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20lug/18Off

Saviano querelato da Salvini

Intervista e articolo sulla querela di Salvini nei confronti di Saviano (Repubblica 20.7.18) LEGGI DI SEGUITO

“Perseguiteranno chi dissente. Reagiamo insieme” Intervista a Roberto Saviano di Goffredo De Marchis

“”Salvini dice che la querela da ministro perché le sue affermazioni sui legami tra la Lega e ’ndrangheta danneggiano l’istituzione. È un motivo accettabile?
«Dei rapporti Lega-‘ndrangheta non parlo io ma la magistratura che ha dimostrato la presenza di ‘ndranghetisti ai comizi di Salvini; che Vincenzo Giuffrè, l’uomo come ha raccontato l’Espresso che ha determinato l’exploit di Salvini a Rosarno, è stato in società con nomi dei clan Pesce e Bellocco. Ma di cosa stiamo parlando? Il tentativo di Salvini è uno solo: affermare con forza “il governo sono io”».
Il livello dello scontro si è alzato dopo la battuttacia del ministro sulla sua scorta. Lei l’ha definito ministro della malavita. Siete andati troppo sul personale?
«Ho sempre criticato e criticherò sempre le idee politiche di Salvini. Chi ha interesse a metterla sul piano personale è lui. Sennò che senso avrebbe mettere baci, faccine, carezze, riferimenti all’essere padre come se stesse in una chat di whatsapp. Fa gesti autoritari poi cerca di condirli con il sorriso. Un modo di fare mellifluo che diventa ancora più violento e tenta di linciare sulla pubblica piazza dei social chi non la pensa come lui».
L’uso della carta intestata del ministero è una mossa autoritaria?
«Serve a dire che il governo del cambiamento non tollera il dissenso e il dissenso sarà oggetto di persecuzione».
I toni si sono alzati un po’ troppo da tutte e due le parti?
«Il linguaggio di Salvini è di per sé una discesa agli inferi. Quando dice parlo da padre, ad esempio, lo fa con spietatezza e crudeltà cercando di lavare la coscienza a tutti i suoi elettori e anche agli elettori 5S».
Continuerà a definirlo ministro dela malavita?
«Assolutamente sì».
Crede ci sia bisogno di una reazione collettiva contro il governo, contro la Lega?
«Una reazione collettiva non serve per difendere me. Saviano è la persona da colpire per educare tutti gli altri. Questo è un messaggio a tutti gli intellettuali che non stanno tra l’altro prendendo posizione con poche eccezioni. Se artisti, scrittori, intellettuali tacciono è perché hanno paura dei picchetti social, delle allusioni sui loro beni, sulle loro proprietà. Ma oggi è sotto attacco lo stato di diritto. Prima i migranti, poi i rom, poi verrà il turno della libertà di espressione.
Le libertà sono cose che interessano solo le élite: questo è il messaggio che si vuol far passare. Al popolo che gliene importa? È quello che sta accadendo in Turchia con Erdogan. Può capitare anche da noi».
Vede un’opposizione che reagisce o come dicono i sondaggi si avverte solo la sua assenza?
«Se è vero che il Pd ha invitato Luigi Di Maio, l’inventore della formula “taxi del mare”, penso che di sinistra riformista in questo paese possiamo parlare tranquillamente al passato. Bisogna ricostruire tempo e orgoglio, non battere in ritirata, boicottare le loro menzogne senza paura di essere accusati o di vedere la propria vita messa nelle mani degli haters. È un lavoro da fare lentamente senza scorciatoie. Il passato si è polverizzato ma non i valori per cui battersi. Ci vuole l’orgoglio non di vincere ma di convincere, recuperando tutte le forze che sono state messe ai margini dalla sinistra italiana. Chi non ne può più delle menzogne perenni deve smentirle dappertutto: a tavola, sui social, in ufficio, in autobus, in palestra. Si può ancora ricostruire qualcosa oltre il livore, contro il governo del risentimento che ha solo bisogno di bersagli».
Come si spiega la sottomissione dei 5stelle alle politiche della Lega? C’è un tratto razzista anche in loro?
«I 5 stelle si sono piazzati al potere, lo hanno fatto le loro classi dirigenti, e non hanno alcuna intenzione di mollarlo. Anni per mostrarsi diversi dagli altri, giorni per diventare identici. Alleati di un’organizzazione politica che ha rubato, come dimostra l’inchiesta sui 49 milioni. Eppoi quando ascolto Toninelli tutta questa differenza con la Lega non la colgo».””

“L’agenzia del rancore“ di Massimo Giannini Il Viminale è il cuore del Paese e il custode della sicurezza di ogni cittadino Salvini l’ha fatto diventare il suo braccio armato. L’avamposto della sua guerra ideologica. Adesso, con la querela a Saviano, anche contro un intellettuale”

””Mancava solo questo al campionario degli orrori del leader sovranista, che ha trasformato il Viminale in un’Agenzia del Rancore. La querela su carta intestata del ministro dell’Interno. Un atto ostile non contro un cittadino qualsiasi, che sarebbe comunque un’anomalia gravissima. Ma contro Roberto Saviano, cioè uno scrittore che, qualunque giudizio si dia di lui e dei suoi libri, è il simbolo della lotta alle mafie e alla criminalità organizzata. Matteo Salvini è riuscito a forzare e a storpiare le regole fino a questo punto. Confermando una volta di più quello che è ormai chiaro dal primo giugno, cioè dal giorno del giuramento di questo sedicente “governo del cambiamento”.
È lui, il ministro della Paura, l’uomo del quale bisogna avere paura. Ed è lui che, entrato al dicastero con la faccia feroce del capo- bastone, ne ha irrimediabilmente mutato natura e funzione. Il Viminale è il cuore dello Stato. “Custode” della sicurezza del Paese. Istituzione nella quale ogni cittadino deve potersi riconoscere al di là di ogni colore politico e dalla quale deve sentirsi comunque garantito, tutelato, protetto. Salvini l’ha fatto diventare il suo braccio armato. L’avamposto delle sua guerra ideologica. Contro i migranti e contro le Ong, contro Merkel e contro Macron, contro i tecnocrati e contro i banchieri. E adesso, con la querela a Saviano, anche contro un intellettuale che ha l’unico torto di gridare la sua verità a questa Italia intorpidita e ammaliata dal pifferaio magico in cravatta verde.
Un ministro dell’Interno avrebbe un solo, irrinunciabile dovere: difendere con ogni mezzo il cittadino che ha scoperchiato Gomorra ed è diventato per questo una “vittima” potenziale dei clan. E invece Salvini fa l’opposto. Non solo non difende quel cittadino che vive da 12 anni blindato. Non solo lo minaccia di togliergli la scorta e lo espone a colpi di tweet all’esecrazione pubblica su quella “ tavola calda per antropofagi” che è ormai diventata la Rete. Ma diventa il suo carnefice, chiamandolo, in nome dell’intero governo della Repubblica, a rispondere davanti a un tribunale dei suoi giudizi politici. Così il ministro dell’Interno, depositario dello Stato di diritto, diventa il tenutario dello Stato di eccezione. Un passo inquietante verso la Russia di Putin o la Turchia di Erdogan.
È vero, Saviano ha formulato giudizi durissimi nei confronti di Salvini. L’ha chiamato “ministro della malavita”. E non si può pretendere che il capataz leghista, cresciuto e allevato nelle scuole padane, apprezzi Gaetano Salvemini e il significato con il quale il grande storico italiano usò quella definizione nei confronti di Giolitti. Ma il merito della controversia, a questo punto, non c’entra. Quello che c’entra è invece la qualità della nostra democrazia, sempre più esposta e fragile di fronte al dilagare della cultura dell’intolleranza, all’insofferenza verso il dissenso. Ovunque si annidi. Non solo in un libro, in un articolo di giornale, in un post su Facebook. Ma persino nei documenti ufficiali degli apparati e degli organismi pubblici e para-pubblici. Nelle stesse ore in cui Huffington Post rendeva nota la querela contro Saviano su carta intestata del Viminale, davanti alla Commissione parlamentare Tito Boeri denunciava un corto circuito politico- istituzionale altrettanto grave. Anche il presidente dell’Inps ( per le sue critiche sulla xenofobia che danneggia la demografia, sull’abolizione della legge Fornero e infine sugli effetti del decreto dignità) è finito da tempo nel mirino di Salvini. E per questo ha ricevuto lettere di insulti e messaggi di morte. « Non posso accettare minacce da parte di chi dovrebbe presiedere alla mia sicurezza personale», ha risposto. Vale per Boeri, vale per Saviano, vale per tutti gli italiani.
Un governo che chiama uno scrittore sul banco degli imputati. Quello che sgomenta davvero, di fronte alle tante e sempre più intollerabili nefandezze pronunciate e compiute da Salvini, è il silenzio del premier Conte e del vicepremier Di Maio. Un silenzio assordante. Un silenzio complice. Un’acquiescenza da anni Trenta. Un’ignavia da “spirito di Monaco”. L’anticamera di una “democratura” non più occidentale.””

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