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17apr/180

Il caso Proactiva Open Arms

Articolo di Roberto Saviano (Repubblica 17.4.18) “Migranti, vince la nave della vita”

“”Dal 5 marzo 2018 — e a dire il vero anche da prima — molti si chiedono perché la “sinistra” sia morta e perché nessuno abbia il coraggio dell’autocritica sugli esiti del voto: ma cosa c’è da spiegare, quando per tornaconto elettorale non si è esitato a stringere accordi con i trafficanti. Altro che autocritica, qui siamo nel campo della damnatio memoriae. La storia che vi racconto ha a che fare con quella che è stata fino ad oggi la politica sull’immigrazione della sinistra, il cui testimone rischia di essere raccolto dalla destra xenofoba, che ha dinanzi a sé il terreno spianato da una costante violazione dei diritti umani. La notizia è questa: l’imbarcazione della Ong Proactiva Open Arms, sequestrata e in stato di fermo da quasi un mese, è finalmente stata dissequestrata. Il 17 marzo scorso, l’Open Arms salva dal mare (e soprattutto dai lager libici) 218 migranti, nonostante la guardia costiera libica, pur trovandosi in acque internazionali e compiendo di fatto un atto di pirateria, minacciasse di aprire il fuoco se non le fossero stati consegnati i migranti. L’imbarcazione della Ong aveva a bordo bambini che necessitavano di cure immediate e, nonostante questa urgenza, per 48 ore è stata costretta a vagare in attesa di un porto che la accogliesse. Alla fine è Pozzallo, in Sicilia, a dare luce verde: un gesto di onore e dignità del nostro Paese, un gesto di cui essere orgogliosi. Ma la nave viene posta sotto sequestro dalla Procura di Catania con l’ipotesi di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Cosa avrebbero dovuto fare quindi dei migranti soccorsi in acque internazionali? Farli affogare? Darli alla Guardia costiera libica perché finissero nei centri di detenzione libici, accusati dall’Onu di essere luoghi di tortura, stupro, violenza, vessazione e abbandono? Nonostante in campagna elettorale sia risultato vincente attaccare i migranti, sono sicuro che siamo in molti a non avere intenzione di assecondare le bugie sistematiche sull’immigrazione: non possiamo permettere che la solidarietà diventi un reato.
Accade quindi che il Procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, noto alle cronache per i suoi «meri sospetti» sulle Ong, esternati ormai un anno fa e non corroborati da prova alcuna, accusi di associazione per delinquere il comandante della Open Arms Marc Reig Creus, la responsabile della missione Ana Isabel Montes Mier e il coordinatore dell’organizzazione Gerard Canals. Che siano in tre non è casuale: è il numero minimo per poter ipotizzare il reato di associazione a delinquere e per poter quindi spostare la competenza del processo da Ragusa a Catania.
La Procura di Catania sequestra la nave, impedendole di fare manutenzione e di effettuare altri salvataggi in mare. Questo può significare la condanna a morte in mare o alle torture nei lager libici di un numero non quantificabile di persone. Quasi subito, il 27 marzo, dopo nove giorni dall’arrivo della Open Arms a Pozzallo e dal suo sequestro, il reato di associazione per delinquere cade, la Procura di Catania e Zuccaro perdono la competenza territoriale che torna a Ragusa. Vengono annullati anche gli interrogatori dei membri della nave svoltisi a Pozzallo dopo l’arrivo. Vengono annullati perché i tre sotto accusa erano già indagati e quindi non potevano essere interrogati se non alla presenza dei loro difensori. Resta in piedi il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma forse vale la pena ricordare che, nel nostro Paese, la legge che regolamenta l’immigrazione, legge 189 del 30 luglio 2002, porta il nome di Umberto Bossi e Gianfranco Fini, che sono stati esponenti di spicco di partiti di destra quando non palesemente xenofobi, quindi non è difficile, salvando vite in Italia, incorrere in questo reato.
E così arriviamo al dissequestro della imbarcazione della Proactiva Open Arms che, dal 17 marzo a oggi, come denuncia Sergio Scandura di Radio Radicale, è «ormeggiata nella parte peggiore e più esposta del porto. Il sequestro sembra impedirne il cambio in un molo sottovento.
Pardon, qualcuno spera forse che vada a pezzi?». Forse sì, ma non lo sappiamo, è certo invece che il dissequestro dell’imbarcazione “salvavite” sancisce il fallimento della strategia di Zuccaro che, dal primo immotivato attacco alle Ong, è stata quella di criminalizzare la solidarietà per renderla reato paventando un anno fa a Matrix (cito testualmente): «un pericolo per la compattezza di uno Stato come l’Italia che non può sopportare in maniera incontrollata questi flussi». E sono queste valutazioni che competono alla magistratura?
Ora la decisione del Gip di Ragusa rimette le cose a posto sul piano del Diritto, prima ancora che del buon senso. Questo è il passaggio sulle motivazioni del dissequestro: «Non si ha prova che si sia pervenuti in Libia ad un assetto accettabile di protezione dei migranti soccorsi in mare. Manca la prova anche della sussistenza di porti sicuri in territorio libico in grado di accogliere i migranti soccorsi nelle acque Sar di competenza nel rispetto dei loro diritti fondamentali. In difetto di tale prova, la scriminante dello stato di necessità rimane in piedi». Queste righe costituiscono la parte del provvedimento focalizzata sul rispetto dei diritti umani fondamentali in Libia, talmente assente da determinare lo «stato di necessità» per i soccorsi in mare effettuati anche “contro” la Guardia Costiera libica. Tutto questo ha esiti devastanti per il governo italiano uscente e per il ministro degli Interni Marco Minniti, che hanno più volte difeso la scelta di favorire nei fatti la detenzione dei migranti nei campi di concentramento libici piuttosto che il loro salvataggio in mare da parte delle Ong.
Resta il dubbio atroce sulla condotta di una Procura che, per trattenere una competenza a indagare che non aveva, ha ipotizzato in maniera spericolata un reato inesistente, ha interrogato persone indagate senza l’assistenza di un difensore e che con il proprio agire ha coinvolto la credibilità dell’intera magistratura inquirente italiana in una débâcle morale (prima che sul piano del diritto), che forse è il caso che venga approfondita nelle sedi opportune. Altrimenti tutti, ma proprio tutti, dovranno sentirsi complici dell’accaduto.
«Finché tu soffri per te, per la tua fame, per la miseria tua, della tua donna e dei tuoi figli. Finché ti avvilisci e ti rassegni allora tutto va bene. Sei un buon padre di famiglia, un buon cittadino. Ma appena tu soffri per la fame degli altri, per la miseria dei figli degli altri, per l’umiliazione degli altri uomini allora sei un uomo pericoloso, un nemico della società» questa frase, realistica e struggente, è di Curzio Malaparte. Vi esorto dunque a essere «uomini e donne pericolosi»: è l’unico modo, questo, perché le vite di ciascuno di noi abbiano davvero un senso.”"

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