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17mar/15Off

Al confine con il futuro Ne parliamo con il presidente Zagrebelsky

Intervista a Gustavo Zagrebelsky di Vera Schiavazzi (Repubblica 17.3.15)

“”“Quello democratico è il contesto in cui vogliamo discutere.
Sia delle forme politiche e delle loro trasformazioni, sia delle varie civiltà e di come oggi vengono a mescolarsi” Il lavoro, il valore delle persone visto attraverso la divisione fra vecchi e giovani, le tecnologie e il clima sono alcuni fra gli argomenti centrali degli incontri in programma.
“Passaggi”, cioè la scelta di spostarsi da quello che abbiamo e conosciamo a un mondo futuro, sconosciuto e fors’anche preoccupante. Un modo del quale non possediamo ancora tutte le coordinate. La cittadinanza del futuro, i confini non solo per i popoli ma anche per le idee e le merci, i retaggi del Novecento che scegliamo di rifiutare e quelli che vorremmo invece conservare e tramandare: è con queste domande che nasce Biennale, e che il suo presidente, il giurista e costituzionalista Gustavo Zagrebelsky si prepara ad affrontare un programma da 102 incontri.
Biennale Democrazia non ospita solo dibattiti politici, sulle forme di democrazia in senso stretto, ma anche confronti sull’ambiente, le tecnologie, la velocità e la lentezza, l’eredità, le generazioni. È una scelta nuova?
«No. La democrazia è per noi prima di tutto il contesto nel quale vogliamo discutere. Sia delle forme politiche e delle loro trasformazioni, sia delle civiltà e del loro mescolamento. E dell’unità di tempo e di luogo che oggi si è spezzata, anche in Europa, come ci spiegherà Carlo Ossola. Ma anche di cultura europea, nella lezione introduttiva di Claudio Magris con Mario Calabresi. Ci interessano anche i cambiamenti sociali: lavoro, diritti, welfare…».
Una parte importante degli appuntamenti è dedicata al lavoro. È un tema che è sempre stato centrale nella Biennale. Perché?
«Ci appassionano i diritti e i cambiamenti di questo rapporto. Anche per questa ragione, nella serata inaugurale, abbiamo scelto di mandare in scena Thyssen Opera Sonora di Ezio Mauro. La tragedia della Thyssen, con i suoi sette operai morti bruciati, ha colpito la psicologia collettiva? È diventata per tutta la città una tragedia come per le vittime e le loro famiglie? Ci interessava che la prima di questo spettacolo avvenisse proprio qui, a Torino».
Il concetto di stato sovrano, le effettive possibilità di decidere dei governi, sono un altro tema che torna più volte nel programma. Lei ha detto più volte che è ormai la finanza a decidere i parametri di governo…
«È così. Guardando ai governi, tra i quali quello italiano, ciò che colpisce è l’esecuzione di parametri fissati da altri, una riduzione dello stato sociale che non è coerente a una visione politica ma che ci consente di far acquistare il nostro debito. Parafrasando Ernest Renan, che sosteneva che la nazione è “un plebiscito di tutti i giorni”, oggi si potrebbe sostenere che ogni giorno il plebiscito è per la finanza internazionale».
Questo ha a che fare anche col valore delle persone, la loro “utilità” o meno nel sistema. Sarà lei a parlarne col discorso della Biennale sulle Generazioni. Sono cambiate le età della vita?
«Credo di sì, riducendosi a due soltanto, quella dei giovani- vecchi e quella dei vecchi-giovani, con delle forme, che sono anche quelle pubblicitarie, che hanno nei fatti abolito la maturità di un tempo. Oggi, i giovani appartengono a una generazione che rischia di riconoscere diritti non all’individuo in quanto tale, ma solo a chi produce, mentre la grande quantità di vecchi che continua ad aumentare sta diventando un peso, un lusso che non possiamo più permetterci e che patisce più degli altri delle riduzione della spesa sociale e sanitaria».
Velocità e lentezza costituiscono un intero capitolo di Biennale. Perché sono così decisive?
«Perché viviamo in un tempo accelerato, dove progetti e passioni hanno vita breve e dove è questione di un attimo arrivare prima, competere, decidere, come Stefano Levi Della Torre spiegherà usando l’esempio degli spostamenti in volo degli uccelli. E mentre la società va veloce, la politica fatica a trovare risposte a cambiamenti che ne esigerebbero di radicali, come l’aumentare di eguaglianze e diseguaglianze o le trasformazioni climatiche».
Tra i dialoghi, ce n’è anche uno con Gian Enrico Rusconi e il cardinal Angelo Scola sul papato di Francesco, a due anni dal suo inizio. È un appuntamento importante?
«Sì. Papa Francesco supera la tensione fra pastorale e dottrina, favorisce una nuova ermeneutica. È importante capire che cosa ci sia dietro le aspettative che suscita, compresi i dissensi, sia aperti sia dissimulati.”"

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