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18mar/15Off

Divorzio breve, ancor a un passo indietro

Da Fatto Quotidiano online 18.3.15 LEGGI ANCHE “Quel che manca al nuovo divorzio breve”" di Carlo Rimini ordinario di Diritto privato nell’Università di Milano (Stampa 17.3.15)

“”Eliminate dal testo le clausole che avrebbero permesso in assenza di figli minorenni o non di dipendenti, lo scioglimento immediato del matrimonio. “Breve sì ma non “lampo”. L’Aula del Senato, con votazione per alzata di mano, stralcia la norma sul divorzio diretto contenuta nella legge sul divorzio breve. La proposta era stata avanzata dalla stessa relatrice Rosanna Filippin (Pd) con la motivazione che è più importante accorciare i tempi per l’approvazione del ddl. Per l’introduzione del divorzio immediato, si provvederà con un’altra legge: Maurizio Gasparri in Senato, in veste di presidente di turno, ha annunciato che “diventerà oggetto di un autonomo disegno di legge” e sarà “subito” assegnato alle commissioni parlamentari. Zanda, capogruppo Pd al Senato, ha assicurato l’impegno politico e parlamentare al nuovo ddl. “Sosterremo – ha affermato – tempi rapidi per l’esame in commissione e in Aula”. La relatrice ha proposto lo stralcio della norma dopo che, la scorsa settimana, l’aula si è spaccata sul provvedimento (a favore Pd, Sel, Fi e M5S, contro Udc e Ncd), mettendo a rischio l’approvazione del disegno di legge che accorcia i tempi del divorzio. “La sola ragione per cui l’ho fatto – ha aggiunto la Filippin- è che questo consente al divorzio diretto di acquistare una vita autonoma e di proseguire il suo cammino, indipendentemente e separatamente dal divorzio breve, con il supplemento di riflessione che è stato richiesto. A titolo personale, ribadisco la mia personale convinzione che si tratti di una norma utile, che completa la riforma della legislazione sul divorzio”. La procedura accelerata consentiva di ottenere il divorzio in 6 mesi, a patto che la richiesta di separazione fosse consensuale e a condizione che i due coniugi non avessero figli minori, figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave o figli di età inferiore ai 26 anni economicamente non autosufficienti. Il disegno di legge dunque prevederà soltanto la possibilità del divorzio breve e non anche del divorzio immediato, come avrebbe voluto la commissione Giustizia del Senato attraverso la modifica introdotta con il comma 2 all’articolo 1 (l’oggetto dello stralcio). “In gioco l’idea di famiglia”. Il Forum delle Associazioni familiari ribadisce l’importanza della pausa di riflessione tra separazione e divorzio che “permette ai coniugi di riflettere ancora una volta, magari più approfonditamente, sulle possibilità di riconciliazione e dunque di mantenimento del vincolo assunto con il matrimonio”. Per questo “è importante che venga comunque mantenuto e difeso un periodo di tempo prima dello scioglimento definitivo del vincolo matrimoniale. Non un inutile tempo burocratico, ma uno spazio utile per un estremo tentativo di ricomposizione o anche soltanto come sostegno per rendere meno traumatica la separazione. La fretta è spesso cattiva consigliera: nella vita ed in Parlamento”. Domani, dopo l’informativa del presidente del consiglio Matteo Renzi, a palazzo Madama si procederà al voto finale sul divorzio breve che verrà approvato con ogni probabilità a larghissima maggioranza. Le linee essenziali riguardano la riduzione dei tempi della separazione prima di ottenere il divorzio: dai tre anni attuali si passerà a 12 mesi, suscettibili però di dimezzamento in caso di separazione consensuale

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Il Senato approva oggi il disegno di legge sul divorzio breve: basterà un anno di separazione, ridotti a sei mesi se la separazione è consensuale. La norma che era stata approvata in Commissione che consentiva addirittura il divorzio immediato per i coniugi senza figli è stata invece stralciata. Il disegno di legge dovrà tornare alla Camera per un’ultima lettura. Quest’ultimo passaggio parlamentare dovrebbe però essere rapido. È quindi finalmente a portata di mano un risultato che era stato irraggiungibile durante le precedenti legislature, quando analoghi disegni di legge si erano incagliati sugli scogli di veti incrociati e pregiudizi ideologici. Siamo quindi in dirittura d’arrivo per avere una legge sul divorzio coerente con la concezione del matrimonio ormai diffusa nella nostra società e allineata con gli standard europei? Per quanto riguarda i presupposti del divorzio la risposta è senz’altro affermativa. Non serve costringere due persone che non vivono più assieme ad attendere tre anni prima di sciogliere il loro matrimonio. Ma la nostra legge rimane assolutamente inadeguata per quanto riguarda un differente profilo: gli effetti economici del divorzio. Il coniuge più debole ha diritto, dopo il divorzio, ad un assegno assistenziale. Un diritto creato quasi mezzo secolo fa: il matrimonio si scioglie ma il vincolo assistenziale che lega i coniugi sopravvive per tutta la vita. È una regola che non ha più alcun senso. Se si compie lo sforzo di leggere il dibattito che si è svolto in Senato si ha la percezione immediata della distanza fra il Parlamento e la società. In Aula si è detto fino alla noia che il matrimonio è una istituzione che lo Stato deve difendere. Eppure sempre meno giovani sono disposti a sottoscrivere questa affermazione. Non si sposano più: non vedono la ragione per farlo. Non ritengono che il matrimonio sia un insieme di garanzie, di sicurezze, di diritti e di doveri reciproci per cui valga la pena di impegnarsi. E non si può dar loro torto: attualmente il matrimonio, in caso di crisi del rapporto, non dà alcuna garanzia di una equa soluzione dei problemi. La legge garantisce assistenza, ma l’ex marito che guadagna più della moglie (sono ancora molto rari i casi in cui accade l’inverso) non capisce per quale motivo deve mantenere ad una persona con cui ha rotto ogni rapporto. E la parte più debole (ancora troppo spesso la moglie) non cerca assistenza, non vuole la carità di un assegno mensile spesso modesto e del tutto insufficiente a garantire il tenore di vita matrimoniale. Vuole invece un equo compenso per i sacrifici fatti durante il matrimonio a favore della famiglia e dei figli. Ecco allora una riforma urgente: dopo il divorzio, un coniuge deve ricevere dall’altro una somma compensativa dei sacrifici fatti durante il matrimonio, di tutti i sacrifici, ma solo dei sacrifici. Quindi i criteri per determinare l’entità della compensazione dovrebbero essere la durata del matrimonio e l’entità delle rinunce fatte. Possibilmente questa somma dovrà essere versata in un’unica soluzione per evitare il formarsi di rendite periodiche. Solo così, nel contesto del divorzio, entrambi i coniugi otterranno adeguata tutela.”"

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