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15dic/170

Maria, la nuova vita delle Pussy Riot “La nostra Russia un grande carcere”

Articolo di Rosalba Castelletti (Repubblica 15.12.17) “La sfida al Cremlino, gli anni in cella e adesso un libro e due pièce teatrali: “La censura sta dilagando, annientano tutto ciò che è diverso”” “”Di che cosa stiamo parlando. Nel febbraio 2012 le attiviste del gruppo in passamontagna Pussy Riot cantarono per una manciata di secondi una “preghiera anti Putin” nella Cattedrale del Cristo Salvatore. Due di loro, Maria Aljokhina e Nadja Tolokonnikova, scontarono due anni di carcere per “vandalismo e odio religioso”. Oggi Aljokhina li racconta nel libro “Riot Days” e in due pièce teatrali.”

“”MOSCA. Maria Aljokhina non fa che scusarsi per il suo ritardo. «Ho dormito poco », spiega l’attivista del collettivo Pussy Riot. Si stiracchia, sono le due del pomeriggio. Poi corruga la fronte diafana. Qualcosa non va?, chiediamo. «In effetti…». Il direttore dell’ArtDocFest, ci dice, è stato minacciato di morte per aver inserito in cartellone un documentario sulla guerra in Est Ucraina. «La censura sta dilagando. Vogliono annientare tutto ciò che è diverso». Ventuno mesi in carcere non hanno affatto scalfito il piglio rivoluzionario della performer che nel 2012 cantò una “preghiera anti-Putin” davanti a un altare. Masha aveva appena compiuto 24 anni quando fu condannata a due anni di carcere. Due anni di abusi umilianti come le ripetute perquisizioni corporali, di sfibranti scioperi della fame, ma anche di piccole battaglie vinte che oggi racconta nel libro in inglese “Riot Days” e porta sul palco con un’omonima pièce teatrale.
«Una fiaba dark, ma reale», la definisce Masha, sfogliando una delle mille copie russe stampate in proprio che circolano sotto banco come i “samizdat” in epoca sovietica. Tra un frammento di diario e una poesia («Nikolaj Gumiliov diceva che “le poesie possono fermare la pioggia” »), ci sono i disegni del figlio Philipp. «Ha 10 anni, ma è uno dei miei più grandi insegnanti. Riot Days non è un’autobiografia. È la storia di una scelta personale diventata politica. Tutti a un certo punto siamo chiamati a scegliere se stare zitti o agire».
In carcere l’unica cosa che potesse fare era lo sciopero della fame. «Una sorta di grido. Il sistema penitenziario uccide le persone un pezzo alla volta. Finché non ti rendi conto che non c’è differenza tra fuori e dentro. Che la prigione è un modello del Paese». È con lo sciopero della fame che ha ottenuto telefoni, materassi e scialli per le altre detenute. Nelle celle si gelava a tal punto da usare molliche e assorbenti per tappare le crepe nei muri. A una guardia che le chiese “perché lo fai?”, racconta nel libro, rispose: «Protesto quando posso, quando devo. È la mia natura».
Masha non ha mai smesso. Nel 2014 ha manifestato ai Giochi invernali di Soci, in agosto a Jakutsk per chiedere la liberazione del regista ucraino Oleg Sentsov. Per «dar voce ai detenuti» ha fondato insieme a Nadja Tolokonnikova il sito indipendente Mediazona e l’ong Zona Prava. Nei mesi scorsi è stata in tournée all’estero con Riot Days e con “Burning doors”, uno dei migliori spettacoli del 2017 per il New York Times. «Mi piace sperimentare con diverse forme di arte militante». C’è chi la rimprovera di aver “commercializzato la protesta”. Già tre anni fa alcuni membri del collettivo denunciarono: «Le Pussy Riot sono morte. Non vendiamo biglietti per i nostri show». Masha non si scompone: «Pussy Riot è un grande collettivo. Ne fa parte chiunque abbia il coraggio di non stare zitto».
Parla tra una pausa sigaretta e l’altra, «lo so, fumo troppo». Ogni tanto si ferma a mordicchiare una cuticola o a fissare una libreria alla ricerca delle parole giuste. Quand’è diventata una “rivoluzionaria”? «Penso che sia iniziato tutto con i lavoretti a scuola. I bambini confezionavano mobili, le bambine ricamavano. Non capivo perché. E nessuno sapeva spiegarmelo. Ho detto il primo di tanti “no”. Alla fine ho compreso che sono centinaia le regole senza perché». E oggi quale rivoluzione è possibile? «La rivoluzione interiore, fatta di scelte personali. Non dobbiamo aspettare un Lenin per cambiare le cose, dobbiamo farlo da noi. Le elezioni? Sono finte. Non c’è scelta politica. Sento che devo fare qualcosa. Esiste una Russia diversa».”"

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