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12mag/160

Da Benedetto XVI a Papa Francesco

Articolo del nostro iscritto Gianni Benevelli (iniziativa laica.it 12.05.16)

DA BENEDETTO XVI A PAPA FRANCESCO

 « Dopo avere esaminato a più riprese la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le  mie forze, per l’età avanzata, non sono più sufficienti per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. (…) Pertanto, ben consapevole della gravità di questo mio gesto, dichiaro in piena libertà di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, successore di S. Pietro, a me affidato.»

L’improvvisa abdicazione di papa Benedetto XVI (“un fulmine a ciel sereno” per il cardinale Sodano, Segretario di Stato emerito; “una vicenda paradossale sentita come un pugno nello stomaco” per il cardinale Scola) pare scolpita nel granito da parole che risuonano come l’esplicita ammissione di un fallimento. Rivendicando il diritto all’esercizio della “piena libertà di coscienza davanti a Dio”, papa Ratzinger ha inferto un  colpo durissimo alla sacralità del supremo vertice della gerarchia. La sua inaudita rinuncia, per non continuare ad essere ostaggio di un apparato gerarchico – affaristico irriformabile, costituisce un gesto eclatante che infrange una tradizione plurisecolare gravida di dogmatismo: per la prima volta nella storia moderna della chiesa un papa, smitizzando il carisma della sua stessa figura davanti al mondo, restituisce al Cielo il diritto di considerarsi il depositario, sulla Terra, del potere di Dio.

In un clima di veleni interni che ammorbano una curia romana dominata da interessi tutt’altro che spirituali e lacerata da “ divisioni, dissidi, carrierismi, gelosie” (cardinale Ravasi), gli elettori della Sistina hanno scelto: al soglio di Pietro è salito un nuovo pontefice il cui nome, Francesco, è tutto un programma. Papa Bergoglio si autodefinisce in continuazione vescovo di Roma e concepisce il potere connesso al suo ruolo di pontefice principalmente come “ servizio”.

Tutto ciò non è casuale: nell’ambito della chiesa precostantiniana il vescovo di Roma non era ancora riconosciuto come pontefice sommo, vertice assoluto e arbitro dell’intera cristianità; ma esercitava il suo ascendente teologico – religioso condividendolo ecumenicamente con i vescovi delle principali città del Mediterraneo.

Sul piano economico –istituzionale, il nuovo papa è chiamato a un’impresa formidabile: riformare un apparato gerarchico potentissimo, refrattario ad ogni richiamo all’unità da parte del pontefice dimissionario, che governa l’amministrazione di tutto il patrimonio della Santa Sede; rinnovare vertici e “modus operandi”  di una banca vaticana indiziata di riciclaggio che vede da sempre rigorosamente secretati correntisti e loro operazioni finanziarie.  Penso che l’esigenza di possedere una banca, da parte di un’istituzione come la chiesa, vada realisticamente accettata: se non altro per la necessità di amministrare un patrimonio immobiliare immenso, valutato il 20% di tutto quello italiano. Detta banca non può tuttavia sottrarsi all’imperativo categorico di essere una “banca etica” trasparente come il cristallo, che, con le rendite dei beni e delle transazioni condotte  virtuosamente, possa sostenere l’opera missionaria e umanitaria di una chiesa che sta nel mondo.

Ha scritto Michele Brambilla, giornalista del quotidiano la Stampa, in un suo articolo (17/03/2013) apparso nei giorni successivi all’elezione del nuovo pontefice:

«Si vedono facce preoccupate; una preoccupazione particolare serpeggia nella sede dello Ior, l’Istituto per le Opere di Religione. (…) “ Se non lo fermano” commenta un collega esperto di cose di Chiesa (l’amico Messori?), “ questo fa una rivoluzione” ».

Avvertendo una vaga sensazione di inquietudine, mi unisco a quanti anelano che il papa “venuto dalla fine del mondo” possa fare la sua rivoluzione, inaugurando la nuova “primavera” di una Chiesa umile, pastorale e profetica; così da riproporla, “Città sul monte” in seno ad una cristianità esausta, alla guida morale delle genti. So di non potermi  fare,  tuttavia , soverchie illusioni: gli  ideali evangelici puntualmente soccombono, da che mondo è mondo, alla malvagità della storia.

 

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