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18lug/19Off

Accadde oggi: Paolo Veronese accusato di eresia

18 luglio

1573 – Paolo Caliari detto il Veronese è sottoposto a processo per eresia dal Tribunale del Sant’Uffizio di Venezia.
Il pittore ha dipinto nel refettorio della Basilica di San Zanipolo un’Ultima Cena e i giudici ecclesiastici gli contestano la presenza di personaggi secondari giudicati poco adatti al tema sacro rappresentato, come giullari, soldati Lanzichenecchi e un servo al quale sta uscendo sangue dal naso.
Paolo Veronese si giustifica invocando la libertà dell’arte nei confronti della teologia e della religione, ma si trova costretto a mutarne il titolo in «Cena nella casa di Levi», ispirandosi alla scena del Vangelo che descrive l’incontro tra Cristo e un ricco esattore di imposte.
Attualmente il dipinto è esposto alla Galleria dell’Accademia a Venezia.
(In fondo potrai vedere scorrere diverse opere di Paolo Veronese accompagnate dal duetto “Narcissus: Dio D’amor” di Domenico Scarlatti)
veronese-cena-in-casa-di-leviDieci anni prima, il Concilio di Trento, nella sua ultima sessione, aveva ribadito l’importanza delle immagini sacre contro le accuse di idolatria che provenivano dai protestanti: pitture e sculture erano la Bibbia dei poveri, dovevano istruire il popolo nei precetti della Fede ed offrirgli modelli di santità cui conformarsi. Di conseguenza, per non indurre in errore i fedeli, l’arte doveva raffigurare le scene sacre esattamente com’erano descritte nel Vangelo, con la massima semplicità e chiarezza, ovviamente evitando nudità e altre forme di lascivia. All’Inquisizione spettava il compito di controllare l’ortodossia delle raffigurazioni.
Il dipinto del Veronese non rispettava queste norme e il Sant’Uffizio, impegnato in una lotta senza quartiere contro l’eresia, non poteva tollerarlo.
L’episodio è indice del clima di controllo e di repressione esercitato dalla Chiesa sulla cultura e sulla pittura in particolare. Nel medesimo clima va inquadrata anche la vicenda di Daniele da Volterra, cui nel 1564 venne affidato l’incarico di coprire con panneggi alcuni nudi del «Giudizio Universale» di Michelangelo, trovati eccessivamente sconvenienti alla dignità della Cappella Sistina: di qui il nomignolo, ironicamente affibbiato al pittore, di «brachettone».

Il verbale del processo a Paolo Veronese ci è pervenuto integralmente. Con le sue risposte talvolta sfrontate talvolta disarmanti (per fortuna l’Inquisizione era poco potente a Venezia, altrimenti non l’avrebbe passata liscia) il Veronese difese con coraggio la libertà dell’arte davanti a coloro che volevano imprigionarla nelle maglie del dogmatismo religioso, divenendo quasi un simbolo di tutti gli artisti che ancora oggi nel mondo lottano per i diritti della creatività.

D. Sapete la causa perché siete stato costituito?
R. Signori no.
D. Potete immaginarla?
R. Immaginarla posso ben [...] Il Priore di San Zuane Polo [...]mi disse che era stato qui, e che Vostre Signorie Illustrissime gli avevano dato commission ch’el dovesse far far la Maddalena in luogo del can. E mi ghe resposi che volentieri averia fatto quello ed altro, per onor mio e del quadro, ma che non sentivo che tal figura della Maddalena potesse giacer che la stesse bene [...]
D. In questa cena che avete fatto in San Giovanni Paulo, che significa la pittura di colui che gli esce il sangue dal naso?
R. L’ho fatto per un servo, che per qualche accidente li possa esser venuto il sangue dal naso.
D. Che significa quelli armati alla todesca vestiti, con una lambarda per uno in mano?
R.[...] Nui pittori si pigliamo licenza, che si pigliano i poeti e i matti; e ho fatto quelli dui alabardieri, uno che beve e l’altro che mangia appresso una scala morta, i quali sono messi là, che possino far qualche officio, parendomi conveniente che ‘l padron de casa, che era grande e ricco, secondo che mi è stato detto, dovesse avere tal servitori.
D. Quel vestito da buffone con il pappagallo in pugno, a che effetto l’avete dipinto in quel telaro?
R. Per ornamento, come si fa.
[...]
D. Chi credete voi veramente che si trovasse in quella cena?
R. Credo che si trovassero Cristo con i suoi apostoli. Ma se nel quadro ci avanza spazio, io l’adorno di figure, sì come vien commesso, e secondo le invenzioni. [...] La commission fu di ornare il quadro secondo mi paresse [...] Io faccio le pitture con quella considerazion che è conveniente, che il mio intelletto può capire.
D. Se li par conveniente che alla cena ultima del Signore si convenga dipingere buffoni, imbriaghi, todeschi, nani e simili scurrilità.
R. Signori no.
D. Perché dunque l’avete fatto?
R. L’ho fatto perché presuppongo che questi sieno fuori del luogo dove si fa la cena.
D. Non sapete voi che in Alemagna e in altri luoghi infetti di eresia sogliono con le pitture diverse e piene di scurrilità e simili invenzioni dileggiare, vituperare e fare scherno delle cose della Santa Chiesa Cattolica per insegnar mala dottrina alle genti idiote e ignoranti?
R. Signorsì, che l’è male. Ma perciò tornerò ancora a quel che ho detto, che ho l’obbligo di seguir quel che hanno fatto i miei maggiori.
D. Che hanno fatto i vostri maggiori? Hanno fatto forse cose simili?
R. Michel Agnolo in Roma drento la Cappella Pontifical. Vi è depento il nostro signor Gesù Cristo, la sua madre e san Zuane, san Piero, e la corte celeste, le quali tutte sono fatte nude, dalla Vergine Maria in poi, con atti diversi, con poca reverenza.
D. Non sapete voi che dipingendo il Giudizio Universale, nel qual non si presume vestiti, o simili cose, non occorrea dipigner veste, e in quelle figure non vi è cosa se non di spirito, e non vi sono buffoni, né cani, né arme, né simili buffonerie? E se li pare per questo o per qualsiasi altro esempio di aver fatto bene ad aver dipinto questo quadro in quel modo che sta, e se vuol difendere che il quadro stia bene e condecentemente?
R. Signor Illustrissimo, no che non lo voglio defender; ma pensava di far bene. E non ho considerato tante cose. Pensando di non far disordine niuno, tanto più che quelle figure di buffoni sono di fuora del luogo dove è il nostro Signore.

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