Iniziativa Laica I laici tendono a difendersi, e' ora di attaccare !

22mar/140

Eutanasia (1)

Due articoli dopo l’appello di Napolitano: di Caterina Pasolini “La prima proposta nel 1985, poi altre dieci tutte affossate. Neanche il calvario di Eluana ha smosso il palazzo” (Repubblica 19.3.14) / e di Carlo Flamigni “Il senso della vita e il rispetto della dignità”(Unità 19.3.14) LEGGI DI SEGUITO

«Il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio su questi temi, la sospensione, l’elusione di ogni responsabile chiarimento ». Sono passati otto anni da quando il presidente Napolitano rispose a Piergiorgio Welby. Il dirigente radicale, paralizzato dalla distrofia muscolare che gli consentiva di muovere solo gli occhi, aveva chiesto una legge sull’eutanasia, sulla libertà di decidere della propria vita. «Perché vivere è un diritto, non un dovere».
Otto anni segnati da silenzi e voci gridate nelle aule del parlamento, undici disegni di legge su testamento biologico ed eutanasia presentati tra Camera e Senato e rimasti bloccati nelle commissioni. Anni in cui i passi avanti in tema di autodeterminazione sono arrivati dalle sentenza della magistratura, chieste e ottenute dai cittadini come Beppino Englaro, che si è battuto per sedici anni prima di veder riconosciuto il diritto della figlia Eluana, in coma dal ’92, ad andarsene «da un’esistenza che lei non avrebbe voluto, contraria com’era agli accanimenti terapeutici». Anni costellati da iniziative dei Comuni che, in mancanza di una normativa, hanno creato più di cento registri per raccogliere le volontà dei loro cittadini. Perché i medici possano ascoltare le decisioni dei pazienti quando questi ultimi non avranno più voce per dirle.
Era il 1985 quando il socialista Loris Fortuna portò per la prima volta in parlamento la questione eutanasia. Al padre del referendum sul divorzio sembrava arrivato il momento di «un processo dialettico e culturale sulla questione della dignità della vita nel suo momento terminale». Quasi trent’anni dopo, ancora un nulla di fatto. Un muro di no, da cattolici di destra e sinistra ha affossato tutte le proposte.
Sono i drammi personali a farsi politica, a cercare di smuovere il Parlamento. Bisogna infatti aspettare il 2006, la lettera di Welby e le sue richieste (poi accolte) alla magistratura di staccare il respiratore perché si parli di «fine vita». E il Paese ogni volta si spacca, da un lato cattolici di destra e sinistra, che considerano l’esistenza un bene indisponibile e impossibile la rinuncia a terapie come idratazione e nutrizione. Dall’altra i laici, siano del Pd o Radicali, dai Verdi a Rifondazione, a deputati come Giancarlo Galan a Chiara Moroni del Pdl, che privilegiano la libertà di scelta. Nasce con appoggi bipartisan il disegno di legge presentato dal senatore Pd Ignazio Marino, futuro sindaco di Roma, che prevedeva il diritto di farsi curare all’infinito, ma anche il rifiuto delle cure.
È invece il 9 luglio del 2008 quando la Corte di appello di Milano, dopo dieci anni di battaglie, autorizza Beppino Englaro, in qualità di tutore, ad interrompere il trattamento di idratazione e alimentazione che mantiene in vita la figlia Eluana: «Per mancanza della benché minima possibilità di qualche recupero della coscienza ». L’Italia scende in piazza. Manifestazioni, appelli delle associazioni cattoliche e mozioni politiche si moltiplicano, mentre la clinica di Belluno dove è stata trasferita Eluana è assediata da chi recita rosari e grida «assassini». Berlusconi in tv annuncia che Eluana potrebbe «addirittura avere figli». E dopo anni di immobilismo la politica scatta: su iniziativa del ministro Sacconi, il governo cerca di far approvare un decreto che vieta alle cliniche pubbliche e alle private convenzionate di sospendere idratazione e nutrizione. Ma il provvedimento viene respinto da Napolitano per vizi di incostituzionalità. Poi il governo presenta un disegno di legge di tre righe con lo stesso concetto. Il 9 febbraio, mentre se ne discute, arriva la notizia della morte di Eluana. Tra le urla, il governo ritira la legge con l’obiettivo di un testo più articolato. Nasce il ddl Calabrò, che però prevede l’esatto contrario della liberà di scelta: non si può rinunciare a idratazione e nutrizione e si affida l’ultima parola al medico. La proposta ora è decaduta. Trent’anni da Loris Fortuna. Ancora nessun diritto di scelta.

Leggi l’articolo di Carlo Flamigni “Il senso della vita e il rispetto della dignità”

“”BACONE SCRIVEVA CHE I MEDICI AVREBBERO DOVUTO IMPARARE L’ARTE DI AIUTARE GLI AGONIZZANTI A USCIRE DA QUESTO MONDO CON MAGGIORE DOLCEZZA E SERENITÀ, e nei secoli molti filosofi hanno giudicato criticamente il giuramento di Ippocrate. Eppure, un tempo la morte arrivava rapidamente, sia perché sopraggiungevano complicazioni delle malattie che i medici non sapevano trattare, sia perché nessuno, in realtà, la contrastava. Il vitalismo medico era certamente velleitario, nella maggioranza dei casi il malato decedeva a casa sua, non sempre dolcemente e quietamente, certo, ma di solito molto rapidamente.
Oggi, nei Paesi occidentali, oltre l’80% delle morti si verifica in ospedale e le condizioni del morire sono cambiate in modo straordinario. Essendo in grado di vicariare le funzioni di organi essenziali per la sopravvivenza del corpo – per quella della persona il problema è diverso – la medicina moderna si è messa in grado di controllare tempi e circostanze del morire. Le cose sono dunque cambiate. In meglio?
Secondo molti critici, la medicina ha solo sottratto il malato alla malattia, lo nasconde alla morte, tanto da creare una vittimizzazione da tecnologia. Certamente oggi possiamo fare molto per prolungare la vita di una persona, anche se si tratta di una vita che non promette più niente e che, secondo quella persona, non vale la pena di essere vissuta. La medicina deve affrontare, però, nuovi problemi, alcuni dei quali sono persino difficili da definire. Ci si chiede soprattutto: è possibile governare l’enorme potere che la medicina certamente possiede e che si manifesta nei suoi interventi sul processo del morire al solo scopo di evitare che questo potere privi il paziente del suo diritto di morire con dignità?
Le risposte sono molte, non tutte in grado di raccogliere consensi. La maggior parte delle persone di buon senso si limita a chiedere regole per fermarla là dove cessa la possibilità di assicurare al paziente una condizione di vita decorosa e compatibile con lo stato della malattia, cioè nel momento in cui sta per trasformarsi in un inutile accanimento sul corpo e sulla persona del paziente. Ma se poniamo dei limiti è necessario stabilire regole che impediscano di superarli. Quali? Tutti concordano nel considerare invalicabile il limite dell’accanimento terapeutico, ma poi i criteri per definirlo non sono condivisi.
Su questi temi esiste un conflitto aperto e i valori che si confrontano sono sin troppo evidentemente inconciliabili: il valore della vita umana, nell’accezione nella quale essa risulta indisponibile anche al suo titolare, e il valore dell’autonomia della persona, cui sono legati la libertà di poter autonomamente disporre del proprio corpo e il diritto di governarsi da sé nella sfera delle scelte personali. Esiste anche un modo molto subdolo e disonesto per risolvere il problema senza mai affrontarlo direttamente. Non molti anni fa a un convegno organizzato a Bologna da un sacerdote una signora che allora faceva parte del Consiglio Nazionale di Bioetica e che aveva lavorato a lungo nei centri di rianimazione, ci raccontò di quanto rapidamente morivano i vecchioni che occupavano (senza alcuna speranza di recupero) i pochi letti disponibili in quei reparti quando arrivava una richiesta di ricovero per alcuni giovani che avevano avuto un grave incidente stradale e che solo su quei letti potevano essere salvati: perché l’eutanasia esiste ovunque, in questo Paese, purché non ci siano rischi per chi se ne fa carico.
Ha scritto Giovanni Boniolo che è necessario distinguere la vita dall’esistenza e l’inizio e la fine della vita dall’inizio e la fine dell’esistenza. Cambiano evidentemente i livelli di analisi: descrittivo quello che riguarda la vita, assiologico quello che concerne l’esistenza. Il quesito fondamentale, la domanda che prima o poi tutti gli uomini si pongono, è a chi appartengano la vita e l’esistenza. Se si tiene conto delle definizioni, la vita non è di nessuno; stabilire a chi appartenga l’esistenza dipende dal punto di vista da cui le si attribuisce valore. Ci sono vite cui non attribuiamo il valore di esistenza e non ci interessa il loro destino. Ci sono vite alle quali attribuiamo valore ed è a seconda della quantità di questo valore che ci preoccupiamo del loro destino.
Personalmente, da uomo laico, sono soprattutto interessato alla possibilità di essere libero di esistere, perché da questa discendono altre libertà, come quella di scegliere la mia morte, cioè la fine della mia esistenza, cioè ancora la fine della mia vita. Certamente questo non può essere casuale: il problema fondamentale nella vita di un uomo laico è comunque e sempre la libertà: in fondo la laicità rappresenta l’atteggiamento intellettuale di chi considera primaria la libertà di coscienza, intesa come libertà di credenza, conoscenza, critica e autocritica.
Dunque, il quesito fondamentale resta sempre lo stesso: a chi appartiene la nostra esistenza. Domanda certamente non oziosa, che chiama subito in causa il problema della religione, un problema destinato inevitabilmente a dividerci. Se l’esistenza è nostra, se è nostra la nostra vita, abbiamo il diritto di farne ciò che vogliamo, indipendentemente da quanto pensano gli altri e nei limiti che ci sono imposti dal fatto di vivere in una comunità e di aver potuto contrarre debiti con gli altri. Se la vita non è nostra, se ci è stata donata, se dobbiamo comunque risponderne a qualcuno, allora le regole alle quali siamo tenuti ad attenerci sono evidentemente diverse. Siamo di nuovo di fronte a definizioni differenti: la morte è la fine della vita o è invece in modo più complesso un passaggio? Da questo primo quesito ne discende immediatamente un secondo: qual è la cosa più importante della nostra esistenza, quella alla quale attribuiamo il maggior valore? È la vita in sé, perché sacra e inviolabile e dobbiamo perciò rispettarla e accettarla comunque sia, qualsiasi cosa ci faccia, senza neppure potere ritenerla responsabile delle nostre sofferenze? O possiamo apprezzarla diversamente, valutandola e giudicandola proprio in rapporto a quanto ci concede? E cosa ci aspettiamo da lei per poter assegnarle un valore? Dignità? Qualità?
È una scelta difficile, che in alcune circostanze può divenire drammatica. La vita di un bambino nato con una malattia che altro non gli concede e altro non gli concederà se non sofferenza, vale la pena di essere vissuta? Nelle stesse condizioni, la mia vita, alla quale la malattia può aver tolto tutta la dignità di cui disponeva, vale la pena di essere continuata? E questo merita una doppia precisazione: la prima, che la misura della dignità compatibile con l’esistenza è assolutamente soggettiva; la seconda, che è molto più difficile intervenire sulla perdita di dignità che su quella del benessere fisico.
Secondo me bisognerebbe rispondere no a entrambe queste domande, ma è ovvio che si tratta di un giudizio personale. So bene che le risposte possono essere del tutto diverse dalla mia: questo accade perché su questo e su molti altri temi ci comportiamo come stranieri morali.
Vorrei anche ricordare a tutti che il concetto di dignità, quello che ognuno di noi intende per dignità, è assolutamente personale, non ci può essere insegnato dagli altri. Personalmente penso alla dignità come a una sorta di «cenestesi» dello spirito, ci rendiamo conto di averne una e riusciamo finalmente a valutarne l’importanza nel momento in cui viene ferita o minacciata. Che cosa poi ciascuno di noi intenda per dignità del morire dipende grandemente da come abbiamo interpretato e realizzato la dignità della nostra esistenza. Il vero problema riguarda però la possibilità di trovare mediazioni utili su questi temi così difficili e complessi. Io credo che gli interlocutori esistano e siano le persone religiose che riescono a discutere sulla base di principi razionali e laici, rinunciando all’idea di essere assistiti da una verità che sta dietro di loro e che illumina loro la strada. E sono comunque grato alle persone che non hanno paura di richiamarci al dovere di discutere di questi temi, come il Presidente della Repubblica.”"

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