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11dic/18Off

Dichiarazione universale dei diritti umani

Alcuni articoli sulla ricorrenza della Dichiarazione universale dei diritti umani (Manifesto 11.12.18) LEGGI DI SEGUITO i vari articoli


“70 anni dopo. Amnesty contro il governo italiano: «Politiche razziste e repressive” Articolo di Marina Della Croce “Siamo umani. L’organizzazione denuncia la violazione dei diritti umani di rom e migranti mentre prosegue la vendita di armi a Paesi in guerra”

“”Da giorno del suo insediamento il governo Conte «si è subito distinto per una gestione repressiva del fenomeno migratorio. Le autorità hanno ostacolato e continuano a ostacolare lo sbarco in Italia di centinaia di persone salvate in mare infliggendo ulteriori sofferenze e minando il funzionamento complessivo del sistema di ricerca e salvataggio». Nel giorno in cui si celebrano i 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani, il giudizio che Amnesty international esprime su governo giallo verde non potrebbe essere più netto. L’organizzazione non esita infatti a bollare come «repressive» le politiche esse in atto contro i migranti sottolineando come i diritti dei richiedenti asilo siano messi in forse dal decreto sicurezza voluto da Matteo Salvini. Che risponde subito alle accuse che gli rivolge Amnesty: «Ho la coscienza a posto. Il decreto sicurezza erode i diritti dei delinquenti e non dei richiedenti asilo», replica il ministro degli Interni. E con lui si schiera anche l’altro vicepremier, Luigi Di Maio: «In Francia ho visto minorenni fatti inginocchiare dalla polizia. Se queste cose le avesse fatte il governo italiano sarebbe arrivata l’Onu con i caschi blu».
Battute, che non bastano però a sminuire la gravità della accuse lanciate da Amnesty. L’occasione è la presentazione del rapporto «la situazione dei diritti umani nel mondo. Il 2018 e le prospettive per il 2019» nel quale si traccia un quadro preoccupante del nostro Paese per il crescente clima di diffidenza e razzismo nei confronti degli stranieri, Un clima, sottolinea l’organizzazione, alimentato anche dal linguaggio utilizzato nella perenne campagna elettorale italiana da alcuni esponenti politici per veicolare sentimenti populisti e identitari. Un modo di parlare che «incita all’odio e alla discriminazione e che sta alimentando un clima di crescente intolleranza, razzismo e xenofobia nei confronti delle minoranze e di rifugiati e migranti». E la scelta dell’Italia come di altri Paesi di non aderire al Global compact sull’immigrazione siglato ieri a Marrakech lascia «costernati», scrive Amnesty.
Particolare attenzione viene inoltre riservata alla politica degli sgomberi messi in atto da nuovo governo e che colpiscono in particolare rom e migranti senza offrire in cambio nessuna sistemazione alternativa. Una politica che per l’organizzazione rischia nel 2019 di far aumentare il numero delle persone e delle famiglie senza un tetto mentre a Roma e in altre città migliaia di rom continuano a vivere segregati in campi senza adeguate sistemazioni abitative.
Ma nel mirino di Amnesty non ci sono solo le politiche sull’immigrazione, mentre in Italia si discrimina, prosegue la vendita di armi a paesi in guerra come Arabia saudita e Emirati arabi, attivi nel conflitto in Yemen. Queste esportazioni, denuncia Amnesty, violano la legge 185/90 e il trattato internazionale sul commercio delle armi ratificato dall’Italia nel 2014, mentre restano inascoltati gli appelli che l’organizzazione ha lanciato al nostro governo perché si adoperi per un cessate il fuoco in Yemen e per imporre un embargo sulle armi.
«L’assenza di Conte Marrakech indica che, al di là delle belle parole, la politica del governo è dettata da valori e azioni tipiche delle destre nazionaliste», è stato il commento del capogruppo dem Graziano Delrio, mentre per Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) quelle di Amnesty sono «parole pesanti sulla credibilità di un governo».

«QUEL SOGNO DI 70 ANNI FA ORMAI SI È INTERROTTO» “Il rapporto. Attivisti uccisi, donne e gay discriminati e Paesi in cui torna la pena di morte”

“”Il percorso avviato 70 anni fa con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo si è interrotto: «Troviamo sempre meno responsabilità da parte degli Stati, meno voglia di migliorare le condizioni umane», denuncia il direttore generale di Amnesty international Italia Gianni Rufini. Uno stop che si può leggere anche attraverso la suddivisione delle ricchezze: 67 persone posseggono il 50% della ricchezza globale e le 8 persone più ricche del mondo hanno la stessa ricchezza del 50% più povero, mentre l’1% della popolazione mondiale possiede la stessa ricchezza del 99%. «Questa non è l’idea di giustizia ed equità che la Dichiarazione portava con sé», ricorda Rufini.
Non va meglio se si parla di diritti umani. «La situazione nel mondo è bruttissima», prosegue Rufini ricordando come negli ultimi anni in alcuni Paesi sia stata ripristinata la pena di morte e intere categorie di cittadini, come migranti, minoranze etniche e donne vengono private dei loro diritti.
A guardare i quadro generale c’è da mettersi le mani nei capelli a cominciare proprio dalle persecuzioni subite dagli attivisti per i diritti umani. In Colombia, ad esempio, in media ogni tre giorni ne viene ucciso un attivista. In Egitto, nel 2018 le autorità hanno incarcerato almeno due attiviste per i diritti umani, sottoposto a divieti di viaggio almeno altre sette e disposto il congelamento dei beni nei confronti di altre due. Altre otto attiviste sono state arrestate in Arabia Saudita da maggio 2018 e si trovano ancora on carcere senza che nei loro confronti sia stata contestata un’accusa. E non va certo meglio in Iran, con 43 attiviste in prigione solo per aver difeso i diritti delle donne. Non va certo meglio per le persone Lgbt, discriminate in 71 Paesi che ancora considerano l’omosessualità un reato.
Il 2018 è stato anche l’anno con il più alto numero di giornalisti morti in Afghanistan dall’inizio del conflitto nel 2001, mentre in Yemen milioni di persone sono a rischio a causa della carestia e quasi 17.000 civili sono stati uccisi o feriti dallo scoppio della guerra. Il conflitto in Sud Sudan, con sette milioni di persone che necessitano disperatamente di aiuti umanitari e protezione, rimane invece una delle crisi più ignorate nel mondo.””

«In Italia è in pericolo l’articolo più importante, l’uguaglianza» Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Intervista a Rossella Miccio, presidentessa di Emergency dinChiara Cruciati: «Con ‘prima gli italiani’ viene meno l’impianto della Dichiarazione. Sono preoccupanti queste ondate di razzismo, di nuove forme di fascismo, di negazione del diritto a essere diversi». L’iniziativa delle associazioni: ieri in oltre 80 città italiane si è data voce ai 30 articoli del testo del 1948”
“”Il 10 dicembre 1948 gli allora 58 membri dell’Onu difficilmente avrebbero immaginato che la Dichiarazione universale dei diritti umani potesse essere tanto svuotata del suo significato. Perché 70 anni dopo «non uno degli Stati firmatati ha riconosciuto ai cittadini tutti i diritti che si era impegnato a promuovere».
Lo scrivono ActionAid, Amnesty Italia, Caritas, Emergency e Oxfam nel testo che ha lanciato l’iniziativa collettiva di ieri. Una fiaccolata che ha acceso oltre 80 città italiane, dalla capitale alle periferie, da nord a sud: sono stati letti gli articoli della Dichiarazione «necessari a costruire una società più giusta, basata sui principi dell’uguaglianza e della solidarietà».
Due concetti che sembrano un’utopia nell’era della messa in discussione – ovunque – del basilare principio dell’articolo 1, «Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti». Le candele, ieri, si sono accese ovunque sotto lo slogan «Diritti a testa alta»: a Roma al Colosseo illuminato dall’articolo 1, a Napoli, Firenze, Milano, Palermo, Trento, Cosenza, Siracusa, Genova, Perugia, Torino, Pescara e tante altre. Piazze fisiche e virtuali: nei social in migliaia rilanciavano l’iniziativa e ribadivano la loro presenza.
Abbiamo raggiunto al telefono Rossella Miccio, presidentessa di Emergency.
Perché «Diritti a testa alta»?
I diritti sono il pilastro fondamentale della nostra società e vanno ribaditi, difesi e praticati a testa alta, senza doversi nascondere o avere timore e vergogna. Chi lo fa oggi è criminalizzato. La difesa dei diritti e la pratica quotidiana dei diritti è un’attività fondamentale per essere cittadini consapevoli che contribuiscono alla crescita della società.
Scrivete che nessuno Stato firmatario ha riconosciuto pieni diritti ai cittadini. Anche l’Italia.
Sono tanti diritti non riconosciuti in Italia, ma lo sono anche i principi ispiratori della Dichiarazione che parte dal presupposto del riconoscimento di dignità e diritti di tutti gli esseri umani, ovvero l’uguaglianza che è il fondamento della pace. Quando si comincia a non riconoscere più quest’uguaglianza ma si compiono divisioni, come «prima gli italiani», viene meno di default tutto l’impianto della Dichiarazione. Come Emergency lavoriamo in Italia dal 2006 in ambito socio-sanitario e vediamo sempre più negato il diritto alle cure, previsto anche dalla costituzione. Nei nostri ambulatori fissi e mobili, la terza nazionalità per accesso è quella italiana. Non abbiamo mai pensato di sostituirci al sistema sanitario, riteniamo sia un compito di uno Stato sviluppato e democratico, ma ci troviamo a dover far fronte a bisogni urgenti e immediati anche di cittadini italiani e di dover fare un lavoro complicato perché questi cittadini rientrino nel sistema sanitario nazionale. Non riguarda solo gli stranieri con permesso di soggiorno o meno, ma anche le fasce più vulnerabili della nostra popolazione.
Il riferimento è agli Stati ma oggi è una parte della società, delle persone, a non ritenere che tutti gli esseri umani siano titolari di uguali diritti.
È anche per questo che volevamo una manifestazione aperta a tutti i cittadini e le associazioni, un’adesione individuale. I governi devono creare le condizioni per cui i diritti siano rispettati, ma se non sono per primi i cittadini a chiedere di rispettarli tutto il sistema salta. Siamo estremamente preoccupati per queste ondate di razzismo, di odio, di nuove forme di fascismo, di negazione del diritto a essere diversi. In passato umori simili c’erano, ma c’era più pudore nel mostrarli. Oggi si è aggressivi, violenti, razzisti in maniera spudorata. La storia dovrebbe insegnarci qualcosa.
Noi abbiamo le antenne alzate per cercare di arginare questa deriva con strumenti assolutamente pacifici, culturali, di condivisione. Con questa manifestazione ribadiamo che solo con l’attuazione dei diritti per tutti i membri della famiglia umana possiamo pensare di contribuire a un mondo senza più guerre, più giusto e più libero. È un ritornare alle radici: nonostante sia un documento firmato 70 anni fa, è più attuale che mai.“”

Una Dichiarazione rivoluzionaria che l’Italia ha tradito” Articolo di Antonio Marchesi, presidente Amnesty International Italia
“”Settant’anni fa l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la Dichiarazione universale dei diritti umani. Quella Dichiarazione è, da un punto di vista storico, una ripartenza dell’umanità, dopo gli orrori della guerra mondiale e dei campi di sterminio. Da un punto di vista politico e giuridico, è un atto rivoluzionario, che segna l’inizio di un cambiamento profondo.
Per la prima volta vengono stabilite regole internazionali sul modo in cui deve essere esercitato il potere di governo nei confronti delle persone (tutte: cittadini e stranieri) che a quel potere sono sottoposte (che, dunque, non è più illimitato). Il diritto internazionale classico si occupava di relazioni fra stati, non di ciò che accadeva all’interno degli stati. I diritti umani, come noi li conosciamo, non venivano violati, non perché il potere avesse più rispetto per le persone, ma semplicemente perché non esistevano.
Nessuno si aspettava che dall’oggi al domani tutti i diritti di tutti fossero pienamente rispettati. Quello era ed è tuttora un obiettivo da perseguire, facendo un cammino che si è rivelato forse più lungo e accidentato di quanto padri e madri della Dichiarazione s’immaginavano. Eleanor Roosevelt, che ha presieduto la commissione di saggi che ne ha elaborato il testo, parlava di uno standard of achievement, una specie di indicatore, di successo o meno, per le politiche dei governi. Purtroppo, la Dichiarazione non è mai stata una fonte di ispirazione per chi ricopre ruoli di leadership e di governance. E nessuno pare averla utilizzata come guida di cui tenere conto nella formulazione di politiche e nell’elaborazione di leggi. I diritti umani sono stati e continuano a essere violati in ogni parte del pianeta.
Oggi, però, pare emergere un problema ulteriore. Si diffonde l’idea secondo la quale i diritti umani non sarebbero diritti di tutti. Non sarebbero diritti che spettano a ognuno in quanto persona ma privilegi da meritare, che qualcuno si arroga un potere del tutto arbitrario di attribuire e di negare. Si tratta ovviamente di uno stravolgimento completo della nozione stessa di diritti umani, che o sono di tutti – anche di coloro che non ci assomigliano o non ci piacciono – o non lo sono di nessuno. E di un tradimento dell’art.1 della Dichiarazione, per il quale «ognuno nasce libero e uguale in dignità e diritti».
L’idea che i diritti possano spettare ad alcuni e non ad altri, purtroppo, non è soltanto un’idea sbagliata, ma un’idea produttiva di effetti sulla vita di milioni di persone rientranti, appunto, fra coloro ai quali i diritti umani non spetterebbero. Dagli appartenenti alle minoranze etniche (i Rohingya del Myanmar, vittime dell’ultimo genocidio), agli omosessuali (ancora puniti dal diritto penale di oltre settanta paesi), alle donne di tanti paesi – dall’India alla Polonia, dal Sudafrica all’Arabia Saudita – che rivendicano i propri diritti negati, ai rifugiati in Italia. A questi ultimi, in particolare, una strategia fatta di collaborazione con la Libia, porti chiusi e attacchi infamanti nei confronti delle Ong ha negato «il diritto di cercare e godere asilo dalle persecuzioni», di cui all’art.14 della Dichiarazione. Ottenendo, nella prospettiva del governo, successi lusinghieri: dal 2017 un crollo nel numero degli sbarchi. Ma anche – sono i costi umani altissimi, il rovescio della medaglia che la propaganda non fa vedere – un aumento spaventoso del tasso di mortalità in mare di coloro che sono partiti e una crescita enorme di coloro che sono trattenuti nei centri di detenzione libici, a tempo indeterminato, senza controllo giurisdizionale, in condizioni agghiaccianti, esposti sistematicamente a torture e a stupri. Di queste violazioni della Dichiarazione universale, nella ricorrenza del settantesimo anniversario, l’Italia è complice.””

L’abisso che separa quelle parole dal mondo di oggi, articolo di Luigi Ciotti, Gruppo Abele Libera “La denuncia. A settant’anni dalla «Dichiarazione universale dei diritti umani» l’orizzonte è dominato da povertà, disoccupazione, guerre, disastri ambientali, migrazioni o, per meglio dire, deportazioni indotte. Un mondo dove il sogno di una società inclusiva, democratica, è stato abbandonato in nome di una logica economica selettiva, «algoritmi» del profitto non di rado coincidenti con dinamiche mafiose e criminali”

“”Settant’anni ma è come se fosse stata scritta ieri. Ieri perché molti degli articoli della «Dichiarazione universale dei diritti umani» sono ancora lettera e non «spirito», carta e non «carne», vita e storia delle persone.
I diritti sono un cammino e una responsabilità. Qualcosa che nasce da un’aspirazione alla libertà e alla dignità, da un desiderio di pace e di giustizia. Dal sogno di una società dove chiunque, a prescindere da condizione, sesso, appartenenza etnica e culturale, riferimenti politici e religiosi, possa esprimere la sua personalità e mettere a disposizione le sue qualità e il suo talento. I diritti sono l’anello di congiunzione tra il bene del singolo e quello della comunità, nell’inesauribile tessitura che li lega e, vicendevolmente, li nutre.
Ma per arrivare a questo non basta la politica – che pure ha come prioritario compito il tradurre quell’aspirazione in realtà. Occorre il contributo di tutti, e oggi come non mai dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che se i diritti sono così fragili è anche perché non li abbiamo difesi con adeguata forza e continuità, svolgendo sino in fondo il nostro ruolo di cittadini.
Giusto allora denunciare lo scandaloso abisso tra il contenuto di quegli articoli e il mondo come si presenta oggi ai nostri occhi: povertà, disoccupazione, guerre, disastri ambientali, migrazioni o, per meglio dire, deportazioni indotte. Un mondo dove il sogno di una società inclusiva, democratica, è stato abbandonato in nome di una logica economica selettiva, «algoritmi» del profitto non di rado coincidenti con dinamiche mafiose e criminali.
Giusto denunciarlo così come denunciare una politica in gran parte impotente, inadeguata o spregiudicata fino al cinismo – vedi i negoziati con dittature e Paesi in mano a bande criminali per arrestare i flussi migratori, vedi la propaganda del sovranismo, dove l’odio e l’oblio – odio dello straniero, oblio della propria storia – diventano leve di consenso e di potere.
Giusto e necessario. Ma ancora più importante è impegnarsi perché l’anniversario di ieri diventi un nuovo inizio, una storia dei diritti tradotti davvero in linguaggio universale, in grammatica dei rapporti non solo fra Paesi e popoli, ma fra persone e ambiente, perché è tempo ormai – come ci ricorda la «Laudato sì» di Papa Francesco – di riconoscere alla Terra la sua inviolabile dignità e di elevarla a soggetto giuridico, soggetto di diritti.
Solo così i diritti umani possono riacquistare l’universalità che li definisce come tali e diventare nel concreto bene comune, base di una società dove ogni persona sia riconosciuta nel suo essere sempre fine e mai mezzo, artefice della propria e della altrui liberazione.””

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