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16mar/13Off

L’altro Francesco, quel gesuita che curò la Chiesa con i missionari

Articolo di Adriano Prosperi (Repubblica 15.3.13)

“”“Il nome è un programma”, ha detto il padre guardiano del convento francescano della Verna. Già: ma quale nome? È istintivo per un italiano immaginare che sia quello di San Francesco d’Assisi affiorato d’istinto alla memoria di un figlio d’emigranti piemontesi. Ma se avessimo la pazienza di porci davvero nei panni di un vescovo argentino di formazione gesuita scopriremmo che la nostra è una tipica illusione etnocentrica. «Romano lo volemo o almanco italiano », si gridava a Roma nel Medioevo alle porte del conclave. Così oggi. E chi deve rassegnarsi al fatto che il Papa non sia né romano né milanese e nemmanco italiano non rinunzia ad attribuire a chi viene da un altro continente e da un’altra cultura la devozione a quel san Francesco divenuto patrono d’Italia. Ma non è quello o almeno non solo quello il nome presente alla cultura e alla religiosità dell’uomo che è diventato Papa, o meglio, come lui stesso ha preferito dire, vescovo di Roma. L’arcivescovo di Buenos Aires non è soltanto il primo Papa venuto dall’America; è anche il primo papa della Compagnia di Gesù. È cresciuto e si è formato all’interno di un Ordine che ha residenze, scuole, archivi e luoghi di memoria a Buenos Aires e in tutta l’Argentina, anzi in tutta l’America Latina.
Nella memoria ufficiale della Compagnia ci sono almeno altri due santi con quel nome, tutt’e due del ’500. C’è san Francesco Borgia, il terzo generale della Compagnia, membro di una potente famiglia aragonese alla quale regalò un uomo di Chiesa più
presentabile del malfamato zio Rodrigo Borgia, papa Alessandro VI. Ma è piuttosto improbabile che sia stato il suo profilo ad affacciarsi nella mente del cardinal Bergoglio. Che, nel suo primo messaggio, ha parlato di evangelizzazione. Ora, per un gesuita c’è da sempre un nome che significa evangelizzazione e apertura missionaria alle culture non cristiane. È quello di Francisco Xavier, noto in Italia come Francesco Saverio, compagno di Ignazio di Loyola e cofondatore della Compagnia: un uomo che ben presto lasciò Roma per una missione che lo condusse in un decennio di straordinarie esperienze prima nell’India portoghese, poi fino al Giappone; né finì lì, perché dopo aver fatto una deludente esperienza di battesimi di massa tra le folle dei paria di Goa al riparo delle armi portoghesi, e dopo aver affrontato con pochi compagni il lungo viaggio via mare, sulle rotte dei mercanti e dei contrabbandieri di armi, fino al remoto impero giapponese, volle raggiungere la Cina. Le sue lettere portarono in Europa il racconto di quel lontanissimo Oriente e un appello a tutti i giovani studenti delle università perché si candidassero a un’impresa missionaria di vastissime dimensioni. Diffuse immediatamente a stampa e inserite anche nella bella raccolta di relazioni di viaggi curata a Venezia da Gian Battista Ramusio, quelle lettere furono uno straordinario incentivo al maturare di vocazioni per l’opera della propagazione del Vangelo nel mondo extraeuropeo. Vi si legge di popolazioni accoglienti e di raffinata cultura, molto ben disposte nei confronti dei predicatori della “santa fede”. C’era l’ostacolo della ignoranza della lingua: Francesco Saverio e i suoi compagni erano obbligati «a esser come fanciulli », a tacere e ascoltare. Ma così potevano scordarsi di se stessi, liberarsi da quell’amore di padri e madri e amici e patria che tratteneva dal dare alla propria vita la forma voluta da Dio: bisognava recarsi in quella «terra strana» a farvi l’opera della conquista spirituale.
Altre notizie arrivarono ancora di quell’irrequieto missionario: fino al solitario e clandestino approdo sul suolo dell’Impero cinese, luogo delle meraviglie descritte da Marco Polo e supremo oggetto del desiderio per Saverio. Morì su quella costa e il suo corpo, portato a Goa dai portoghesi, fu oggetto di una grande devozione coronata dalla canonizzazione ufficiale nel 1622. Dal suo esempio e dalle sue narrazioni prese avvio un fenomeno straordinario: quello del desiderio delle Indie che animò una schiera crescente di giovani e li spinse a supplicare il generale della Compagnia di mandarli nelle lontane Indie d’Oriente e d’Occidente a propagare la fede. Li muoveva una volontà di eroismo e di martirio, una ricerca della santità eroica, ma anche un profumo di terre lontane.
L’impresa della “fides propaganda” fu quella di un corpo scelto di inviati nel mondo esterno, fuori dei confini di un cristianesimo che apparve improvvisamente invecchiato. Fuori delle mura delle città europee si aprì lo scenario vastissimo di popoli pagani da evangelizzare. Abitavano nelle remote Indie ma erano presenti anche nelle periferie interne: avevano i volti degli indios peruviani e dei letterati cinesi ma anche quelli dei contadini e dei pastori della Corsica e dell’Abruzzo. Di fatto si era riaccesa la fiamma della predicazione degli Apostoli. Il missionario gesuita partiva lasciandosi alle spalle le incrostazioni della cultura europea e portava il messaggio universale di un cristianesimo che si presentava come la forma naturale della religione, iscritta da Dio nelle coscienze e latente nelle diverse confessioni nel mondo. Fu questo il contributo maggiore dei gesuiti alla ripresa della Chiesa di Roma nel, momento della massima crisi del cattolicesimo, quando la corte romana era gravata dal peso di accuse infamanti e l’unità della Chiesa europea si spezzava in tanti frammenti. Da allora i gesuiti si mossero sul difficile crinale fra culture diverse, osteggiati da altri ordini, sospettati di varcare i confini dell’ortodossia, tentati di dar vita a una nuova Chiesa apostolica senza le rughe di quella europea. Oggi uno di loro ha lasciato le antiche terre di missione. Quella che si è aperta col suo papato è una missione nuova, quella d’Europa. È facile prevedere che non sarà per nessuno una festa di gala.”"

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