Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

21mag/170

“Intercettazioni, no ai divieti il compito del giornalismo e’ fare la guardia al potere”

Intervista a Gustavo Zagrebelsky di Liana Milella (Repubblica 21.5.17) «Intercettazioni, no ai divieti il compito del giornalismo è fare la guardia al potere. Il magistrato cerca le prove, la stampa pubblica le notizie anche quando sono sgradite».

“”«La stampa è, come si usa dire, il quarto potere. La separazione dei poteri porta con sé, come ha scritto Repubblica, la separazione dei doveri. E quindi il magistrato cerca le prove, il giornalista pubblica le notizie». Dice così Vladimiro Zagrebelsky, ex giudice della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo.

La telefonata tra i Renzi padre e figlio ha riaperto lo scontro sulle intercettazioni. Ritiene che andasse pubblicata?
«Credo che si debba fare un discorso sui principi. Il magistrato accerta reati, segue le regole del processo, e non si occupa d’altro. Il giornalista fa un mestiere completamente diverso, deve informare l’opinione pubblica su tutto ciò che è importante per la vita democratica. E per questo la Corte di Strasburgo definisce i giornalisti “cani da guardia della democrazia”. E i cani da guardia sono lì per mordere, qualche volta».

Arriviamo alla “separazione dei doveri”, il dovere del magistrato di indagare, quello del giornalista d’informare. Pensa che uno di noi debba cercare e pubblicare tutte le notizie che trova, no?
«Il giornalista deve pubblicare le notizie che sono di interesse pubblico, non quelle che soddisfano solo la curiosità del pubblico. La distinzione tra penalmente rilevante e penalmente irrilevante per il giornalista, mi si passi il gioco di parole, non ha nessuna rilevanza. La pretesa per cui sarebbero pubblicabili solo le notizie penalmente rilevanti è priva di senso. E non acquista senso ripetendola all’infinito».

14mag/170

Stampa e manipolazioni

Due articoli da Il Corriere della Sera (14.5.17) LEGGI DI SEGUITO

Luciano Fontana: “La politica che non accetta le domande scomode”

“”l rapporto tra informazione e potere politico sta vivendo in questi giorni un’altra puntata singolare. Si evocano complotti, complicità, ossessioni. Un calderone dove scompare il merito, si prendono strade laterali per non rispondere a interrogativi molto chiari e semplici. Riassumiamo: nel libro, appena pubblicato, dell’ex direttore e attuale editorialista del Corriere della Sera F erruccio de Bortoli si racconta di un intervento, nei giorni caldi della crisi di Banca Etruria, di Maria Elena Boschi presso UniCredit (e il suo amministratore delegato Federico Ghizzoni) per sollecitare il salvataggio dell’Istituto di credito toscano in bancarotta. La ministra non ha alcun titolo per occuparsi della vicenda, anzi ha un ostacolo insormontabile: suo padre è il vicepresidente della banca, il conflitto d’interessi è evidente. Boschi replica di non aver mai fatto pressioni (in Parlamento aveva anche dichiarato in passato di non essersi mai occupata di Etruria) e annuncia querele, senza specificare nei confronti di chi. Federico Ghizzoni (adesso ex amministratore) si limita finora a un «no comment» (o a qualche breve dichiarazione), così come ambienti di UniCredit che affermano di aver esaminato il dossier e di aver scartato la possibilità di intervenire. Ieri la vicenda ha avuto una nuova escalation con l’intervista al Foglio di Matteo Renzi. Anche qui si allarga a dismisura il campo, non si sta alla questione di merito e si sferra un attacco incredibile a de Bortoli: avrebbe un’ossessione contro l’ex premier che lo porta a scrivere cose false. Si mettono insieme un errore su Carrai, che de Bortoli ha onestamente riconosciuto, con il fastidio di Renzi per la presenza di un giornalista del Corriere nel suo albergo di vacanza a Forte dei Marmi. Un giornalista che stava solo facendo il suo mestiere e per questo venne minacciato dalla scorta presidenziale.
Si capisce bene che la vicenda delle banche toscane, con il colpo durissimo inferto da una gestione clientelare e dissennata a investitori e risparmiatori, sia una spina nel fianco del segretario Pd e della Boschi. È un capitolo oscuro, le inchieste e le intercettazioni dimostrano che intorno al salvataggio si mossero personaggi con un passato non raccomandabile. In quei giorni si raccontava, tra i soggetti istituzionali incaricati di trovare una soluzione alla crisi di Etruria, la seguente storia: a molte società di credito e a tanti investitori, anche stranieri, fu chiesto di intervenire per il salvataggio. Accadeva sempre questo: esaminavano le carte, facevano alcuni incontri e poi si ritiravano dopo aver conosciuto i personaggi e gli interessi «strani» che pesavano in quel piccolo mondo.

12mag/170

L’occupazione in Italia scompare dall’orizzonte europeo

Articolo di Roberto Romano (manifesto 12.5.17) “L’allarme Bce. L’Italia affronta una vera e propria tempesta. La minore crescita rispetto all’Europa è ormai di meno 0,7 punti percentuali per anno. Il tasso di disoccupazione è stabilmente più alto della media europea di 2 punti percentuali”

“”Le previsioni economiche della Commissione Europea e il report della Bce sui livelli reali di disoccupazione, entrambi dell’11 maggio, disegnano il fallimento generale delle politiche europee. La Bce sottolinea che la disoccupazione europea vera (disoccupati e sottoccupati) è del 18% invece che del 9,5% della stima ufficiale, mentre la crescita economica (Commissione Europea) rimane saldamente al di sotto del 2%, sempre a livello europeo. Se l’Europa naviga in mari agitati, l’Italia affronta una vera e propria tempesta. La crescita economica dell’Italia è sistematicamente più bassa della media europea e nel tempo diventa sempre più debole, indipendentemente dalle politiche economiche adottate da governo di turno. La minore crescita dell’Italia rispetto all’Europa è ormai di meno 0,7 punti percentuali per anno, mentre il tasso di disoccupazione è stabilmente più alto della media europea di 2 punti percentuali. La disoccupazione-sottoccupazione italiana, sempre secondo la Bce, è prossima al 22%, contro la media europea del 18%, come già ricordato. Naturalmente non mancano i fautori di una maggiore flessibilità per il marcato del lavoro. La distanza che ci separa dall’Europa è giustificata dall’eccessiva rigidità del lavoro nazionale, ma con il passare degli anni è una spiegazione che sembra sempre più un disco rotto. Dopo il Jobs Act parlare di rigidità del mercato del lavoro è pura ipocrisia e al limite della menzogna. In realtà il problema del lavoro italiano è tutto nella struttura produttiva: il contenuto della domanda lavoro di lavoro delle imprese è molto diverso dal contenuto di conoscenza dell’offerta di lavoro.

9mag/170

VI rapporto sulle confessioni religiose e Tv – VII rapporto sui telegiornali

Commento di Enrzo Marzo alle ricerche annuali sulle confessioni religiose nelle Tv nazionali (Critica Liberale maggio ’17)

“”Le cifre parlano molto chiaro: negli ultimi anni il Vaticano ha fatto della Rai un suo feudo personale. E tutti tacciono, supini. Quella che era da sempre un’invadenza che non teneva in alcun conto della libertà religiosa e del pluralismo si è andata trasformando in una marcia galoppante verso l’egemonia assoluta.D’altronde il cardinale Giuseppe Betori, quando era Segretario della Conferenza Episcopale Italiana, era stato esplicito e aveva avuto la faccia tosta d’andare alla Camera dei deputati per avvertire i cosiddetti rappresentanti del nostro paese che altri movimenti o confessioni religiose «provocano diffuse reazioni di diffidenza e talvolta di allarme sociale» (bruciando sul tempo persino Salvini), e soprattutto che «l’eguale libertà di tutte le confessioni religiose non implica piena uguaglianza di trattamento… rimane la possibilità di discipline giuridiche differenziate». Parole nette. Forse inutili, perché i deputati italiani, a destra come a sinistra, queste cose le sanno benissimo, e nonostante la secolarizzazione che aumenta costantemente, com’è dimostrato dai nostri Rapporti, insieme con moltissimi altri valori hanno dimenticato che la Costituzione, così come è stata interpretata dalla Consulta, afferma che il nostro Stato è (o dovrebbe essere) “laico”. Invece, tutti (anche i nuovi “rivoluzionari” del M5s) si fanno servili per rincorrere il voto cattolico.
Che, peraltro, non esiste più, perché i cattolici (a parte pochi clericali oltranzisti) da tempo si “spalmano” su tutto l’arco politico. E non esistono contrappesi, perché, se i politici sono indifferenti o clericaleggianti, i giornalisti in questi tempo di precarietà sono ancor più proni al potere.

2mag/170

Leggi dimenticate, dal conflitto di interessi alla tortura dopo gli annunci il niente

Articolo di di Tommaso Rodano (Fatto 30.4.17) “Dallo ius soli al reato di omofobia fino al codice antimafia: ai titoli è seguito l’oblio”

“”Leggi promesse, annunciate, appuntate al petto come medaglie, poi dimenticate in qualche commissione per mesi o per anni. Molte sono ferme in Senato, dove la maggioranza traballa e il potere di veto dei piccoli gruppi (leggi Alternativa Popolare) è più alto. Lo spartiacque è sempre lo stesso: il referendum costituzionale del 4 dicembre. Matteo Renzi, giocandosi la poltrona, ha congelato i lavori parlamentari. Dal cambio della guardia con Paolo Gentiloni è cambiato poco: tra le leggi arenate a Palazzo Madama ha visto la luce solo il decreto sulla Protezione civile. Dopo una lunghissima melina, anche il ddl concorrenza è approdato in questi giorni alla discussione in aula (anticipato dall’ironia del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda: “Più che una legge annuale sta diventando un piano quinquennale”). Invece la riforma del codice penale, che comprende la nuova disciplina sulla prescrizione, ha ottenuto il sì di Palazzo Madama ben mille giorni dopo quello della Camera, ma il testo è stato modificato e dovrà tornare a Montecitorio.

Conflitto d’interessi – Il testo è stato approvato alla Camera il 28 febbraio 2016 e poi congelato in commissione Affari costituzionali al Senato. L’ultima volta che se n’è discusso è stato il 4 ottobre 2016. Poi il definitivo oblio. Eppure il mito di questa legge affonda le sue radici nel ventennio berlusconiano. È stato il peccato originale dei dirigenti ulivisti, la pietra angolare della rottamazione, molto prima che si materializzasse sulla scena Renzi. Un ritornello ripetuto da lustri: “Ma perché quando avete governato non avete fatto una legge sul conflitto d’interessi?”. Il toscano l’ha resa una sua bandiera. Il 16 novembre 2012, dal palco della Leopolda: “Faremo la legge nei primi 100 giorni”. Preso Palazzo Chigi, il rilancio di Maria Elena Boschi al Corriere della Sera (7 maggio 2015): “Ora tocca al conflitto d’interessi”, “lo porteremo in aula già nelle prossime settimane, se tanti dei nostri ex leader ed ex premier avessero messo lo stesso impegno o la stessa tenacia (…) non toccherebbe a noi e avremmo già una legge”. E invece aspettiamo ancora.

Ius Soli – La cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia è un cavallo di battaglia renziano: Matteo aveva firmato una legge di iniziativa popolare già da sindaco di Firenze.

26apr/170

Il badante – 2017, siamo tutti partigiani o anche un po’ fascisti?

Articolo di Oliviero Beha (Fatto 26.4.17)

“”Stendiamo subito un velo sulla impresentabile speculazione subpolitica di Palazzo, un Palazzo già di suo per lo più impresentabile, a proposito di ieri, della Festa della Liberazione, dell’Anpi, di ebrei e palestinesi ecc. ecc. Segnatamente perché non è una ricorrenza di Palazzo, ma di Piazza, e da sempre. Anzi, per mia avventura diretta e indiretta di figlio del dopoguerra, è un’esperienza di impatti a volte per nulla cercati, di case e bar improvvisi, di parenti reincontrati, di memorie dolorose e fluorescenti, di amori e passioni, rigirate di Piazza e di luoghi, insomma, di un’Italia che non c’è più e che simuliamo ci sia ancora, tra gli stracci stesi di “Una giornata particolare” sulle terrazze di edifici molto più ospitali e civili di quelli dei nostri palazzinari odierni. Ma di che parlano costoro tra di loro, quando non sono bardati manifestando, se non della loro memoria storica svanente? Dei loro nonni e dei loro padri che già non ci sono più per un’anagrafe impietosa ? Sì, c’è un’autostrada in mezzo a loro che li guida, quella di essere stati più di settant’anni fa dalla parte giusta, fatta diventare tale dopo profluvie dalla parte sbagliata rimossa o quasi sulle montagne, mentre i morti impazzavano comunque.

20apr/170

Meta’ dei giornalisti arrestati nel mondo sono in Turchia

Articolo di Chiara Cruciati (manifesto 20.4.17) “Il caso del reporter turco-tedesco Deniz Yucel, in isolamento da febbraio. In totale sono 153 i giornalisti incarcerati, parte della narrativa dell’assedio interno ed esterno del presidente”

“”La Turchia batte un altro record: è il paese con il più alto numero di giornalisti dietro le sbarre. Cina e Egitto mangiano la polvere: con 153 reporter in carcere Ankara detiene la metà di tutti i giornalisti arrestati nel mondo. Sono kurdi, sono turchi, sono indipendenti, sono scrittori e analisti, commentatori e fotografi. E sono anche stranieri. Gabriele Del Grande è l’ultimo di una lunga serie, in un paese che – a seguito della campagna di epurazione giustificata con il tentato golpe del 15 luglio – ha posto sotto il controllo governativo (diretto e indiretto) il 90% dei media, a sentire le opposizioni. I timori di amici e familiari di Del Grande sono più che giustificati. Basta guardare al caso di Deniz Yucel: il reporter del quotidiano Die Welt, cittadino turco e tedesco, è in prigione da febbraio in isolamento. Rischia 10 anni e mezzo di prigione dietro l’accusa di propaganda a favore del Pkk e incitamento alla violenza. Una settimana fa Yucel ha sposato la fidanzata nella prigione di Silivri; poche ore dopo il presidente Erdogan ha fatto sapere a Berlino che non sarebbe stato estradato in Germania, come richiesto dal Ministero degli Esteri tedesco che ha potuto fare visita a Yucel solo sette settimane dopo l’arresto. «È un agente terrorista – ha detto Erdogan – Faremo il necessario, nell’ambito della legge, contro chi agisce come spia e minaccia il nostro paese da Qandil». Un chiaro riferimento alle montagne irachene dove gli uomini del Pkk si sono ritirati quattro anni fa quando partì il breve processo di pace.
Il suo caso è emblematico: ad Ankara non importa nulla dell’Unione Europea. Ha modellato lo Stato intorno al concetto di assedio: i nemici esterni (e interni, i kurdi) mettono a repentaglio la nazione turca, la vogliono indebolire per impedirgli di riprendersi il suo ruolo leader in Medio Oriente. È quello che Erdogan va ripetendo ad ogni piè sospinto.
La retorica dello Stato in pericolo che necessita dell’uomo forte pronto a schiacciare qualsiasi tentativo di indebolimento è alla base dei reati contestati ai 153 giornalisti in prigione da mesi, qualcuno da anni.

8apr/170

In Italia si puo’ ancora torturare

Articoli di Alberto D’Argenio E Carlo Bonini   (Repubblica 7.4.17) “Una prima ammissione delle colpe degli aguzzini in divisa a Bolzaneto, ma torturare in Italia non è ancora un reato.” “L’Italia cede alla Corte UE ammette colpe su Bolzaneto e risarcisce sei delle vittime” “«Il patteggiamento a Strasburgo: a ciascuna 45mila euro per danni morali l’impegno del governo: subito regole adeguate per colpire gli abusi» LEGGI DI SEGUITO

“”Con 16 anni di ritardo, l’Italia riconosce i propri torti e patteggia a Strasburgo per tentare di scongiurare una condanna per le torture inflitte ai manifestanti del Social Forum nella caserma di Bolzaneto il 21 e 22 luglio del 2001, i giorni terribili del G8 di Genova. Proprio quest’anno l’Italia tornerà ad ospitare un incontro dei leader delle maggiori economie planetarie, il 26 e 27 maggio a Taormina. La notizia del patteggiamento è arrivata ieri, con il governo che ha infine deciso di risarcire alcune delle vittime nel corso di un procedimento di fronte alla Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo: riceveranno 45mila euro ciascuno per indennizzare danni morali, materiali e spese processuali. I giudici europei così prendono atto della «risoluzione amichevole tra le parti» e chiudono i procedimenti pendenti. I casi in cui è stato possibile raggiungere il patteggiamento sono sei sui 65 aperti da cittadini italiani e stranieri che avevano fatto ricorso di fronte alla Corte, alla quale aderiscono tutti i 47 Paesi membri del Consiglio d’Europa, istituzione esterna all’Unione europea che vigila sul rispetto dei diritti fondamentali in tutto il continente. Si tratta di Mauro Alfarano, Alessandra Battista, Marco Bistacchia, Anna De Florio, Gabriella Cinzia Grippaudo e Manuela Tangari. L’avvocato di due dei ricorrenti, Laura Tartarini, però sottolinea che «quella che lo Stato offre è un piccola cifra, ha accettato chi ha necessità economiche e personali, per gli altri il ricorso continua per ottenre la condanna dell’Italia». Le denunce a Strasburgo sostenevano che lo Stato italiano avesse violato il diritto a non essere sottoposti a maltrattamenti e tortura e denunciavano l’inefficacia dell’inchiesta penale domestica sui fatti di Bolzaneto. Con l’accordo, si legge nelle due distinte decisioni della Corte, il governo afferma di aver «riconosciuto i casi di maltrattamento simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l’assenza di leggi adeguate ». Questo il dato politico, l’aver ammesso abusi e torture nei giorni del G8.

8apr/170

Il muro di sabbia. La battaglia per la verita’ su Giulio Regeni

Servizio di Carlo Bonini e Giuliano Foschini (Repubblica 7.4.17) “Nessuno si chiami fuori da questo atroce delitto. Meno che meno i governanti della nazione di cui Giulio pensava di essere cittadino, i quali hanno continuato a fare affari con i mandanti dei colpevoli e gli occultatori dei fatti. Forse per obbedire alla Trilateral Cmmission?”

«Il 25 gennaio del 2016 un giovane ricercatore italiano scompare al Cairo. Il suo corpo viene ritrovato nove giorni dopo. Comincia così il dramma di una famiglia e la lotta di un intero Paese per cercare di capire chi sono gli assassini, chi li ha coperti, chi ha depistato. Ecco la ricostruzione di come si sono svolti i fatti. E, per la prima volta, i nomi degli alti ufficiali egiziani coinvolti nel delitto».

Prologo
Il Cairo, 25 gennaio 2016. Pomeriggio.
Non era un giorno qualsiasi. Né poteva esserlo. Perché quel giorno, cinque anni prima, tutto era cominciato.
Piazza Tahrir. La Rivoluzione. La caduta dell’immarcescibile Regime di Hosni Mubarak. Il sogno di una Primavera che si era trasformata nel suo contrario e aveva spalancato le porte al colpo di Stato militare del generale Abd Al Fattah Al Sisi. A un nuovo inverno di violenza, sopraffazione, sparizioni, delazioni, per piegare ogni forma di dissenso.
Ahmed Abdallah, ingegnere informatico, professore universitario, attivista per i diritti umani e direttore della ong “Egyptian Commission for Rights and Freedoms”, non poteva immaginare che il suo destino stava per cambiare. Esattamente come quello di un ragazzo italiano che avrebbe conosciuto solo da morto. «Quel 25 decisi di non farmi trovare in casa. Erano in corso retate indiscriminate. Gli arrestati venivano trascinati direttamente di fronte a un tribunale speciale, la Corte Suprema della Sicurezza dello Stato. La mattina, la caffetteria che frequentavo quotidianamente, era stata assaltata da uomini armati a bordo di un automobile senza targa. Erano arrivati prima di me, ringraziando Dio. Avevano chiesto se qualcuno mi avesse visto o sapesse dove fossi. E se ne erano andati prima che arrivassi. Durante il giorno era stato imposto una sorta di coprifuoco. Il Regime aveva paura del popolo. Il popolo aveva paura della paranoia del Regime. Quel giorno respiravamo paura».
Alle 19, sulla riva sinistra del Nilo, nell’appartamento all’ultimo dei quattro piani della palazzina di Dokki dove abitava da quattro mesi, Giulio Regeni digitò sul suo portatile una chiave di ricerca su Youtube. “Coldplay. A Rush of blood to the head”. Aveva voglia di ascoltare quel brano che, anni prima, aveva consacrato la band nata a Londra. Giulio si è laureato in Inghilterra prima a Leeds, poi a Cambridge per il Phd con la ricerca sui sindacati nell’Egitto dei Generali.
Le 19. Aveva tempo. Il suo amico Gennaro Gervasio lo aspettava per le 20.30 in una caffetteria non lontana da piazza Tahrir. Tre fermate di metropolitana. Insieme sarebbero andati a cena da un professore che entrambi conoscevano, Kashek Hassamein.
Partì il brano dei Coldplay. Giulio non poteva sapere in cosa fosse precipitato. Né immaginare la profezia che era in quelle strofe.
See me crumble and fall on my face
Mi vedo sgretolare e cadere di faccia
See it all disappear without a trace
Vedo tutto scomparire senza lasciare una traccia
Salutò il suo coinquilino, il giovane avvocato Mohamed El Sayed. E uscì di casa poco prima delle 20.
Per l’ultima volta.

4apr/170

Non solo Tap. Con Eastmed e Poseidon interessi privati a tutto gas

Articolo di Edoardo Zanchini, vice pres. naz.le Legambiente (manifesto 4.4.17) “Energia. A cosa dovrebbe servire tutto questo gas che entra in Italia o che si vorrebbe estrarre in mare e a terra? E chi paga per il fallimento privato dei rigassificatori? Noi

“”Pochi lo sanno ma in Puglia, a pochi chilometri da dove oggi si protesta contro il Tap, sbarcherà un altro gasdotto con un nome ben più affascinante. Si chiama Poseidon, ed è un progetto già approvato che arriverà fino a Otranto. Poseidon coinvolge altre imprese e banche, con accordi internazionali diversi rispetto a quelli del consorzio che vuole portare gas dall’Azerbaijan. Proprio ieri il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda ha firmato a Tel Aviv insieme ai ministri di Israele, Grecia e Cipro, il primo via libera a Eastmed, il più grande gasdotto sottomarino del mondo che dovrebbe portare in Puglia il gas naturale off shore dei giacimenti al largo di Israele e Cipro. Per non perdersi in questo cortocircuito di tubi e interessi, che ha al centro il Salento, occorre tornare al dibattito che negli ultimi venti anni è avvenuto in Italia sul tema del gas. Perché per lungo tempo è andata avanti una campagna mediatica che prometteva un futuro radioso per l’Italia grazie a tubi e rigassificatori che, da Porto Empedocle a Trieste, avrebbero reso finalmente il nostro Paese moderno e le imprese competitive, grazie alla concorrenza sul gas. In tanti teorizzavano che il successo sarebbe stato garantito proprio dal lasciare libertà alle imprese di scegliere quanti presentarne – si è arrivati a 15 progetti di rigassificatori in Valutazione di Impatto Ambientale – e di decidere il luogo più adatto. Un bel film. Peccato che l’esito sia stato molto diverso. Quasi tutti i progetti sono stati abbandonati, mentre quello realizzato a Livorno è stato un tale fallimento che si è dovuti intervenire con una delle manovre tipiche del capitalismo «all’italiana». Improvvisamente, quello che doveva essere il monumento alle capacità del mercato di scegliere le soluzioni più intelligenti è diventata, per legge, una infrastruttura strategica a cui assegnare, come «fattore di garanzia», 70 milioni di euro ogni anno da prelevare nelle bollette dei cittadini italiani.