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I robot nascono maschilisti?

Articolo di Luigi Ippolito (Corriere 23.5.18)

“”Londra Ma i robot sono maschilisti? Fra i tanti pericoli paventati per l’arrivo dell’età delle macchine, ora c’è anche questo. E cioè che l’Intelligenza Artificiale alla fine non sia così intelligente: e che finisca per replicare errori e pregiudizi dei suoi creatori, che guarda caso sono quasi sempre uomini. Come difendersi allora dal «macho-robot»? Una strategia ha provato a delinearla il network lanciato ieri alla London School of Economics e denominato «Women Leading in Artificial Intelligence»: una conferenza che ha visto radunate scienziate, pensatrici e politiche da tutta la Gran Bretagna. Che hanno provato a rispondere all’interrogativo: «l’Intelligenza Artificiale sta diventando l’ultima espressione della mascolinità»? Si parla sempre dei problemi causati dalla sostituzione dei lavoratori umani da parte delle macchine intelligenti. E degli interrogativi etici suscitati da robot in grado di apprendere e così replicare i processi della conoscenza umana. Fino agli scenari apocalittici di un mondo dominato dalle macchine che rendono gli uomini schiavi: roba vista finora al cinema in «Terminator» e film simili.
Ma finora si era prestata poca attenzione ai pregiudizi «installati» nei codici di programmazione delle macchine: «Gli algoritmi che codificano le scelte sulle decisioni da prendere non sono altro che opinioni personali espresse in un codice – spiega Ivana Bartoletti, italiana ma londinese d’adozione che si occupa di privacy e protezione dei dati e guida il network femminile della Fabian Society, che ha promosso la conferenza —. Questo è il motivo per cui i codici di programmazione sono prevenuti: gli esseri umani lo sono. Non è possibile per gli algoritmi restare immuni da valori e pregiudizi dei loro creatori».
Gli esempi sono tanti. Ormai si usa l’Intelligenza Artificiale nell’ambito delle risorse umane, per prendere decisioni automatiche nel campo della selezione del personale: e che succede se il «capo» che assume e licenzia è un robot imbevuto di idee maschili? Oppure abbiamo la pubblicità digitale, che spedisce in automatico alle donne le réclame dei prodotti per la casa, replicando gli stereotipi della società.
È per questo che «la prossima battaglia per noi donne consiste nel fare in modo che l’Intelligenza Artificiale non diventi l’espressione definitiva della mascolinità», sostiene Ivana Bartoletti.
La strategia delineata dal network tenuto a battesimo ieri alla LSE si articola in tre mosse. In primo luogo una legislazione che obblighi le organizzazioni a rendere pubblica la logica che c’è dietro gli algoritmi. Poi un codice etico per l’Intelligenza Artificiale e chi ne elabora i codici. Ma infine, soprattutto, la battaglia per inserire sempre più donne nel ruolo di programmatrici: negli Stati Uniti, fa notare la professoressa Joanna Bryson, che insegna Computing all’università di Bath, solo il 4 per cento dei programmatori sono femmine. E il numero delle ragazze che segue questi studi, dopo un picco negli anni Ottanta, è andato sempre calando.
«Bisogna combattere gli stereotipi a scuola e nei media, occorrono figure di riferimento femminili nella scienza», sottolinea la Bartoletti. Perché è singolare che in India le programmatrici siano soprattutto donne mentre nei Paesi sviluppati le ragazze si indirizzino ai lavori creativi, disdegnando le carriere scientifiche.
Ma la folta platea di ieri a Londra faceva ben sperare: è sorta l’alba del robot-donna?””

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