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11gen/180

Da Algeri a Teheran la lotta per il pane che fa tremare i regimi

Articolo di Giordano Stabile (Stampa 11.1.18) “I sussidi hanno tenuto per anni i costi bassi Da Sadat a Bashir: chi tocca il prezzo rischia”

“”Il pane è vita, tanto che in Egitto, nell’arabo colloquiale locale, la stessa parola, aish, indica sia il pane che la vita. Nessun raiss ha mai aumentato il prezzo del pane di sua volontà ma da 40 anni, a cicli regolari, i governi dell’Egitto e dei Paesi vicini sono costretti a farlo e scoppiano rivolte. I sussidi tengono basso il costo, i consumi superano la produzione, bisogna importare la farina e i conti pubblici non reggono più. Il primo a provarci è stato Sadat, nel 1977, e «l’Intifada del pane», 500 morti, lo costrinse a fare marcia indietro. La misura di aggiustamento era stata suggerita dal Fondo Monetario, come oggi in Tunisia e in Sudan. La rabbia popolare arriva in un momento critico. Il Sudan, da quasi trent’anni sotto Omar al-Bashir, si è riguadagnato rispettabilità internazionale per la sua lotta ai gruppi jihadisti, una svolta a 180 gradi che ha convinto gli Usa a togliere le sanzioni. Ma il ritorno nei circuiti dell’economia «normale» è stato traumatico. La manovra dell’Fmi ha significato la fine dei sussidi ai beni alimentari e del cambio fisso con il dollaro. Il risultato è stato un’inflazione al 25% e il raddoppio del prezzo della pagnotta che da mezza lira sudanese è passata ad una lira, meno di mezzo dollaro al chilo, troppo per la povera gente. Nelle campagne e nelle periferie di Khartoum la maggior parte delle famiglie sopravvive con 6-700 lire al mese, che prima valevano 100 dollari e ora meno di 40.
Alle sorti del Sudan guarda con occhi attenti l’Egitto. Il Cairo ha una «politica del pane» capillare. Ventimila fornai sovvenzionati forniscono a milioni di persone «l’aish baladi», o «pane locale», dischi dorati dal profumo inconfondibile. Ogni fornaio distribuiva in media 2 mila pagnotte al giorno al prezzo di 5 piastre, neanche un centesimo di dollaro, ma l’anno scorso il governo le ha tagliate a 500. I salari medi sono attorno alle 1000 lire egiziane, circa 60 dollari al cambio attuale. Con le elezioni previste per il 26 marzo prossimo, quest’anno il presidente Abdel Fatah al-Sisi ha bloccato tutte le manovre di questo tipo. L’inflazione nel 2017 è schizzata oltre il 30%, una mazzata per quel 42% delle famiglie che vive con meno di 2,5 dollari al giorno: il prezzo del pane «di mercato», un dollaro al chilo, è insostenibile.
Ma anche Paesi ricchi sentono gli effetti degli «aggiustamenti». L’Algeria ha proibito l’importazione di telefonini, mobili, verdura fresca, in una lista ridicolizzata dagli oppositori per le sue bizzarrie. In Iran, la manovra del governo di Hassan Rohani in Iran ha innescato le proteste più violente dal 2009. Anche qui la fine dei sussidi ha fatto raddoppiare i prezzi. A fronte di un costo della farina pari a circa 30 centesimi di dollari al chilo, il pane «sussidiato» costava in media 20 centesimi, con la riforma arriverà a 40 centesimi.
Il Pil pro capite dell’Iran è di circa 5000 dollari all’anno ma ci sono grandi differenze sociali. Secondo uno studio dell’Fmi del 2010, una famiglia media riceveva 3600 dollari in sussidi all’anno, indispensabili per vivere. Sull’altra sponda del Golfo Persico, in Arabia Saudita, l’austerity ha significato soprattutto la fine della benzina quasi gratis. A gennaio il prezzo al litro è passato da 24 cents di dollaro a 44, mentre nel 2015 era ancora attorno ai 15 centesimi. Il reddito dei sauditi è il quadruplo di quello iraniano, ma con un deficit al 16% è tempo di qualche sacrificio.”"

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