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4mar/18Off

Umanesimo. Disincanto e furore

Articolo di Michele Ciliberto (Sole 4.3.18) “Due libri testimoniano il riacceso interesse per una lunga epoca della civiltà italiana, storicamente segnata da una crisi profonda“

“”Si è riacceso l’interesse negli ultimi anni intorno all’umanesimo. Non c’è da meravigliarsi: si torna a parlarne quando si riapre il problema del destino dell’uomo. Negli anni Trenta del Novecento i grandi pensatori dell’umanesimo tornarono di moda, e furono chiamati a dire una parola capace di illuminare un mondo che, dopo aver attraversato le tenebre dei regimi totalitari e delle leggi razziali, stava per sprofondare nell’abisso della seconda guerra mondiale. Fu allora che l’Oratio di Pico, fu presentata, come il Manifesto dell’umanesimo, e la rappresentazione più alta di un’immagine dell’uomo capace di proiettarsi, oltre l’animalità, verso un destino più alto, divino. Ma come accadde allora, anche oggi, alle dichiarazioni di carattere ideale, si accompagnano ricerche di carattere storico assai innovative. Per alcuni secoli è prevalsa una visione dell’umanesimo come «aurora» del sole illuministico, e poi come «genesi» della civiltà moderna; e in questo quadro si è insistito sui caratteri di armonia, di equilibrio, di serenità che avrebbero contraddistinto quella età.
Oggi, le cose stanno cambiando in modo profondo, e dai testi – letti senza pregiudizi – appaiono i tratti di una lunga epoca della civiltà italiana, distinta, sul piano storico, da una crisi profonda che avrebbe cambiato la funzione, e il significato, dell’Italia nel mondo; e segnata sul piano ideale da una costante tensione tra «disincanto» e «furore», tra uno sguardo crudele sulla realtà ed una inesauribile capacità di visione di mondi nuovi, di nuove immagini dell’uomo, della natura e della storia.
Ci sono varie opere che spiccano in questa nuova, e ricca stagione di studi. Mi limito a citarne due: la raccolta di testi degli Umanisti italiani curata da Raphael Ebgi e introdotta da un bel saggio di Massimo Cacciari, in cui è proposta un’immagine dell’Umanesimo che ne sottolinea gli aspetti tragici, puntando su autori come Alberti e Valla. E, in questi giorni, una nuova traduzione dell’opera più importante di Giannozzo Manetti – uno dei principali esponenti dell’umanesimo della prima metà del Quattrocento: scolaro del Traversari; profondo conoscitore del greco, del latino ed anche dell’ebraico; vicino ad Aristotele, di cui apprezza l’Etica, fino al punto da metterla accanto agli altri due libri più amati: le Epistole di Paolo, il De civitate Dei di Agostino.
L’opera più importante del Manetti, eloquente fin dal titolo, è il De dignitate et excellentia hominis, che – lo racconta Vespasiano da Bisticci nella Vita che gli dedica – «nacque … da una domanda che gli fece un dì il re Alfonso. Dopo più disputationi che avevano avute della dignità dell’uomo, domandollo quale fosse il suo proprio uficio dell’uomo, rispose: Agere et intelligere».
Con questo testo Manetti ha dato un contributo decisivo alla costituzione della «ideologia umanistica», fondata sul primato dell’uomo e la glorificazione della sua dignitas, testimoniata dalla natura della sua anima immortale: anima che non proviene «come i corpi dai genitori in trasmissione [ex traduce] per usare un termine teologico, come ritenevano erroneamente alcuni eretici e un certo Apollonio, ma – ribadisce Manetti – pensiamo che essa sia stata creata dal nulla, di modo che non si possa in alcuna maniera avere dubbi o incertezze su di Lui», su Dio. Perché, come ricorda ancora Vespasiano da Bisticci, Manetti «usava dire che la fede nostra non si debbe chiamare fede, ma certezza…». È comprensibile che in un’opera di questo genere siano presenti, attraverso Lattanzio, anche motivi ermetici: «E anche Ermete, per la sua eminenza soprannominato Trismegisto, che in greco significa Mercurio il tre volte grandissimo, «non ignorò che l’uomo fosse stato fatto da Dio a sua somiglianza», giacché non temé di chiamare la forma umana teoide [teoeides], cioè simile a Dio».
Tutta l’opera di Manetti vuole essere una celebrazione dell’uomo, della sua intelligenza, della sua forza testimoniata da ciò che ha fatto e da quello di cui restano le tracce: «Quelle maestose e celeberrime piramidi egizie e anche quell’altissima torre dalla forma piramidale che si vede a Roma» o «la grande, anzi grandissima cupola del Duomo di Firenze» edificata «senza alcun aiuto di travi di legno o di ferro», da Filippo detto il Brunelleschi, «senza dubbio il primo degli architetti della nostra epoca». Tutto ciò è opera dell’uomo: «…Sono nostre le pitture, nostre le sculture, nostre sono le arti, le dottrine, le scienze… sono nostre tutte le invenzioni…». Destino degli uomini, «che dominano su tutti e abitano sulla terra», è perciò governare e reggere il mondo, perché intendere e agire è il loro compito: intelligere et agere.
Il De dignitate et excellentia hominis è un’opera che si muove in una prospettiva assai differente da quella delineata nel volume sugli Umanisti italiani sopra citato, e assai distante dall’orizzonte in cui essi si situano. Una volta Eugenio Garin ebbe a dire, con una espressione assai efficace, che Alberti aveva scritto la parodia dell’Oratio di Pico prima che fosse scritta; lo stesso – fatte le debite differenze, anche temporali – si potrebbe dire per il testo di Manetti, che sviluppa temi e motivi che, a un livello certo più alto, confluiscono poi nel testo di Pico.
Oltre che per il suo valore intrinseco, il De excellentia et dignitate hominis è però importante anche per la notevole funzione svolta negli studi sull’Umanesimo nel Novecento e, in modo particolare, in quella interpretazione dell’umanesimo che va sotto il nome di «umanesimo civile», che ha valorizzato la dimensione civile, mondana, della cultura e della esperienza umana , privilegiando la «vita attiva» rispetto a quella «contemplativa». Una interpretazione che ha dominato a lungo gli studi umanistici, ad opera anzitutto di Hans Baron e di Eugenio Garin.
Disporre di una nuova traduzione dell’opera di Manetti, su un testo affidabile, è dunque utile in due sensi: per rileggere un’opera degna di attenzione e per fare i conti con una delle principali interpretazioni dell’Umanesimo nel XX secolo, lungamente influente anche nel nostro paese. Certo, oggi, questa interpretazione è lontana da noi, ma il testo di Manetti, insieme a quelli raccolti da Ebgi e Cacciari, contribuisce a mostrare, in presa diretta, come la cultura umanistica sia stata attraversata da linee e tendenze diverse, anche opposte, da recuperare oggi proprio nella loro diversità.
È dunque merito di Giuseppe Marcellino – uno dei migliori studiosi della nuova generazione – e di Stefano Baldassarri, aver rimesso in circolazione un testo importante.“”

I due libri: Giannozzo Manetti “Dignità ed eccellenza dell’uomo”, a cura di Giuseppe Marcellino, Bompiani, pagg. 368, € 18 / “Umanisti italiani. Pensiero e destino”
a cura di Raphael Ebgi, contributi di Massimo Cacciari, Einaudi pagg. CVI-558 € 85.

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