quella di un signore di 68 anni, laburista britannico talmente vecchia maniera da apparire vintage, che proponeva a un Paese – che ha la sua moneta e non accetta vincoli esterni in materia di politica fiscale – antiche politiche di redistribuzione keynesiane. La bambolina non veniva comprata granché visto che Corbyn era pure un sostenitore della Brexit e aveva fatto una tiepida campagna pro-Ue solo costretto dal suo partito (ne seguì un vano tentativo di omicidio di Blair e l’esecrazione dei commentatori nostrani tutti). Da venerdì, però, la “Jeremy Corbyn action figure” esiste in mille versioni. Ogni consumatore può avere la sua:

21mag/170

“Intercettazioni, no ai divieti il compito del giornalismo e’ fare la guardia al potere”

Intervista a Gustavo Zagrebelsky di Liana Milella (Repubblica 21.5.17) «Intercettazioni, no ai divieti il compito del giornalismo è fare la guardia al potere. Il magistrato cerca le prove, la stampa pubblica le notizie anche quando sono sgradite».

“”«La stampa è, come si usa dire, il quarto potere. La separazione dei poteri porta con sé, come ha scritto Repubblica, la separazione dei doveri. E quindi il magistrato cerca le prove, il giornalista pubblica le notizie». Dice così Vladimiro Zagrebelsky, ex giudice della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo.

La telefonata tra i Renzi padre e figlio ha riaperto lo scontro sulle intercettazioni. Ritiene che andasse pubblicata?
«Credo che si debba fare un discorso sui principi. Il magistrato accerta reati, segue le regole del processo, e non si occupa d’altro. Il giornalista fa un mestiere completamente diverso, deve informare l’opinione pubblica su tutto ciò che è importante per la vita democratica. E per questo la Corte di Strasburgo definisce i giornalisti “cani da guardia della democrazia”. E i cani da guardia sono lì per mordere, qualche volta».

Arriviamo alla “separazione dei doveri”, il dovere del magistrato di indagare, quello del giornalista d’informare. Pensa che uno di noi debba cercare e pubblicare tutte le notizie che trova, no?
«Il giornalista deve pubblicare le notizie che sono di interesse pubblico, non quelle che soddisfano solo la curiosità del pubblico. La distinzione tra penalmente rilevante e penalmente irrilevante per il giornalista, mi si passi il gioco di parole, non ha nessuna rilevanza. La pretesa per cui sarebbero pubblicabili solo le notizie penalmente rilevanti è priva di senso. E non acquista senso ripetendola all’infinito».

14mag/170

Stampa e manipolazioni

Due articoli da Il Corriere della Sera (14.5.17) LEGGI DI SEGUITO

Luciano Fontana: “La politica che non accetta le domande scomode”

“”l rapporto tra informazione e potere politico sta vivendo in questi giorni un’altra puntata singolare. Si evocano complotti, complicità, ossessioni. Un calderone dove scompare il merito, si prendono strade laterali per non rispondere a interrogativi molto chiari e semplici. Riassumiamo: nel libro, appena pubblicato, dell’ex direttore e attuale editorialista del Corriere della Sera F erruccio de Bortoli si racconta di un intervento, nei giorni caldi della crisi di Banca Etruria, di Maria Elena Boschi presso UniCredit (e il suo amministratore delegato Federico Ghizzoni) per sollecitare il salvataggio dell’Istituto di credito toscano in bancarotta. La ministra non ha alcun titolo per occuparsi della vicenda, anzi ha un ostacolo insormontabile: suo padre è il vicepresidente della banca, il conflitto d’interessi è evidente. Boschi replica di non aver mai fatto pressioni (in Parlamento aveva anche dichiarato in passato di non essersi mai occupata di Etruria) e annuncia querele, senza specificare nei confronti di chi. Federico Ghizzoni (adesso ex amministratore) si limita finora a un «no comment» (o a qualche breve dichiarazione), così come ambienti di UniCredit che affermano di aver esaminato il dossier e di aver scartato la possibilità di intervenire. Ieri la vicenda ha avuto una nuova escalation con l’intervista al Foglio di Matteo Renzi. Anche qui si allarga a dismisura il campo, non si sta alla questione di merito e si sferra un attacco incredibile a de Bortoli: avrebbe un’ossessione contro l’ex premier che lo porta a scrivere cose false. Si mettono insieme un errore su Carrai, che de Bortoli ha onestamente riconosciuto, con il fastidio di Renzi per la presenza di un giornalista del Corriere nel suo albergo di vacanza a Forte dei Marmi. Un giornalista che stava solo facendo il suo mestiere e per questo venne minacciato dalla scorta presidenziale.
Si capisce bene che la vicenda delle banche toscane, con il colpo durissimo inferto da una gestione clientelare e dissennata a investitori e risparmiatori, sia una spina nel fianco del segretario Pd e della Boschi. È un capitolo oscuro, le inchieste e le intercettazioni dimostrano che intorno al salvataggio si mossero personaggi con un passato non raccomandabile. In quei giorni si raccontava, tra i soggetti istituzionali incaricati di trovare una soluzione alla crisi di Etruria, la seguente storia: a molte società di credito e a tanti investitori, anche stranieri, fu chiesto di intervenire per il salvataggio. Accadeva sempre questo: esaminavano le carte, facevano alcuni incontri e poi si ritiravano dopo aver conosciuto i personaggi e gli interessi «strani» che pesavano in quel piccolo mondo.