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3mar/16Off

A proposito del film “Suffragette”

Articoli di Natalia Aspesi (Repubblica 3.3.16) e di Teresa Marchesi (Huffpost 3.3.16) LEGGI DI SEGUITO

“”Suffragette è uno di quei film che soprattutto le ragazze dovrebbero vedere, per capire che prigione era la vita femminile cent’anni fa: del voto oggi può loro non importar niente, però è meglio sapere quanto alle donne sia costato ottenerlo, come inizio di una vita migliore, quella di cui godono oggi, almeno rispetto a quella del passato.
Per ricordare un evento politico che allora sembrava assurdo o addirittura criminale, la sceneggiatrice Abi Morgan e la regista Sarah Gavron hanno creato una storia individuale che può risultare melodrammatica, un po’ dickensiana, che però riesce con grande semplicità e intensità a dare il senso della vita miserevole dei lavoratori (e soprattutto delle lavoratrici) sfruttati dal progresso industriale, della supremazia maschile protetta dalla legge scritta solo dagli uomini, delle caste sociali, nel momento in cui le donne, in questo caso le donne inglesi, cominciarono a immaginare la possibilità di sottrarsi alle loro vite secondarie e di conquistare diritti fino ad allora inesistenti, cominciando dal voto.

Maud lavora in una grande lavanderia dove la vita di tutte è compromessa dai vapori, dai veleni, dalle 13 ore di lavoro di ininterrotta fatica e pagate molto meno degli uomini, dalla sottomissione, anche sessuale, al minaccioso padrone. A casa, angusta e buia, l’aspettano un bel marito che la ama da uomo primo ‘900, cioè con affetto padronale, l’amatissimo figlio di 5 anni, e tutto il lavoro di casa oltre all’immancabile rammendo di ogni povero capo di vestiario. È il 1912, a Londra, ed Emmeline Pankhurst ormai vedova di un uomo con le sue stesse idee, già da anni entra ed esce di prigione e ha un seguito femminile sempre più vasto. È finito il tempo delle parole, delle suppliche e delle petizioni, perché il governo del primo ministro Lloyd George, pur liberale e pre-labourista, non ne vuole sentir parlare: le donne hanno meno cervello, nervi fragili, e poi potrebbero arrivare addirittura a chiedere di entrare in Parlamento.
È impressionante, nel film, l’immagine tutta maschile del potere, anziano e severo, che non può neppure pensare a donne, cioè esseri inferiori, che pretendano privilegi riservati agli uomini. Per le suffragette è arrivato il momento dei fatti: e Maud si trova per caso in mezzo a signore con obbligatorio cappellino e magari una carrozzina che non contiene infanti ma sassi, con i quali cominciano a fracassar vetrine. Incuriosita andrà ad altre manifestazioni, contro il volere del marito e si troverà circondata come le altre donne da poliziotti a cavallo che le bastonano senza pietà.
Allora, e forse anche adesso, la parola suffragetta era un insulto, i caricaturisti le disegnavano bruttissime, molte donne le detestavano considerandole misteriosamente puttane. Molte venivano piantate dal marito, se ce l’avevano, e sottraevano loro i figli, come la legge esigeva. Le loro azioni diventavano sempre più violente: danni alle opere d’arte nei musei, bombe fabbricate da loro nelle cassette della posta, incendi delle case dei politici; scioperi della fame in prigione, dove subivano la pericolosa alimentazione forzata, riprodotta sui giornali con vignette terrorizzanti e le condanne anche ai lavori forzati (per la Pankhurst).
Suffragette ricorda anche l’episodio più clamoroso della rivolta femminile di quegli anni: quando il 4 giugno del 1913, la militante Emily Davison, in occasione del mondano derby di Epsom, alla presenza di re Giorgio V, si getta sotto un cavallo, è ferita e quattro giorni dopo muore. L’Inghilterra si commuove ma si solleva contro l’associazione delle suffragette, anziché come pensavano loro, allearsi per chiedere di concedere il voto alle donne. La vessata ma coraggiosa Maud è la lacrimante Carey Mulligan, la farmacista fabbrica bombe è Helena Bonham Carter, il crudelissimo ma poi pensoso poliziotto persecutore Brendan Gleeson: la Pankhurst è Meryl Streep, forse volutamente caricaturale, che per fortuna appare pochi minuti. Se a qua lcuno interessa, il primo paese a dare il voto alle donne fu la Nuova Zelanda nel 1893, il primo paese europeo la Finlandia nel 1906, la Gran Bretagna subito dopo la prima guerra mondiale nel 1918: l’Italia giusto settant’anni fa, il 10 marzo 1946.”"

Articolo di teresa Marchesi

“”La campagna social di “Suffragette” sembra studiata apposta per l’8 marzo e per il settantennale del primo voto delle donne in Italia, nel 1946. Pezzo forte la t-shirt bianca con la scritta “Never surrender, never give up the fight” (in italiano “Mai arrendersi , mai smettere di lottare”), slogan con cui la leader dell’ala armata delle suffragette inglesi, Emmeline Pankhurst, arringava all’inizio del secolo scorso le sue combattive discepole.

Diciamo che il lancio pubblicitario è ben calcolato in un Paese che ancora nel 1945 escludeva le donne della Resistenza dalle sfilate dei partigiani per la Liberazione. A mia madre, staffetta, in casa proibirono l’iscrizione ufficiale all’ANPI, l’associazione degli ex partigiani, perché “senno,chi ti si sposa?”. E tra i supposti progressisti del Pci Togliatti dovette inventarsi più tardi le commissioni femminili per spezzare la segregazione delle donne nel ruolo di dattilografe.

Stiamo parlando di storia vicina, e di strada da fare per rompere il famoso ‘soffitto di vetro’ da noi da fare ce n’è ancora tanta, perfino la Spagna sulla parità salariale e sulla percentuale di donne in attività ci ha superato da un pezzo.

Va bene quindi il film rigorosamente “al femminile” che la britannica Sarah Gavron ha dedicato agli oscuri prodromi del suffragismo inglese alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Va bene a condizione di non aspettarsi, oltre a un film militante, anche un bel film. Il suo atout sono i nomi: Carey Mulligan, Helena Bonham Carter, Meryl Streep che appare per pochi magnetici istanti. Ma il racconto è ‘telefonato’, per dirla in gergo cinefilo. Nella Londra del 1912 l’operaia Mulligan, schiavizzata in una lavanderia a gestione industriale, prende coscienza e aderisce alla WSPU di Emmeline Pankhurst, l’avanguardia radicale del suffragismo, che predica “azioni, non parole”. Le azioni dimostrative di strada sono da black block ante litteram: vetrine sfasciate, attentati dinamitardi (senza vittime), vandalismo. La repressione poliziesca è feroce, la detenzione brutale, contro le attiviste che organizzano uno sciopero della fame. Ma a pagare i prezzi più pesanti, cacciate di casa, rinnegate dai mariti, private dei figli, sono le proletarie. È la specificità del suffragismo britannico: non solo avanguardie ‘colte’ ma popolane martirizzate dallo sfruttamento, dagli abusi sessuali del padrone, da rischi altissimi sul lavoro. La ricostruzione non farebbe una piega se l’attivista disoccupata e senza fissa dimora non sfoggiasse cappellini stilosi e mani senza tracce di dolorosissima usura.

Il racconto del film si chiude con il primo vero martirio di quella storica lotta. Al Derby di Epsom, il 4 giugno 1913, re Giorgio V assiste dalla tribuna alla morte di Emily Wilding Davison, travolta dalle zampe del suo cavallo Anmer mentre tenta di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle rivendicazioni della WSPU. L’obiettivo è drammaticamente raggiunto: i filmati originali dell’epoca mostrano una folla immensa, quattro giorni dopo, al passaggio della bara di Emily.

La regista ne approfitta per ripassare le tappe della lunga marcia per il diritto di voto alle donne nel mondo: pioniera la Nuova Zelanda, nel 1893, buona ultima l’Arabia Saudita nel 2015. Le ‘suffragette’ inglesi, che avevano fatto proprio il nomignolo spregiativo affibbiato loro dai detrattori, conquistarono il primo parziale accesso alle urne nel 1918, dopo che la guerra, assai più del loro movimento, aveva assegnato alle donne un nuovo ruolo nella società e nell’economia.

Se un film non riesce a emozionarti, che almeno ti insegni qualcosa. Se scopri che un diritto è stato duramente conquistato, capisci che puoi anche perderlo, e impari a difenderlo. In questi giorni esce per Frassinelli un intrigante romanzo di Maria Rosa Cutrufelli su questa materia, “Il giudice delle donne”. È ispirato alla vera storia di dieci maestre italiane che nelle Marche del 1906 rivendicarono ‘scandalosamente’ l’iscrizione alle liste elettorali, puntualmente sconfitte “con biasimo”. È che le donne combattenti, le pioniere, le antesignane, hanno sempre dato fastidio, nell’Inghilterra edoardiana come nell’Italia della Liberazione, sempre e comunque nella Storia scritta. Per esiliarle dalla memoria le hanno dipinte di volta in volta isteriche e mascoline, racchie e invasate, zitelle o puttane. Risarcirle di questa presenza negata non è femminismo, è un semplice atto di civiltà.”"

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