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22gen/170

La nostra memoria

Articolo (pubblicato postumo) di Zygmunt Bauman (Repubblica 22.1.17)

«La nostra memoria seleziona e interpreta, e ciò che dev’essere selezionato e il modo in cui interpretarlo è una questione controversa e costantemente contestata» E proprio per questo così importante. Il testo che pubblichiamo in queste pagine è un estratto da un saggio inedito che verrà pubblicato a breve dalla casa editrice Laterza che raccoglie gran parte delle sue opere. «Prima, l’Olocausto era inimmaginabile. Per la maggior parte delle persone restava inimmaginabile anche quando era già in corso. Oggi siamo stati messi tutti in allarme e l’allarme non è mai stato revocato. Che cosa significa vivere in un mondo ancora gravido dello stesso genere di orrori sintetizzato nella parola “Olocausto”? La sua memoria rende il mondo un posto migliore e più sicuro o un posto peggiore e più pericoloso? È diventata quasi una banalità affermare che i gruppi che perdono la loro memoria perdono anche la loro identità, che perdere il passato conduce a perdere il presente e il futuro. Se la posta in gioco è la preservazione di un gruppo allora il successo o il fallimento di questo tentativo dipende dagli sforzi per tenere viva la memoria.
Questo può essere vero ma non è tutta la verità, perché la memoria è un dono ambivalente. Per essere più precisi: è un dono e allo stesso tempo una maledizione. Può “tenere vive” molte cose che hanno un valore ben diverso a seconda dei gruppi.
I morti non hanno nessun potere di guidare — tantomeno di monitorare e correggere — la condotta dei vivi. Allo stato grezzo, le loro vite non hanno quasi nulla da insegnare: per diventare lezioni, devono prima essere trasformate in storie (Shakespeare questo lo sapeva, a differenza di molti altri narratori e ancor di più dei loro ascoltatori, quando fa pronunciare ad Amleto morente l’esortazione all’amico Orazio a “dire la mia storia”).
Il passato non interferisce direttamente con il presente: ogni interferenza è mediata da una storia. Quale corso finirà con l’assumere quell’interferenza sarà deciso sul campo di battaglia della memoria, dove le storie sono i soldati e i narratori i comandanti, scaltri o fortunati, delle forze in conflitto.
Dunque il passato è tanti eventi e la memoria non li conserva mai tutti: qualunque cosa conservi o recuperi dall’oblìo, essa non si riproduce mai nella sua forma “pura” e “originale” (qualsiasi cosa significhi). Il “passato integrale”, il passato così com’è realmente accaduto non viene mai riafferrato dalla memoria (e se così fosse la memoria, più che un vantaggio, rappresenterebbe un inconveniente per l’esistenza). La memoria seleziona e interpreta, e ciò che dev’essere selezionato e il modo in cui interpretarlo è una questione controversa e costantemente contestata. La risurrezione del passato, tenere vivo il passato, è un obiettivo che può essere raggiunto solo mediante l’opera attiva della memoria, che sceglie, rielabora e ricicla. Ricordare è interpretare il passato; o, più correttamente, raccontare una storia significa prendere posizione sul corso degli eventi passati. Lo status della “storia del passato” è ambiguo e destinato a rimanere tale.
La contesa interpretativa in cui il passato viene ricreato in contorni visibili e nell’importanza vissuta del presente, e quindi riciclato in progetti per il futuro, si svolge — come ha messo in evidenza Tzvetan Todorov — tra le due trappole della sacralizzazione e della banalizzazione. Il grado di pericolo che ognuna di queste trappole contiene dipende da qual è la posta in palio, la memoria individuale o la memoria di gruppo.
Todorov ammette che un certo grado di sacralizzazione ( operazione che trasforma un evento passato in un evento unico, considerato “ differente da qualsiasi evento sperimentato da altri”, incomparabile con eventi sperimentati da altri e in altri momenti, e che pertanto condanna come sacrileghe tutte le comparazioni del genere) è opportuno, anzi inevitabile, se si vuole che la memoria adempia al suo ruolo nell’autoaffermazione dell’identità individuale. Contrariamente a quello che insinuano innumerevoli talk show televisivi e alle confessioni pubbliche che ispirano, l’esperienza personale è effettivamente personale e in quanto tale “ non trasferibile”. Il rifiuto di comunicare, o almeno un certo grado di reticenza, può essere una condizione per l’autonomia individuale.
I gruppi, però, non sono “come gli individui, solo più grandi”. Ragionare per analogie porterebbe a ignorare la distinzione cruciale: a differenza degli individui autoassertivi, i gruppi vivono attraverso la comunicazione, il dialogo, lo scambio di esperienze. I gruppi si costituiscono condividendo le memorie, non tenendole nascoste e impedendone l’accesso agli estranei. La vera natura dell’esperienza dell’omicidio categoriale ( cioè l’annientamento fisico di essere umani in quanto appartenenti a una categoria, ndr) tanto dal punto di vista del carnefice quanto dal punto di vista della vittima sta nel fatto di essere stata un’esperienza condivisa e nel fatto che la sua memoria è programmata per essere condivisa continua? »

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