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22gen/19Off

Tecnologie, ambiente, invecchiamento: il lavoro al bivio tra catastrofe sociale e rilancio

Intervusta a Enrico Giovannini di Raffaele Ricciardi (repubblica online 22.1.19) “L’Ilo taglia un secolo di storia con un report dedicato al lavoro del futuro: robot e mitigazioni ambientali mettono a rischio milioni di posti, facendone sorgere di nuovi. Enrico Giovannini era nella Commissione dedicata: “Siamo a un punto di rottura”. Il reddito di cittadinanza? “L’uscita dalla povertà richiede interventi che vanno al di là del semplice lavoro””

“””Era il 1919, il Mondo usciva dalla Prima guerra mondiale e si poneva il tema delle relazioni tra politiche, capitale e lavoro in vista della seconda rivoluzione industriale che di lì a poco sarebbe arrivata. A un secolo di distanza, celebrando l’organizzazione internazionale più longeva, ci accorgiamo che l’istanza dalla quale è nata l’Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro) è ancora attuale”. Il professor Enrico Giovannini, già ministro e presidente Istat, è stato membro della Commissione Globale sul Futuro del Lavoro. Ha partecipato alla costruzione di un rapporto, diffuso oggi e frutto dei quindici mesi d’attività della Commissione globale Ilo presieduta dal premier svedese Löfven con il presidente sudafricano Ramaphosa, che appoggia il lavoro di questi tempi sul filo delle sfide: un passo sbagliato porta alla catastrofe sociale, uno nella giusta direzione apre praterie di opportunità. Tre le grandi questioni individuate: tecnologica; ambientale; demografica. Pochi numeri illuminano e calano questi macro-temi nella concretezza reale.
Sul primo punto, basta ricordare: il 47 per cento dei lavoratori americani è a rischio di esser sostituito da processi automatizzati e – secondo l’Ocse – tra il 50 e il 70 per cento delle mansioni a livello globale, pur non essendo in procinto di esser spazzate via dai robot, subiranno radicali cambiamenti. Alla voce ambientale, è la stessa Ilo a stimare che l’Accordo di Parigi – qualora pienamente attuato – farebbe perdere 6 milioni di posti di lavoro, creandone 24 milioni differenti. Infine, l’invecchiamento di una parte del mondo è ben rappresentato dal fatto che l’indice di dipendenza (la quota di giovanissimi e anziani sulla popolazione in età da lavoro) salirà ovunque, Africa esclusa. Con il Vecchio continente a soffrire maggiormente. “Molti di questi temi sono urgentissimi per l’Italia e l’Europa, maggiormente sotto pressione rispetto ad altre aree”, spiega Giovannini.
L’ex ministro, che con l’Asvis diffonde la cultura sugli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 dell’Onu ed è grande sostenitore delle misurazioni alternative al Pil nella valutazione delle politiche, spiega come il rapporto metta il mondo di fronte a una consapevolezza: “E’ vero siamo al massimo storico in termini di reddito, occupazione, salute, educazione. Ma siamo vicini a un punto di rottura. Non è pensabile di gioire per quello che abbiamo conseguito, credendo che questi trend continueranno”.
Il filo rosso che tiene insieme le diverse sfide è la transizione in atto, e la necessità di governarla. “Si pensi al solo problema del passaggio da un mondo dominato dal lavoro umano a quello dove il lavoro dei robot e delle intelligenze artificiali sarà molto più ampio: rischia di rendere insostenibile la situazione sociale dei Paesi, a meno che ci sia un cambiamento radicale delle politiche”. Un discorso che si può estendere “ai fenomeni economici e sociali connessi alla mitigazione e all’adattamento climatico: da un lato sono dirompenti, dall’altro possono rappresentare una opportunità straordinaria non solo per creare nuovi posti di lavoro ma per passare a una economia circolare. Questa non si dovrebbe limitare al ricircolo dei materiali, ma anche delle persone”.
In un panorama che vede 300 milioni di lavoratori ricadere nella fascia di povertà assoluta e disuguaglianze in crescita, la Commissione ha dettato “un’agenda per il futuro del lavoro incentrata sulle persone”. Giovannini svolge il concetto del report in tre concetti: “I lavoratori non sono una commodity, non possono esser trattati come una materia prima. L’affermazione della dichiarazione di Philadelphia che generò l’Ilo vale ancor più oggi, quando l’automazione e le grandi ristrutturazioni dei sistemi produttivi concretizzano quel rischio. In secondo luogo, perché queste transizioni siano sostenibili sul piano sociale serve una formazione continua delle persone, non solo come lavoratori ma come cittadini. Infine, serve un cambiamento radicale dei sistemi contabili, sia ‘macrò che ‘micro’. Sul primo piano vuol dire andare oltre il Pil, sul secondo significa non considerare più le persone come un costo per le imprese, ma agevolare le spese di formazione così come avviene per l’acquisto di un macchinario”.
Da queste premesse, l’Ilo fa discendere alcune raccomandazioni per affrontare la transizione del lavoro: una “garanzia universale” che tenga insieme diritti fondamentali, salari minimi, controllo degli orari e della sicurezza; una protezione sociale che garantisca le persone nel loro intero ciclo di vita; uno schema di formazione permanente che permetta alle persone di aggiornarsi costantemente; una governance internazionale per le piattaforme tecnologiche; investimenti in cura e servizi alle persone, economie green e rurali; un’agenda incisiva sull’uguaglianza di genere; una riforma degli incentivi alle imprese per meglio orientare i loro investimenti.
“Tutto ciò vale ancor più per i Paesi che già si scontrano con il tema dell’automazione, investono pochissimo nella formazione e sperimentano un invecchiamento della popolazione incompatibile con la necessità di sostenere i processi produttivi innovativi e il welfare”, dice Giovannini e dalle sue parole emerge il ritratto italiano. Allora tutto si lega, anche le discussioni interne di questi mesi. “L’Italia non ha un programma serio di formazione continua, l’ultima riflessione in materia risale al gruppo di lavoro di Tullio De Mauro, quando ero ministro”, rivendica Giovannini. E il Reddito di cittadinanza grillino, che poi è un minimo sottoposto alla prova dei mezzi? “Era molto orientato all’aspetto lavoristico. Si è fatto un passo importante con la previsione del percorso di inclusione sociale, vediamo come si metterà in pratica. L’uscita dalla povertà richiede interventi che vanno al di là del semplice lavoro”.””

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