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17apr/18Off

Ma quel giorno non fu un “giudizio di Dio”

Articolo di Giovanni De Luna (Stampa 17.4.18)

“”Per gli italiani di allora, la giornata del 18 aprile 1948 fu una sorta di «giudizio di Dio». Le elezioni politiche furono vissute come una ordalìa tra il bene e il male, tra due mondi contrapposti, divisi su tutto: agli inizi della Guerra fredda, Usa contro Urss voleva dire anche capitalismo contro comunismo, democrazia contro dittatura, cristianità contro ateismo. A destra e a sinistra, soprattutto nella Dc e nel Pci, c’era un’attesa quasi messianica, un’ansia di misurarsi, resa più vibrante dalla riscoperta di una contesa elettorale finalmente libera da parte di un’opinione pubblica impaziente di scrollarsi di dosso venti anni di conformismo, di partiti unici, di plebisciti, di totalitarismo fascista. Non c’è dubbio che oggi, a 70 anni di distanza, molte di quelle sensazioni appaiono ampiamente giustificate. La possibilità di finire – attraverso il voto – in uno o nell’altro dei due blocchi in cui si divideva il mondo bipolare uscito dalla Seconda guerra mondiale era terribilmente concreta. Votare per la Dc o votare per il Fronte – in cui si erano uniti comunisti e socialisti – era una scelta di campo che non ammetteva mediazioni.
Pure, oggi, in chiave storiografica, la dimensione emotiva che emerge nelle testimonianze dei protagonisti tende a lasciare il posto a considerazioni che possono giovarsi del «senno di poi» tipico degli studi storici. In questo senso, l’Italia del 1948 suggerisce l’immagine di uno di quei grattacieli che vengono demoliti con la dinamite: un attimo prima svettano intatti, un attimo dopo crollano rovinosamente. Per intenderci, dieci anni dopo, nel 1958, dell’Italia del 1948 non era rimasto quasi più niente.
La grande trasformazione legata al boom economico e allo sviluppo industriale ridisegnò la struttura economica del Paese, riplasmandone mode, abitudini, comportamenti politici, scelte individuali. Dal declino della piccola proprietà contadina risultarono stravolti anche tutti quei riferimenti ideologici «precapitalistici» che ne avevano sostenuto, insieme a un senso di chiusura esclusivistica, un forte sentimento di compattezza e di identità collettiva; i rapporti interpersonali, l’organizzazione familiare, i ruoli sessuali si decomposero contemporaneamente all’inserimento di migliaia di individui in situazioni lavorative e esistenziali completamente diverse da quelle originarie. Il passaggio brusco e repentino da Paese contadino a potenza industriale (la quinta nel mondo!) svuotò dall’interno molti dei riferimenti politici, sociali, culturali dell’Italia del 1948. Consegnando agli storici un’altra riflessione che non coincide con la sensazione dei testimoni di allora.
Oggi è infatti sempre più chiaro come, riferito al confronto tra il Pci e la Dc, quanto allora appariva ferocemente contrapposto nel «cielo» della politica, presentasse ampie «zone grigie» su terreni più legati alla quotidianità dei comportamenti collettivi. A fronteggiarsi erano, cioè, essenzialmente due centrali di propaganda. Ma quanto ci si allontanava dalla politica e ci si avvicinava alle scelte più private, le tinte dello scontro ideologico tendevano a stemperarsi e a sbiadire. Sulla famiglia, sul ruolo della donna, si registravano convergenze che ritornavano puntualmente su altri valori «di base», dai comportamenti sessuali alla concezione del matrimonio, a tutti quelli che segnavano in particolare il rapporto individuo-società.
Identica era, inoltre, una concezione edificante del lavoro che accomunava l’operaio «di mestiere» che si riconosceva nel Pci e il coltivatore diretto che votava per la Dc. In questa ottica, oggi si sottolinea nella forte, comune connotazione ideologica dell’impianto dei due partiti una sorta di funzione pedagogica e protettiva. Almeno fino alla fine degli Anni 50, i partiti avrebbero aderito ai contenuti e ai valori più tipici di una società ancora essenzialmente contadina, rispettandone ruoli e gerarchie consolidate e proteggendoli da ogni brusco mutamento; poi, entrambi avrebbero dovuto cambiare pelle per adeguarsi a un’Italia che di colpo alla frugalità aveva sostituito il superfluo e che, alla contrapposizione tra comunismo e anticomunismo, preferiva ormai la possibilità di sentirsi tutti figli dello stesso benessere.”"

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