Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

13feb/180

L’eterna caccia allo straniero

Articolo di Nadia Urbinati (Repubblica 13.2.18)

“”La tolleranza è una virtù liberale della quale si nutre la democrazia. Una virtù che viene detta negativa, nel senso che non comanda di essere ricettivi verso gli altri, ma “semplicemente” di non reprimerli o umiliarli o violarli. Giro i tacchi se non amo interagire con chi non approvo o non mi piace: questa è già una prova di tolleranza. In tempi di concordia tra simili sembra una virtù scontata e poco costosa. Tra connazionali uguali nella lingua e nella religione, sembra quasi naturale essere tolleranti. Ovviamente, non è così. In Italia non è mai stato così. E in nessun Paese, anche il più piccolo e omogeneo, è così.
In effetti non è facile essere tolleranti nemmeno quando si vive tra chi parla lo stesso dialetto. Anzi, più piccolo è il nostro spazio vitale e omogenea la nostra cultura, più il rischio di sentirti soffocare per troppa identità è realistico — dove tutti conoscono tutti e sanno come interpretare tutti i segni e i gesti, c’è ben poco spazio dove celarsi, ben poca ombra nella quale ritagliarsi una zona di invisibilità dallo sguardo ispettivo dei nostri simili.

11feb/180

Piazze antirazziste il Pd resta ai margini e disorienta la base

Articolo di Alessandra Longo (Repubblica 11.2.18) “Centri sociali e associazioni di solidarietà trainano le manifestazioni In 20mila a Macerata con slogan anti Minniti. A Milano anche Fiano”

“”È il giorno della piazza che divide e disorienta la sinistra in tutta Italia. Macerata è l’epicentro della lacerazione. Una città blindata che non partecipa fisicamente alla manifestazione contro il fascismo e il razzismo. Le finestre sono chiuse, i negozi hanno le porte protette dal compensato come per gli uragani in America. Ventimila, trentamila persone sfilano dai giardini Diaz, là dove lo spaccio si consuma vicino alle giostre per i bambini. Un fiume di militanti, centri sociali, anarchici, la Fiom, ma non la Cgil, Libera, Emergency con Gino Strada, i Cobas, Potere al Popolo con Lidia Menapace che tiene lo striscione a 94 anni, i comunisti con Marco Ferrando, i leninisti di Che fare (scatenati contro «la stampa di regime»), i deputati di Leu Civati, Fratoianni e Zoggia, segmenti di Arci, partigiani locali e l’Anpi di Roma, contraria all’assenza decisa dall’Anpi nazionale, i neri, regolari e non, l’ex ministra Kyenge, gli studenti, i vecchi di Lotta Continua che riabbracciano Adriano Sofri e a qualcuno vengono le lacrime.
Ma il Pd non c’è. Il Pd è il grande assente.

10feb/180

La sinistra dimentica la sua storia

Articolo di Ezio Mauro (Repubblica 10.2.18)

“”Quando i partiti si riducono a semplici comitati elettorali, e non hanno più ideali politici a cui riferirsi perché vivono nell’estemporaneo, diventano subalterni al senso comune, suoi replicanti. Invece di orientare l’opinione pubblica la inseguono gregari, perché invece di testimoniare una storia affogano nella cronaca. Con il risultato di far mancare al Paese l’interpretazione degli avvenimenti attraverso le grandi culture politiche di riferimento e la loro pedagogia. Nell’Italia estrema di oggi, si scopre così quant’è difficile dirsi moderati, e dirsi riformisti. O meglio: dirlo è facile, testimoniarlo e viverlo, tradurlo in politica concreta e corrente è molto più complicato. È evidente che in una normale campagna elettorale una forza di sinistra avrebbe già tenuto una riunione della sua direzione a Macerata, aperta alla cittadinanza e ai media nazionali, riconsegnando la città a se stessa dopo gli spari, restituendole sicurezza attraverso la politica dopo il razzismo terrorista.

9feb/180

La Costituzione e’ l’argine contro i razzisti

Articolo di Vladimiro Zagrebelsky (Stampa 9.2.18)

“”Attilio Fontana, candidato governatore della Lombardia per conto della Lega, a proposito delle immigrazioni ha detto che è ora di decidere se vogliamo che la «razza bianca» continui ad esistere. Il richiamo alla difesa della razza ha in Italia un senso particolare; esso riproduce il titolo della rivista che durante il fascismo su applicò a offrire supporto «scientifico» alla politica che ha prodotto le leggi razziali contro gli ebrei. Quest’anno celebriamo l’ottantesimo anniversario di quella vergogna nazionale. Accusato di adottare un linguaggio razzista, il Fontana se ne è difeso dicendo che è la Costituzione a menzionare le razze. Poteva sembrare una giustificazione, ma valeva come rivendicazione, sotto la protezione nientemeno che della Costituzione. La difesa della razza come programma politico naturalmente implica il riconoscimento della supremazia della razza in cui ci si riconosce e, per conseguenza, l’umiliazione delle altre. Come tutto ciò possa portare drammaticamente lontano, si è dopo poco incaricato di dimostrare lo sparatore di Macerata, che ha mostrato di aver colto il messaggio colpendo «i neri». I «neri», tutti e in quanto tali, non l’uno o l’altro per qualche sua colpa. Allo stesso modo, la difesa della «razza bianca» privilegia un gruppo, una categoria, indifferentemente dal valore dell’uno o dell’altro individuo.

8feb/180

L’uomo bianco che poteva salvare Pamela l’ha sfruttata

Articolo di Selvaggia Lucarelli (Fatto 8.2.18) “Il vero mostro – Un cittadino come tanti, non un immigrato, trova la ragazzina in cerca di droga: invece di aiutarla la paga per fare sesso”

“”C’è una figura, nella brutta storia della morte di Pamela morta a 18 anni per ragioni poco chiare e “vendicata” dal fascistoide Luca Traini a colpi di pistola contro i “negri cattivi”, su cui tutti si sono soffermati poco. La figura di un uomo bianco di mezza età, un meccanico, un maceratese come tanti, nessun tatuaggio nazista sulla fronte, nessun precedente inquietante. Uno con un’utilitaria bianca e abitudini banali. Uno a cui nessuno ha sparato, che nessuno ha insultato su Facebook, perché sono i negri quelli cattivi. Sui giornali, ieri, veniva descritto come un uomo con un peso sul cuore, uno che non si dà pace. Perché lui, il bianco buono, la sera in cui Pamela è scappata dalla comunità per tornare a bucarsi dopo tre mesi, è l’ultimo bianco buono ad averla vista viva. E anche l’ultimo che avrebbe potuto darle una mano, solo che l’ha scaricata alla stazione e dopo un po’ Pamela era a pezzi in una valigia. Non si dà pace, il pover’uomo. “È tutto così atroce”, dice. Il procuratore capo di Macerata aveva pure provato a coprirlo, a raccontare una storia diversa, perché non sia mai che l’uomo bianco non ne esca come la parte buona della vicenda.

5feb/180

Il tricolore non appartiene ai razzisti

Articolo di Giovanni De Luna (Stampa 5.2.18)

“”Quello che è successo a Macerata era nell’aria da tempo. Ma nessuno avrebbe potuto immaginarne una portata simbolica così dirompente. Il saluto romano, il tatuaggio nazista, il monumento ai caduti, il tricolore: una scenografia studiata per rileggere tutta la nostra storia nazionale all’insegna del fascismo mussoliniano e indicare nel razzismo e nella violenza i valori di fondo della nostra comunità. Quel tricolore indossato come un mantello a coprire i risvolti più tremendi di un gesto disgustoso suona come una chiamata alle armi, quasi che su quella bandiera ci fosse ancora lo stemma sabaudo o il fascio di Salò. Non è così. Però è inquietante che il nostro Paese veda riaffiorare quei simboli in un contesto di violenza dichiaratamente politica e proprio nel momento in cui la convivenza con i migranti sta diventando un nodo aggrovigliato. Un nodo che Salvini e tutta una parte politica cercano di sciogliere proponendo agli italiani di rispecchiarsi in un’«autobiografia della nazione» segnata dall’odio xenofobo e dall’intolleranza razziale. Oggi ce ne accorgiamo: non eravamo pronti né culturalmente né politicamente a misurarci con religioni, tradizioni, abitudini diverse dalle nostre e che hanno investito in modo massiccio i luoghi della nostra quotidianità.”"

5feb/180

Cacciari: «Xenofobia e attentati, radici diverse»

Intervista a Massimo Cacciari di Daria Gorodisky (Corriere 5.2.18)

“”Professor Massimo Cacciari, ieri il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, in merito a quanto avvenuto sabato a Macerata, ha detto che «non c’è differenza tra gli attacchi di un’organizzazione terroristica e attacchi razziali di questo genere». «Invece sono questioni di natura completamente diversa, anche se quanto accaduto a Macerata è di una gravità estrema: è la punta dell’iceberg, ed è indice del fallimento in Italia di compiti fondamentali della politica come informare e educare. Se si va avanti così, si rischia una situazione simile a quella degli anni 20 in Germania».
Erdogan ha al suo attivo massacri di civili nel Sud-Est turco e repressione durissima dell’opposizione interna e della libertà di stampa; e in Siria sta sterminando i curdi che combattono l’Isis. «Infatti è l’ultimo a poter parlare di diritti».

4feb/180

Chi fa finta di condannare

Articolo di Massimo Giannini (Repubblica 4.2.18)

“”Prima o poi doveva succedere, in questa Italia del rancore. La “paranza dei razzisti”: un’automobile che sfreccia per le vie di una città, una mano che spunta dal finestrino e spara, spara su chiunque abbia la pelle di un colore diverso dal nostro. Siamo a Macerata, oggi. Non nel Mississippi di 50 anni fa. E nemmeno a Napoli, dove le “stese” le organizzano le baby gang per assicurarsi il controllo delle piazze dell’eroina, mentre qui invece l’ha organizzata un italiano di 28 anni, per consumare la sua atroce vendetta razziale. Qualcuno può pensare che Luca Traini, l’autore di questa agghiacciante “ caccia al nero”, sia uno squilibrato. Di certo ha costruito con atroce freddezza la sua missione di “ giustiziere”, proprio nei luoghi in cui uno spacciatore nigeriano è stato arrestato per un delitto mostruoso, l’assassinio della povera Pamela. Poco importa. Quello che conta è il clima in cui germoglia questo orrore. Il veleno inoculato nelle vene del Paese in questi anni dagli “ impresari della paura”.

2feb/180

Il piano inclinato del razzismo

Articolo di Guido Viale (manifesto 2.2.18) “Dello sterminio di ebrei, rom e sinti erano complici i popoli (i tedeschi insieme a quelli soggiogati). E’ così anche con gli immigrati. Il razzismo dei governi si è già spinto molto avanti

“”Il giorno della memoria o, meglio la memoria della Shoah e del Porrajmos, cioè dello sterminio di ebrei, rom e sinti da parte del nazismo, una memoria coltivata tutto l’anno, potrebbe e dovrebbe essere utilizzata come una lente attraverso cui esplorare il nostro presente. Quello che occorre tener presente è la dinamica del razzismo: il suo esito estremo, ma anche i suoi inizi, perché anche la Shoah non è cominciata con le camere a gas ma con il disprezzo – anche l’invidia – del diverso. Della Shoah e del Porrajmos va ricordato e ribadito che il suo fine non era lo sfruttamento del lavoro schiavo a cui adibire le razze ritenute inferiori; uno sfruttamento comunque largamente sviluppato nei tanti campi secondari costruiti accanto ad alcuni di quelli dedicati allo sterminio e a cui erano sottoposti gli uomini e le donne valide prima di essere soppresse. Il fine principale di Shoah e Porrajmos era lo sterminio, il genocidio, la cancellazione dalla faccia della terra di interi popoli.

7gen/180

La “morte illacrimata” e gli auguri ai vivi

Articolo di Laura Marchetti (manifesto 7.1.18)

Auguri ai morti. A quegli uomini, a quelle donne, a tutti quei bambini senza nome che giacciono nella bara d’acqua del Mediterraneo. Auguri a loro che non hanno potuto completare il viaggio. Auguri a quei fantasmi illacrimati, senza una tomba su cui un padre, una sposa, un figlio, potranno ricordare e piangere. La morte illacrimata, ci dice Pasolini, toglie alla vita ogni senso, perché le impedisce di entrare nel ricordo e di rivestirsi di sacro. Senza il cordoglio, senza un lamento di fronte al corpo funebre esibito, la vita perde la sua necessità perché non può essere raccontata, non può tradursi in immagini e parole che la affidano al mito. Nel pianto di un parente, di un amico, magari di una comunità, si ritrova invece la unità e compiutezza alle azioni singole e forse insensate. Il pianto cioè agisce come «un fulmineo montaggio della vita: sceglie i suoi momenti veramente significativi e li mette in successione, facendo del presente un passato chiaro, stabile, certo, linguisticamente ben descrivibile» (1967).