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6feb/16Off

Il lungo viaggio dal delitto d’onore alle unioni civili

Articolo di Evelina Santangelo (Messaggero 6.2.16)

“”Una delle peggiori miopie è credere di poter fare a meno della memoria. Così, proprio in questi giorni di nuove battaglie per diritti in cui confluiscono nuove istanze sociali, culturali e civili, forse bisognerebbe provare a ricordare com’è cambiato – proprio sul piano dei diritti e della famiglia – quel paese, il nostro, che ancora alla fine degli anni ’50 riconosceva come legittimo lo ius corrigendi, il diritto del marito di picchiare la moglie per correggerne il carattere o i modi, cioè quella violenza domestica che oggi suscita sconcerto e orrore. Un paese, che fino al ’63 estrometteva le donne da molte professioni perché incapaci di «giudicare», in base a un pregiudizio duro a morire, se bisognerà aspettare la riforma del diritto di famiglia del ’75 per superare la norma secondo cui, in assenza del padre, la madre doveva nominare un «curatore del nascituro», un tutore uomo. Come se una madre, una donna, fosse costituzionalmente incapace di esercitare la «potestà genitoriale».
PATRIA POTESTÀ
Bisogna ricordarle queste cose, ricordare le preoccupazioni di quanti, di volta in volta, hanno paventato la disgregazione della società e la fine della famiglia… che allora era indiscutibilmente concepita come patriarcale e gerarchica, una famiglia insomma fondata su una ferrea patria potestà in seno a una società in cui erano ancora praticati e riconosciuti il delitto d’onore e il matrimonio riparatore (riparatore anche di uno stupro che, fatto salvo l’onore della famiglia, estingueva il reato), espressione, quest’ultimo, di quel che oggi tutti probabilmente definiremmo una barbarie, una violazione di diritti umani elementari, ma che il nostro ordinamento ha cancellato solo nell’81. E sull’altare della famiglia legittima, tradizionale, sono stati immolati a lungo anche i diritti dei figli, quei figli fuori dal matrimonio cui non era riconosciuta nessuna tutela di tipo giuridico prima del ’75. Figli chiamati ancora «illegittimi» o «naturali» prima del 2012, quando finalmente pure con le parole si fece giustizia chiamandoli, nel codice civile e negli altri testi di legge, «figli» e basta. Una conquista di civiltà dovuta anche a una nuova concezione secondo cui la cosiddetta «famiglia legittima» non rappresentava più l’unico modello di convivenza familiare (è nel 2006, con l’affidamento condiviso, che si stabilivano stesse regole di cura e tutela sia nel caso di disgregazione della coppia sia nel caso di genitori non sposati).
Certo senza la legge sul divorzio confermata dal referendum del ’74 probabilmente sarebbe stata impensabile una riforma del diritto di famiglia radicale come quella del ’75. Così come sarebbe stato impensabile riconoscere i diritti sessuali delle donne e «la procreazione cosciente e responsabile» (la legge 194) senza le battaglie per la liberalizzazione della pillola del ’63, in un paese che ancora stigmatizzava la contraccezione come un «reato contro la stirpe», nonostante proprio in quell’anno si contassero un milione di aborti clandestini e migliaia di donne morte.
PUNTI FERMI
Eppure, quelli che oggi ci sembrano punti fermi di una società più giusta, evoluta e civile, scelte obbligate per una politica sensibile alle trasformazioni culturali e sociali del Paese, non dovevano apparire così evidenti e imprescindibili se pensiamo a quanto coraggio dovette avere la diciasettenne alcamese Franca Viola quando nel ’65 rifiutò il matrimonio riparatore suscitando grande scandalo. Né doveva sembrare così ovvio riconoscere la radicale trasformazione della percezione di sé e della sessualità, se nel ’66 due studenti e una studentessa del liceo Parini di Milano furono accusati di oltraggio al pudore, sottoposti a ispezioni corporali per accertarne la salute mentale (solo la ragazza si rifiutò) e rinviati infine a giudizio per aver lanciato sul giornalino d’istituto, La zanzara, un’inchiesta su «Che cosa pensano le ragazze di oggi?», in merito alla sessualità.
AMBIENTE
Basta un piccolo esercizio di memoria, dunque, per capire quanto la famiglia in tutti questi anni abbia cambiato pelle, lasciando il posto a nuovi modelli di convivenza familiare che il diritto ha dovuto contemplare, modificando anche il modo di nominare le cose e intendere i ruoli in nome della parità tra donne e uomini, figli legittimi e illegittimi.
Così com’è cambiato, in tutti questi anni, il modo di intendere la qualità dell’ambiente familiare per il benessere del bambino, indipendentemente dal fatto che i genitori fossero conviventi, separati, risposati, single…
Così com’è cambiata la percezione della sessualità, dell’orientamento sessuale e, di conseguenza, il modo di viverli. Non sarà certo un caso se più del 90% dei ragazzi intervistati nel 2008 proprio da quello storico giornalino del liceo Parini di Milano si sia detto favorevole all’uguaglianza di diritti fra omosessuali ed etero.
Questo è accaduto in un pezzo sostanziale della società, nonostante le resistenze, le paure, lo sconcerto di un altro pezzo di quella stessa società che, ieri come oggi, paventa disgregazioni di una famiglia che, di fatto, vive in forme impensabili fino a qualche tempo fa, in parte già tutelate dal diritto.
Che un pezzo di società guardi con sconcerto a queste trasformazioni sta nell’ordine delle cose. Che la politica di uno Stato davvero laico possa pensare di continuare a non misurarsi con nuove istanze e diritti, libero da pregiudizi, è dimostrazione di miopia e inadeguatezza. E le conseguenze di miopie e inadeguatezze della politica, a pagarle, è sempre la società tutta.”"

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