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9apr/16Off

Il sonno della buona borghesia che genero’ i mostri del Circeo

Articolo di Silvana Mazzocchi (Repubblica 9.4.16) sul libro “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati, Rizzoli, pagg. 1294 euro 22. Nel fluviale “La scuola cattolica”, in gara allo Strega, Edoardo Albinati rievoca la sua vita studentesca. E tra i personaggi spicca Angelo Izzo.

“”Un quartiere, una scuola. E l’adolescenza, i turbamenti amorosi, l’insicurezza, ma anche e sempre la violenza come valore di virilità, la sopraffazione, il sesso, lo stupro, il delitto, la perdita dell’innocenza e la deriva di un cinismo crudele che sconfina da tempo e spazio. Lo scenario è il quartiere romano Trieste negli anni Settanta, con le palazzine ordinate e il San Leone Magno, l’istituto frequentato dai figli dei nuovi benestanti romani, il cuore religioso, la cornice da dove tutto parte e dove tutto ritorna.
È un racconto fiume dalle molte storie intrecciate tra realtà e fantasia, con nomi veri o del tutto inventati, La scuola cattolica (Rizzoli) il romanzo candidato allo Strega di Edoardo Albinati, scrittore e insegnante di lettere nel carcere di Rebibbia. Costruito intorno a una folla di personaggi: compagni, professori, sacerdoti, fasci stelli e ragazzi per bene, criminali e terroristi, mille e trecento pagine. Un mosaico mobile dove compare, scompare e riappare, l’evento centrale di quel magma sociale e politico, anima nera di un ambiente apparentemente innocuo e tranquillo: il delitto del Circeo, (sempre citato solo con la sigla DdC, proprio come SLM sta a evocare la scuola), l’assassinio compiuto il 29 settembre 1975 da Angelo Izzo, Andrea Ghira e Gianni Guido, mai citati con nome e cognome, a eccezione di Angelo, fratello di un compagno di classe dell’autore.
Albinati passa al setaccio la classe media, l’identità maschile, la famiglia borghese e percorre innumerevoli rami, con frammenti, immagini, considerazioni. Insiste sul quartiere Trieste (il QT del libro), placido e tradizionalista all’apparenza, ma «palestra preferita della violenza politica: perché esattamente come una palestra era vuoto, sgombro di reminescenze ». Un luogo dove «in quegli anni si concentrò il più gran numero di omicidi gratuiti, attentati e agguati politici, uccisioni premeditate o per errore, cacce all’uomo e rappresaglie». In quelle strade prendono vita in molti; dal suo più caro amico dell’epoca, il geniale e insostituibile Arbus, a tanti altri protagonisti e comprimari. Per puntare con insistenza sul 1975, un anno che fa «sgambettare gli altri», perché «non c’è nulla come gli abusi e gli eccessi» a far avanzare il tempo e a fissarlo. E, proprio come ondeggia la memoria e la sua percezione, Albinati spazia fra vita scolastica e famigliare, torna sulla religione che s’innesta con lo sperdimento adolescenziale, sull’amicizia, sui pomeriggi e le merende con i compagni, sui ricordi delle prime ragazze: la voglia di sesso, gli ormoni alle stelle e il rapporto con il corpo femminile che può diventare «un oggetto intercambiabile e accumulabile ». E di nuovo l’abisso, i demoni, la violenza scatenata nella villa del Circeo «prova lampante che, quando tutto è possibile, tutto, inevitabilmente avviene».
Il branco, lo stupro e l’omicidio; due povere ragazze, di 17 e 19 anni, una uccisa e una salva soltanto perché si finse morta, ambedue rinchiuse nel bagagliaio della macchina abbandonata dagli assassini in una strada silenziosa del Qt, che poi si diressero, paciosi, in pizzeria. Viene evocato più volte il delitto e le molte decine di pagine che gli sono dedicate sono sparse dall’inizio alla fine, mostrando l’altra faccia del quartiere e delle virtù borghesi, per ricomporsi in una sorta di crocevia feroce, epilogo inevitabile di uno scontro di classe e di culture nutrito di pregiudizi, privilegi e di un’ arroganza criminale compulsiva, destinata a fondere passato e futuro. All’ultimo anno, proprio come aveva già fatto l’amico Arbus, Edoardo Albinati lascia la scuola cattolica. Se ne va al vicino Giulio Cesare, dove viene destinato alla sezione M, l’ultima, quella dei ripetenti o dei “reietti”, coloro che provengono dagli istituti privati. Lì, Albinati cambia pelle ed entra in un collettivo “anarco comunista”, ha le prime ragazze, viaggia, cresce. In seguito, ritrova Arbus, conosce i destini della madre e della sorella, Leda, uno dei suoi primi amori e, attraverso la finzione dei ritrovati diari del professor Cosmo, offre una conclusiva summa di riflessioni.
Avverte Edoardo Albinati che, al di là degli episodi o dei personaggi inventati o costruiti con diverse proporzioni di finzione, la sua narrazione non ha alcuna pretesa di verità, né storica né alternativa. Neanche per il centrale delitto del Circeo di cui ha voluto, semmai, «restituire l’atmosfera decontaminata dalla retorica». Impresa riuscita, a dimostrazione dell’eterna “banalità del male”.”"

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