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10ago/18Off

Renzo Piano “Tornate indietro pronti a organizzare un Periferia Pride”

Intervista di Francesco Merlo a Renzo Piano (Repubblica 10.8.18)

«Voglio cominciare dalla fine e appellarmi al governo, ai deputati della maggioranza, al Parlamento. Ovviamente so che gli appelli sono pericolosi». Coinvolgono i sentimenti e dunque rischiano la retorica. «Ma qui non c’è il minimo sospetto di retorica e neppure di demagogia perché queste non sono le grandi opere di cui si sta discutendo in questi giorni, Tav, Tap… Questi sono piccoli progetti, tanti piccoli progetti, circa 120. Proprio il contrario della grandeur. Insomma hanno bocciato quel rammendo delle periferie che gli studenti italiani nel 2014 scelsero in maggioranza come tema della maturità. Il rammendo significa cantieri leggeri, interventi d’amore che riqualificano. Per esempio, una stazione di autobus in periferia è già aggregazione sociale. E i passaggi per i disabili a Milano, l’illuminazione, i marciapiedi …».
Non hanno bocciato solo 120 miniprogetti, ma un’idea di futuro?
«Hanno bocciato, spero senza capirlo, la vita associata, la città, e anche il pensiero, che oggi sta di fianco, è laterale e fuori norma, diverso e sorprendente, il pensiero che si spinge oltre il Centro delle abitudini consolidate e dei simboli stereotipati. Hanno bocciato l’intelligenza che oggi è periferia.
E posso ben dirlo io che sono nato nella periferia di Genova dove “le montagne — dicevano i rivali veneziani — sono senza alberi e il mare senza pesci”.
A Roma, al Tufello…
«… già, ricordi quando siamo andati insieme e abbiamo scoperto che il Tufello affascina gli artisti perché è un luogo dove ancora si costruiscono i sogni? Le città del mondo sono civili perché sviluppano le periferie. A Parigi ho progettato nella periferia Nord il tribunale e nella periferia Sud l’università. E così in America, e dovunque. Quella legge era la premessa a tutto questo. Era infatti una legge di rammendo, poi sarebbero venute le infrastrutture, e gli ospedali, le biblioteche, l’architettura della vita associata».
Dunque hanno bocciato la civiltà e l’architettura. C’è ancora spazio per un appello pragmatico? Davvero pensi che questo governo possa tornare indietro?
«Sì. Perché nella legge che hanno bocciato c’erano, e lo dico senza ruffianeria, anche i loro valori.
Penso, e spero, che non si siano bene accorti di quel che facevano, che non abbiano riflettuto abbastanza, che abbiano pasticciato proprio perché le loro intenzioni erano buone. Volevano finanziare i Comuni virtuosi e non hanno valutato la gravità del danno che provocavano. Capita, quando si spostano soldi, di fare alla fine più male che bene. Ecco: “tolgo i soldi alle periferie così aggiusto i tombini del centro” è quanto di peggio si possa fare. E non perché i tombini del centro non debbano essere aggiustati».
Stai dicendo che i grillini hanno bocciato una legge grillina. Si può anche dire in un altro modo: i grillini dicono una cosa e poi fanno l’opposto.
«Credo davvero che bocciare i finanziamenti dei progetti per le periferie sia stato — e direi meglio, sarebbe — un tradimento dei Cinque stelle e della Lega innanzitutto verso se stessi. Nelle periferie infatti vivono i giovani.
Nelle periferie non c’è l’élite che Cinque stelle e Lega combattono, ma il popolo che dicono di rappresentare, la marginalità che difendono, la sofferenza, l’energia e la speranza di futuro che li ispirano. E vale anche per la Lega che ha fatto della sicurezza il suo manifesto. Dove, se non in periferia? E non pensiate che Renzo Piano, di sinistra, stia lisciando il pelo alla destra.
Anche perché la sinistra ha votato contro la sua stessa legge».
Bocciata all’unanimità. E con Renzi in aula. Quelli del Pd dicono di non avere capito il linguaggio che è fatto di commi e di art. 147 che rimanda ad art. 128 e così via nel solito labirinto. Ma tutto il decreto milleproroghe è scritto così. E il Pd ha votato tutti gli articoli, sempre contro il governo, tranne in questo caso. Ecco: se improvvisamente decidi di votare a favore, vuol dire che almeno l’articolo che approvi lo conosci e sai cosa stai facendo. Forse è colpa del caldo? O forse oggi la formula è: la fantasia al potere e il surrealismo all’opposizione.
«In questo caso non vedo un nemico politico, non saprei con chi prendermela, capisco che è stato un pasticcio e valuto il pesantissimo danno. Che è anche economico, e non lo dico con il tono minaccioso. Ma lo dico da tecnico, da vecchio progettista. In tutto il mondo il processo è sempre lo stesso: prima c’è il progetto di massima, poi il definitivo, l’esecutivo, l’appalto e infine l’esecuzione. Se interrompi il processo perdi danaro, che in questo caso è danaro pubblico. Mi è difficile trovare un paese civile che spreca il danaro pubblico non portando a compimento le cose già iniziate. E poi c’è il danno culturale, simbolico, politico».
Un danno che senti personale?
«Lì per lì mi sono sentito perso.
Poi ho cercato di capire e ho recuperato concretezza e speranza. Non è certo una legge che ho scritto io. E conosco solo un piccola parte di tutti quei microprogetti. Ma so che quella legge è ispirata al mio lavoro di senatore a vita. Quando accettai la carica, e ci pensai molto, lo feci perché speravo di accendere piccoli lumi nelle coscienze.
Ebbene, quella legge era un lumicino. Per la prima volta infatti nel nostro paese invertiva la tendenza generale all’indifferenza verso le periferie.
Cinque anni fa se ne parlava poco. Ma io, che me ne occupo da tutta la vita, sapevo che la periferia è la terra di frontiera che accende l’immaginazione, eccita il desiderio, quella vita che sta ai margini della vita ma è più vita della vita. Le periferie sono le città che faremo, quelle che lasceremo, che parleranno di noi.
Ad Atene i governanti giuravano di restituire la città migliore di come la prendevano. In greco dicevano “più bella”. È il termine giusto».
Ricordo quando arrivasti in Senato e buttasti via l’arredamento di solenne legno scuro portando solo un tavolo rotondo di compensato. Si chiama Progetto G124, dal nome della stanza che ti è stata assegnata a Palazzo Giustiniani.
«Abbiamo lavorato benissimo con sei giovani architetti».
Ai quali hai destinato il tuo stipendio da senatore a vita.
Anche in questo c’è qualcosa di grillino?
«Forse sì, se la logica grillina è quella della cessione del denaro.
Voi giornalisti ci avete visto al lavoro. Attorno al quel tavolo abbiamo progettato tanti piccoli interventi, e quel tavolo rotondo ha ispirato quella legge che si chiama appunto “riqualificazione urbana e sicurezza delle periferie”».
E adesso? Se avessi ragione io e il governo alla Camera non tornasse indietro e confermasse il malfatto al Senato?
«Io comunque non mollo. Le periferie hanno subito di tutto ma nessuno è riuscito a togliere a quella gente la dignità e l’orgoglio di essere periferici. Lo abbiamo visto insieme a Roma quando tutti ci dicevano: «Ma qui non siamo in periferia». Esprimevano un amore per quei luoghi che negava l’idea stessa di periferia come deserto di affetti. Molti anni fa portai Ermanno Olmi al Parco Lambro a Milano e rimase sbalordito perché, nonostante l’alta densità criminale e il degrado, per tutti quelli che vi abitavano era “il posto più bello di Milano”. Davvero non riesco a credere che i Cinque stelle non capiscano. Dicono di essere “il cambiamento”. Ma è nelle periferie che si trova l’energia del cambiamento che è anche la forza del disagio».
Tu comunque non molli.
«Quest’anno porterò a 12 il numero dei ragazzi che lavoreranno al G124. Ci saranno più tutori e miglioreremo il metodo di selezione».
Perché 12? La battuta sugli apostoli è facile.
«Troppo facile per prenderla sul serio. Sicuramente è un bel numero per stare attorno a una tavola come dimostra anche il Vangelo. E anche la ripartizione del danaro viene meglio».
E da dove ri-comincerete?
«Dalle periferie, dall’amore delle periferie, fosse pure sotto forma di rabbia».
Se non ci restituiscono la legge, lo organizziamo davvero il “Periferia Pride”?
«Sarebbe ora».””

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