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23apr/15Off

Resistenza

Giorgio Bocca (Repubblica 23.4.15) e Norberto Bobbio (Stampa 23.4.15)

“Bocca. Quando tutto era perso la Resistenza ci ha dato la nostra religione civile” di Teo De Luigi LEGGI DI SEGUITO

“”Nel 2005 ho assistito a Cuneo alla manifestazione del 25 aprile. Era una serata piena di pioggia e di gente. Un gruppo cantava I morti di Reggio Emilia , in particolare ripeteva la strofa che recita: «…di chi si è già scordato di Duccio Galimberti…». Chiedo perché. «Perché Duccio è partito da qui, quella era la sua casa». Il giorno dopo ho chiamato Giorgio Bocca a Milano: «Venga quando vuole» è stata la sua risposta.
Quando si parla di Resistenza, non si parla solo di grandi città, ma soprattutto di paesi, di villaggi. Com’era Cuneo allora?
«Cuneo ha una sua caratteristica particolare, vale a dire che nella sua storia e nella sua tradizione c’erano già state resistenze e guerre partigiane, ad esempio quella delle “sette sedi”. Cuneo faceva parte dei comuni dei Savoia che dovevano resistere alle invasioni straniere, quindi c’erano già, nella memoria e nel sangue dei cuneesi, dei cittadini, i ricordi del passato. Per questo, se nelle altre città ci fu una gestazione molto complicata, a Cuneo mi colpì la spontaneità della reazione popolare. L’8 settembre a Cuneo c’era già una rete di partigiani pronta intorno alla città. È curioso che invece, in regioni dominate dai comunisti da sempre come l’Emilia, fu tutto più lento, in pratica cominciarono nel ‘44».
Duccio Galimberti per lei è stato un riferimento importante, come lo ricorda?
«Galimberti per me è stato una sorpresa. Perché, durante la vita “normale”, prima della caduta del fascismo, Galimberti per noi a Cuneo era un “pistin”».
Un classico snob elegantone, uno che andava in giro con i calzettoni bianchi da sci. Era vestito sempre di nero e girava quasi sempre da solo, perché evidentemente non era molto frequentabile, essendo un riferimento dichiarato dell’antifascismo, perciò lo vedevo sempre camminare sotto i portici da solo. Poi, improvvisamente, scopro che quest’uomo, ricco, privilegiato, figlio di un ministro e con una madre letterata, è un uomo molto alla mano, oltre che un uomo di grande coraggio».
Lei allora era un ragazzo, aveva 23 anni, mentre Galimberti ne aveva 37. Era già un leader riconosciuto, oltre che una persona adulta?
«Io lo vedevo sicuramente come un leader, perché era uno dei pochi antifascisti “ufficiali”, non si nascondeva; mentre molti erano antifascisti ma non lo manifestavano, lui, al contrario, si dichiarava».
Tornando all’8 settembre, il gruppo di Galimberti era già pronto per andare in montagna. Ma i giovani, soprattutto quelli non strettamente politicizzati, che motivazione avevano per aggregarsi?
«La motivazione principale era di salvarsi dall’occupazione tedesca, che sarebbe arrivata presto e che veniva a catturarci. A Torino già si sapeva che avevano arrestato e disarmato tanti militari. Poi, la voglia di uscire dal fascismo e di ascoltare queste persone di Giustizia e Libertà, che erano persone degne, insegnanti, magistrati, avvosciarlo come Livio Bianco, Giorgio Agosti, Duccio Galimberti, noti come persone colte e antifascisti consapevoli. Quello che sono stati per noi i partigiani di GL, sono stati per i comunisti i combattenti di Spagna, quelli che avevano fatto la guerra di Spagna e sapevano cosa accade in una guerra civile».
In quel periodo, avevate l’impressione ricorrente di essere troppo esposti, avevate paura?
«Eravamo soprattutto incoscienti. I ricordi che ho della vita partigiana sono per lo più di stupore per quello che rischiavamo tutti i giorni. Ma era un segno della gioventù, che ti incoraggia a essere fiducioso in tutto. Per esempio, una volta eravamo a Caraglio, in un filatoio, dove sapevamo che la IV Armata sciogliendosi aveva lasciato delle armi, e abbiamo fatto un carico, poi siamo ripartiti attraversando la città. Improvvisamente abbiamo incrociato un camion di tedeschi che ci ha illuminati completamente. Noi con un camion non in buo- ne condizioni e vestiti da contadini valligiani abbiamo continuato ad andare come se tornassimo dal lavoro e per fortuna anche loro hanno tirato diritto… Però tutto questo era pura follia!».
Qual è stato per lei il momento più drammatico?
«Quando il generale Alexander (nel ‘44) ha fatto un discorso ai partigiani dicendo: “Bravi, avete fatto un buon lavoro, ma adesso tornate alle vostre case, perché il lavoro sarà ancora lungo. Quando avremo bisogno di voi vi chiameremo”. Ci consideravano inutili, ma quella volta tutti uniti abbiamo puntato i piedi e nessuno è tornato a casa».
Ed episodi personali terribili le sono capitati?
«Quando uno è in guerra sa che possono succedere cose difficili e terribili, per esempio le fucilazioni, ma noi possiamo dire che l’unica cosa che non abbiamo mai accettato è la tortura, anche se non tutti erano d’accordo ».
Dato che siamo su questo argomento, le chiedo della responsabilità che si è dovuto assumere nei confronti del tedesco vostro prigioniero. Com’è andata?
«Avevamo un prigioniero, un ufficiale delle SS, terrificante perché durante la prigionia stava sempre a torso nudo, si faceva il bagno nel ghiaccio, era un uomo fortissimo. È stato con noi circa tre mesi, era diventato il nostro cuoco. Per questo conosceva tutti i luoghi delle nostre bande. A un certo momento, arriva la notizia di un rastrellamento imminente e noi ci chiediamo: “Di questo cosa ne facciamo, non possiamo lacati, libero”. Sarebbe stato come un’autodenuncia per tutte le bande: “Bisogna fucilarlo”. L’ho detto ai miei compagni e abbiamo tirato su a sorte con la pagliuzza, ma tutti si sono rifiutati. Allora ho dovuto farlo io, ero il capo banda. E ancora adesso mi chiedo se ho fatto bene o se ho fatto male. In quel tempo ero certo di aver fatto la cosa giusta, perché la guerra era guerra spietata e chi è il capo deve assumersi le responsabilità più gravi. Ho preso questa decisione a ragion veduta, non senza riflettere».
A proposito del rapporto fra i capi e i partigiani semplici, si dice che nelle bande GL ci fosse un atteggiamento di un certo distacco. È vero?
«Si è vero, però c’era anche un’assoluta parità nelle questioni militari e di sostentamento, si mangiavano le stesse cose, e bisogna tener conto che i comandanti si assumevano più rischi e avevano più impegni».
E le staffette? Le donne preziose per i collegamenti, se le ricorda?
«Certo! Soprattutto una, che era anche l’amante di Galimberti e quando arrivava tutti in silenzio perché sapevano benissimo chi era. Comunque ce n’erano tante altre e preziose e la cosa curiosa era che il loro nascondiglio preferito era il seno, sperando di essere rispettate anche dalle SS. C’erano delle donne coraggiosissime. Per esempio la signora Sacerdote, che aveva un figlio in banda; ricordo che ogni volta che ci spostavamo di base, pochi giorni dopo la vedevamo spuntare nella nebbia, veniva a trovare il figlio. Faceva il viaggio in bicicletta da Torino a Dronero, poi in montagna a piedi, e arrivava sempre».
Dopo la fine della guerra, diversi scrittori pubblicarono libri sulla Resistenza nelle Langhe, ad esempio Revelli e Fenoglio. Come vedeva lei la Resistenza nelle Langhe?
«Io vedevo i partigiani delle Langhe come un piccolo carnevale. Per noi partigiani della montagna, il partigianato delle Langhe era molto allegro e, quando li andai a trovare, il Maggiore Mauri, che era il comandante degli autonomi, mi si presentò in modo pittoresco in una villa a Cravanzana, un palazzo nobiliare con tutti i soffitti affrescati… e mi fece aspettare venti minuti. Mi si presentò con due cani al guinzaglio e un giaccotto di pelle bianca, come fosse un principe di casa Savoia».
Si è parlato molto della morte di Mussolini e della Petacci, uccisi ed esposti in quel modo a Piazzale Loreto. Lei cosa ne pensa?
«Non solo io ma tutti noi ci auguravamo che, una volta preso, lo fucilassero subito, perché era un testimone della vergogna sua e dell’Italia. Se non l’avessero ucciso e lo avessero processato, chissà che discredito avrebbe gettato sul paese. Non solo è stata una scelta giusta, è stata una scelta necessaria. Io trovo che tutti i discorsi che si fanno sulla fucilazione di Mussolini sono assolutamente ridicoli, perché la verità è stabilita. Io ho parlato con tutti i comandanti che hanno deciso la fucilazione, come Longo, Solari, e non ci fu alcun dubbio. Ricevettero la notizia che era stato arrestato, presero il primo che era lì, Audisio, e gli dissero “vai su e ammazzalo”. Non c’è stata nessuna esitazione ».
Arrivando al dopo Liberazione, cosa possiamo dire: speranze realizzate o aspettative deluse?
«Io devo dire previsioni avverate. Ricordo benissimo che un giorno ero con Livio Bianco sul Monte Tamone, guardavo verso Cuneo e lui, quasi leggendomi nel pensiero, mi disse: “Andrà già bene se non ci metteranno dentro”. Quindi io ero preparato al peggio, non avevo alcuna illusione sul fatto che saremmo stati ricevuti come “i gloriosi trionfatori”».
Quale lezione si può trarre oggi da quei venti mesi? Quale lezione etica, politica, umana, si può ricordare a distanza di tanti anni?
«Io ho la religione della guerra partigiana. Per come l’ho vissuta, è stata un’esperienza fantastica e formidabile, quasi incredibile per un paese come il nostro pieno di “tira a campare” e di ladri. Poi è stata un’esperienza dove il paese ha rivelato il meglio di se stesso, quindi io ne ho un ricordo entusiasmante. È stata la prova che gli italiani nel peggio danno il meglio. Quando tutto è perso, quando si rischia di essere denunciati e fucilati in ogni momento, ecco che scatta la solidarietà e trovi della gente che ti aiuta».
Da queste interviste racconto, in parte inedite, è nato il film Duccio Galimberti — Il tempo dei testimoni di Teo De Luigi ( 2-006) ed è iniziata la ristrutturazione delle dodici baite di Paraloup ( Valle Stura), primo villaggio partigiano di “ Italia Libera” — ( Giustizia e Libertà) ad opera della Fondazione “ Nuto Revelli” di Cuneo Un giorno Livio Bianco mi disse: “Andrà già bene se non ci metteranno dentro” Non avevo illusioni sul fatto che saremmo stati ricevuti come “i gloriosi trionfatori””"

“Ecco perché a Resistenza non finisce mai” di Norberto Bobbio

“”Non amo le commemorazioni, perché difficilmente ci si può sottrarre alla tentazione della retorica, della effusione sentimentale, della mozione degli affetti.
E non amo in particolare le commemorazioni della Resistenza perché si commemorano volentieri cose lontane e morte, e invece la Resistenza è vicina e ben viva. La Resistenza non è finita. Noi viviamo in una situazione che è la conseguenza della Resistenza e anche coloro che la denigrano o la ignorano non possono fare a meno, in quanto vivono e operano in questa situazione, di accettarne i risultati. [...]
Per capire la Resistenza, direi che bisogna prima di tutto sgombrar la nostra mente da un equivoco: che da essa dovesse nascere, tutto d’un pezzo, il nuovo Stato italiano. A coloro che non vogliono più saperne della Resistenza perché in Italia le cose non vanno come dovrebbero andare, c’è da rispondere che la nostra non sempre lieta situazione presente dipende da una ragione soltanto: che non abbiamo ancora appreso tutta intera la lezione della libertà. E siccome l’inizio di questo corso sulla libertà è stata la Resistenza, si dovrà concludere che i nostri malanni, se ve ne sono, non dipendono già dal fatto che la Resistenza sia fallita, ma dal fatto che non l’abbiamo ancora pienamente realizzata.
Dopo dieci anni cominciamo soltanto ora a comprendere di quali enormi difficoltà sia irta la vita di un regime libero. Abbiamo imparato che un regime di servitù, quand’è giunto al momento della sua esasperazione, si può strozzare in poco tempo, ma la libertà per consolidarla ci vogliono decenni. Per uccidere un malvagio, basta un tratto di corda. Ma per fare un uomo onesto, quante cure, quanti affanni, quanti sacrifici. E poi, qualche volta, nonostante la buona volontà, non ci si riesce neppure. Questa lezione, se l’abbiamo bene appresa, dovrebbe consigliarci un atteggiamento: quello della modestia di fronte ai compiti giganteschi che ci attendono, dell’abbandono di attese messianiche, della serietà dell’impegno nell’opera comune, della vigilanza operosa.
Non c’è che un modo per realizzare la Resistenza: ed è quello di continuare a resistere. Di continuare a resistere, ogni giorno, agli allettamenti che ci vengono dagli sbandieratori di facili miti o dagli amanti della confusione mentale; alle passioni incontrollate che ci spingono ora a destra ora a sinistra a seconda degli umori e degli eventi; alla seduzione della pigrizia che ci getta in braccio allo sconforto e ci rende inattivi e indifferenti. Un regime di libertà non si crea coi miti, ma con la chiarezza mentale applicata ai problemi socialmente utili; non si crea neppure con le passioni scatenate, anche se sublimi, ma con la moderazione del giudizio, con il controllo di sé, con la disciplina mentale; e neppure con la indifferenza ma con la partecipazione attiva ai problemi del nostro tempo. Si dice che per smuovere gli inerti ci vuol entusiasmo, e per suscitare entusiasmi ci vogliono miti. Ma a me pare che non ci sia nulla di cui valga più la pena di entusiasmarsi che la costruzione di una convivenza civile, in cui vi sia meno corruzione, meno furberia, meno spirito di sopraffazione, e maggior rispetto delle opinioni altrui insieme con maggiore riserbo nella espressione delle proprie.
La democrazia è una scuola di realtà. Chi vive nelle nuvole ed è prigioniero dei miti non è un buon democratico. L’utopismo può essere una buona arma contro la dittatura. Ma quando la società democratica è costituita o per lo meno è avviata, l’utopismo diventa un ostacolo. Non so quanto il maggior contatto con la realtà che la vita democratica richiede abbia influito sulla nuova arte che si dice realistica. Lascio ai competenti di giudicarlo. Mi limito a constatare che il crollo del fascismo ci ha liberati dalla nuvolaglia di pregiudizi da cui eravamo fasciati e ci ha fatto toccar terra. E questo è per me uno degli effetti salutari della Resistenza.
Quanto siffatto spirito realistico possa giovare alla nostra cultura, non ho bisogno di ribadire. Una cultura diretta dall’alto ha paura non soltanto della libera fantasia, ma anche della solida realtà. Del resto fantasia e realtà, che nel linguaggio comune sembrano due termini antitetici, nel dominio dell’arte sono strettamente connessi. Ci vuole ricca fantasia per essere buoni realisti: altrimenti si è dei copiatori. E bisogna aver gusto e senso delle cose reali per avere una fantasia creatrice e non soltanto un’oziosa immaginazione.
In una situazione di oppressione della libertà, la paura della realtà genera due diversi atteggiamenti: quello della cultura ufficiale che la realtà deforma o decora, e nasce la pseudo-cultura dei retori; quello della cultura eretica, che non si vuol lasciar sopraffare e per sopravvivere è costretta ad evadere; e nasce la cultura, inquieta o torbida, dei decadenti. In altra occasione ho parlato di questo impasto di retorica e di decadentismo che fu la cultura in Italia al tempo fascista. Sono stili e modi di sentire connessi tra loro assai più che non si pensi. Sono entrambe forme caratteristiche di antirealismo. Quando si trovano insieme nello stesso personaggio vien fuori il poeta della generazione fascista: Gabriele d’Annunzio. E quando sono separati l’una dall’altro camminano parallelamente ma si tengono per mano. Si passa con fastidiosa monotonia dalla cultura melensa dei retori a quella esoterica dei decadenti o gerarchi o ermetici.
Ora, se la società democratica è quella in cui ogni individuo ha il diritto e il dovere di dare il proprio contributo alla vita del paese, ognuno deve prender contatto con la realtà che lo circonda, deve sapere esattamente, senza finzioni e senza illusioni, quale sia la sua posizione e quella degli altri. In una democrazia non si possono tollerare gli assenti. O per lo meno, se un giorno gli assenti dovessero diventare la maggioranza, la democrazia avrebbe cessato di esistere. E se il risultato di questo maggior contatto con la realtà sarà la scoperta di tutti i vizi tradizionali del nostro carattere e di tutte le miserie della nostra storia, l’effetto non potrà essere se non salutare. Purché non ci si soffermi nel compiacimento morboso dei mali, ma ci si adoperi per medicarli. Vi sono due modi di scrutare ciò che vi è di malvagio negli uomini: quello del decadente che se ne compiace e quello dell’illuminista che prende atto e combatte per instaurare un mondo migliore. L’ideale dell’uomo di cultura per una società democratica in cammino non è il decadente ma l’illuminista.
In una bella immagine Albert Camus paragona la storia a un grande circo in cui si svolge da sempre la lotta tra la vittima e il leone. Troppo spesso gli uomini di cultura sono rimasti fuori del circo come se lo spettacolo non li riguardasse. Qualche volta sono entrati, ma si sono seduti sulla gradinata a far da spettatori. E se qualche segno di partecipazione hanno dato, è stato quasi sempre per far l’elogio del leone che ha sempre ragione; e se qualche parola hanno rivolto alla vittima è per spiegarle che il suo destino era quello di farsi mangiare. Oggi non più. Oggi, dice Camus, gli uomini di cultura devono rendersi conto che il loro posto non è più sulla gradinata ma dentro l’arena. Essi sanno che se la vittima soccombe anch’essi saranno divorati. Sono, come si ripete oggi, impegnati. Impegnati a far sì che nel futuro vi siano meno vittime e meno leoni.”"

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