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11giu/180

Accadde oggi: il Cardinale Borromeo e la peste di Milano

11 giugno

1630 – Tra le numerose epidemie di peste che flagellarono Milano lungo i suoi secoli di vita, quella del 1630 è da considerare senz’altro la più conosciuta e ricordata, per merito indiscusso del Manzoni, che la scelse quale cupo sfondo alle vicende narrate nei Promessi sposi.
Nell’ottobre del 1629 si era verificato il primo caso, ma la possibilità di contagio si era dapprima sottovalutata; ma con la primavera i morti cominciarono sensibilmente ad aumentare e a questo punto tutte le autorità non seppero proporre altro che il ricorso al soprannaturale.
Martedì 11 giugno il cardinale Federico Borromeo guidò una solenne processione per chiedere una grazia a San Carlo Borromeno. La processione si svolse imponente per le principali strade di Milano: vi parteciparono tutti i cittadini che ancora si reggevano in piedi ma il contagio favorito dall’ammassamento scatenò in forma ancora più grave la forza delle peste e i malati aumentarono in forma impressionante.
(In fondo potrai ascoltare la canzone “La peste a Milano” di Giorgio Gaber)
Nelle settimane successive falciò inesorabilmente migliaia di persone, con una media di centocinquanta morti al giorno, numero che toccò con l’estate i duecento e più. Ormai la situazione appariva drammatica: migliaia di case chiuse o abbandonate ai saccheggi, infermi lasciati senza conforto e senza alcun tipo di aiuto medico, un macabro andirivieni, di notte e di giorno, di carri colmi di cadaveri, fisici e protofisici incapaci di dare risposte se non ricorrendo ai soliti salassi.
I nobili frattanto, davanti allo spettacolo di una città ridotta a bolgia di dannati, si erano dati precipitosamente alla fuga, diretti nelle più sicure dimore di campagna, nonostante le grida che proibissero di lasciare Milano, pena la confisca dei palazzi e di tutti gli averi.
Nel lazzaretto c’era un via vai di malati e di morti avviati alle fosse comuni mentre la città era sinistramente attraversata da carri guidati dai monatti incaricati della raccolta dei malati e dei morti: si trattava di gente che aveva avuto la peste e ne era immunizzata; essi si abbandonavano a ruberie, a violenze e a scene orgiastiche e ad una sorte di sadico compiacimento.
Ma la peste non fu solo un male di per sé, non seminò solo sofferenze e morte: scompigliò la vita mentale della gente avviandola verso le credenze più folli, verso l’irrazionalità. Non trovando la vera causa dell’epidemia, la gente inventò la figura dell’untore, un individuo spinto da ragioni politiche e da perverse tendenze assassine ad imbrattare di cose unte le case e i luoghi pubblici: chi ne era toccato, prendeva la peste.
Questa caccia alle streghe, che il clero milanese non osò sconfessare, continuò ad inquinare la già ammorbata atmosfera. La popolazione superstite viveva nello stato d’animo di chi si sente costantemente e misteriosamente minacciato da un nemico subdolo e potentissimo. Tutti vivevano nella paura e il livello intellettuale si abbassò a tal punto che perfino il cardinale Federico Borromeo e il Tadino (storico della peste) finirono per cedere alla superstizione.
In questo clima folle e irrazionale, si trovò il capro espiatorio nelle figure di Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, ingiustamente accusati di essere untori. La vicenda ispirò Manzoni per la sua “Storia della colonna infame”, che uscì in appendice all’edizione definitiva de “I Promessi Sposi”.

 

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