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I dieci anni che hanno diviso il mondo. Il 9 agosto 2007 il primo allarme: «Liquidita’ evaporata»

Articolo di Ettore Livini (Repubblica 9.8.17)

“”La crisi finanziaria che rischiava di far fallire il pianeta compie dieci anni e prova a scrivere la parola “fine”. Il crac, grazie alla pioggia di soldi di Bce e Fed, è stato scongiurato. Stati Uniti, Germania, le Borse e persino le banche che hanno mandato il mondo in testacoda, festeggiano già lo scampato pericolo a suon di utili e Pil da record. Mentre l’Italia, ancora convalescente, ha rimandato (per ora) al 2019 il D-Day in cui cancellerà del tutto gli effetti del decennio nero. Lo tsunami dei subprime ha travolto tutto e tutti il 9 agosto 2007 senza guardare in faccia nessuno e infischiandosene dei confini. Quel mattino – complice uno scarno comunicato di Bnp-Paribas che formalizzava ciò che tutti sapevano («la liquidità sui mercati è evaporata») – le banche hanno smesso all’improvviso di prestarsi soldi a vicenda. Fed e Bce sono intervenute d’urgenza con un’iniezione di contanti da 125 miliardi in 24 ore (86 milioni al minuto) per evitare che la finanza globale andasse in tilt. E da allora non hanno mai smesso di stampare moneta per esorcizzare un remake del 1929. Qualche vittima collaterale, ovviamente, c’è stata: Lehman Brothers è fallita, Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo sono state salvate dal corto circuito dei debiti sovrani grazie a 535 miliardi di aiuti, l’Islanda è andata in bancarotta, Europa e Stati Uniti hanno messo sul piatto 5.900 miliardi – la somma dei Pil di Francia e Germania – per puntellare gli istituti di credito. E 10 mila persone, calcola il British Journal of Psychiatry, si sono suicidate per motivi economici. Il salvataggio però è (quasi) andato in porto lasciandoci in eredità un mondo a tre velocità. Qualcuno non ha mai smesso di correre: il Pil della Cina, ad esempio, è balzato dell’85% dal 2007. Le vittime più robuste hanno sofferto poco: gli Usa son tornati a crescere già dal 2009, il prodotto interno lordo tedesco – malgrado un paio di anni in rosso – ha messo assieme dal 2007 un bel +5,5%. E il valore dei listini mondiali, crollato a 31 mila miliardi di dollari nei giorni più bui, è più che raddoppiato ora a 77 mila miliardi, più del Pil di tutto il pianeta. La grande finanza, risorta dalle sue ceneri, gode ottima salute: banche d’affari e big del credito – gli “untori” del crac salvati dai soldi dei contribuenti – macinano utili come negli anni d’oro e al netto delle norme più rigide imposte da Barack Obama (quella riforma Frank-Dodd che ora Donald Trump vuole smantellare) se le sono cavata con poco: zero condanne o quasi, nessuna licenza cancellata e 150 miliardi di dollari di multe per manipolazione del mercato. Noccioline per chi come gli istituti Usa ha realizzato nel 2016 profitti record per 171 miliardi di dollari, 25 in più di dieci anni fa. Il “grande freddo” invece deve ancora finire per i Paesi più deboli e indebitati come l’Italia che faticano a metabolizzare le scorie della crisi. La cartella medica del Belpaese nel 2017 è quella di una nazione in convalescenza. E in condizioni molto peggiori di quelle in cui si trovava prima di Lehman e delle fibrillazioni dello spread. Un dato parla per tutti: dieci anni fa gli italiani che vivevano in povertà assoluta per l’Istat erano 2,42 milioni. Ora sono 4,7, il doppio. Il nostro tasso di disoccupazione nel giorno dell’annuncio di Bnp-Paribas era del 6,2%, ora è dell’11,3%. Negli Usa, per dire, è tornato al 4,3%, esattamente lo stesso livello di allora, a Berlino è calato dal 9% al 5,7%. San Mario Draghi e il suo provvidenziale intervento a favore dell’euro hanno fatto da paracadute ai nostri guai, schiacciando i tassi e regalandoci un “tesoretto” extra: nel 2012 l’annus horribilis dello spread, l’Italia aveva pagato 83 miliardi di euro di interessi sul debito – lo scorso anno il conto è stato di 66, 13 in meno. Il Paese delle cicale non è riuscito però a sfruttare questa manna piovuta dal cielo della Bce: il debito pubblico ha continuato a salire senza soste. Il 9 agosto del 2007 ogni neonato tricolore nasceva con sulle spalle un’esposizione di 28.556 euro. Chi viene al mondo oggi invece parte con una zavorra lievitata a 36.800. La crisi, come in un circolo vizioso, ha finito per autoalimentarsi: il reddito disponibile degli italiani è crollato del 10% in 10 anni e fatica ancora a rialzare la testa. Un decennio fa solo il 15% delle famiglie doveva mettere mano ai risparmi per far quadrare i conti di casa. Oggi sono il 25%. In tanti, obtorto collo, sono stati costretti a smettere di pagare le rate di mutui e prestiti. Risultato: le sofferenze nette delle banche sono salite dai 15 miliardi di euro del 2007 ai 77 di oggi, mettendo altra polvere negli ingranaggi dell’economia. A due lustri da quel 9 agosto nero, nessuno in Italia ha davvero voglia di festeggiare. Il Pil nazionale, certifica Banca d’Italia, tornerà a livelli pre-crisi solo nel 2019. Cinque anni dopo l’Europa che conta.”"

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