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26gen/190

Il giorno in cui siamo diventati alienati e contenti

Articolo di Maurizio Ferraris (Repubblica 26.1.19)

“”Il consumo, tradizionalmente concepito come l’inverso del lavoro, è oggi un elemento cruciale del funzionamento del sistema produttivo Così come lo sono le vacanze e il divertimento. Ma Marx non l’aveva previsto. Keynes aveva profetizzato che avremmo lavorato quindici ore la settimana, ma abbiamo l’impressione di lavorare quindici ore al giorno, e l’ironia è che in moltissimi paesi avanzati il tasso di disoccupazione è alto. Come è possibile? Se il fatto che le merci si rivelino come documenti svela l’arcano delle merci, qui ci troviamo di fronte a un altro arcano, quello del lavoro. Sebbene in apparenza il capitale documediale richieda pochissimo lavoro (qualche tecnico, qualche magazziniere, un po’ di fattorini presto sostituiti da stormi di droni) in realtà mette al lavoro il mondo intero, e senza retribuirlo. Se il capitale industriale consisteva nella forza lavoro (retribuita) e nei mezzi di produzione (messi a disposizione dal capitalista) il capitale documediale consiste nella mobilitazione (non retribuita) e nei mezzi di registrazione di questa mobilitazione (comprati dai mobilitati).
Quello che il capitalista documediale mette di suo sono i mezzi di interpretazione, che costituiscono realmente gli strumenti di un capitale cognitivo che, però, non consiste, come si potrebbe pensare, in una conoscenza diffusa ma, proprio al contrario, trae vantaggio dalla conoscenza centralizzata e riservata di una mobilitazione totale degli utenti. Nella rivoluzione documediale il lavoro nel senso tradizionale, come fatica, alienazione e retribuzione, sta scomparendo, ed è destinato a scomparire sempre di più su scala mondiale.
Sempre più le strade si riempiranno di runner che bruciano calorie in eccesso non consumate dalla fatica lavorativa, ma che – attraverso questa attività apparentemente ludica – lavorano, perché producono valore, generando dati sulla loro salute, sulla loro camminata, sui loro gusti musicali, sui percorsi che preferiscono. Più che con una scomparsa, abbiamo a che fare con una disseminazione del lavoro, che non occupa un posto centrale e monolitico che definisca l’identità delle persone, ma piuttosto si disperde e si nasconde nelle pieghe della nostra vita, divenendo appunto mobilitazione, agitazione costante nella interazione con il web (che, diversamente da ciò che avviene con i vecchi media, non è soporifera, perché di fronte al web siamo attivi e mobilitati, non passivi). Da questo punto di vista, la mobilitazione sul web ha le caratteristiche del “lavoro del sogno” secondo Freud: condensazione (una funzione che ha finalità ludiche è al tempo stesso produzione di valore); spostamento (quando siamo al lavoro possiamo tranquillamente non lavorare, ma il lavoro ci inseguirà nella vita); figurazione con il contrario: il consumo, tradizionalmente concepito come l’inverso del lavoro, è oggi un elemento cruciale del funzionamento del sistema produttivo, così come lo sono le vacanze, i divertimenti, gli eventi, ossia tutte quelle sfere apparentemente non lavorative in cui si dispiega la quintessenza della mobilitazione come nozione che supera e ricomprende la nozione di lavoro ristretta e tradizionale.
La trasvalutazione di tutti i valori a cui Nietzsche si dedicò nei suoi ultimi anni di vita vigile non si è realizzata, ma in compenso abbiamo una trasvalutazione di tutti i lavori.
Nel momento in cui la produzione è garantita dall’automazione a prezzi bassissimi, molto più bassi di quelli garantiti dalla rivoluzione industriale o dalla economia servile, ciò che conta nel lavoro non è la forza investita, e nemmeno l’intelligenza, bensì il consumo, il bisogno, la dipendenza e la passività, ossia quell’insieme di esigenze, in larghissima parte derivanti dal fatto che gli umani sono organismi, che mette in moto e conferisce un senso alla macchina produttiva, destinata altrimenti a rimanere inoperosa e, soprattutto, insensata.
Ecco il grande mistero della nostra epoca. Mentre pensiamo di vivere la nostra vita extra-lavorativa, di soddisfare i nostri bisogni, di inseguire i nostri desideri e di esprimere le nostre idee, surroghiamo le funzioni di banche, giornali, pubblicità e agenzie di viaggi.
Soprattutto, stiamo riempiendo archivi sconosciuti con dossier dettagliatissimi sui nostri gusti e i nostri guai, sulle nostre abitudini e sugli strappi alla regola che ci rendono imprevedibili per chi non li conosce (cioè anche per noi stessi), sulla nostra salute e sulle nostre inclinazioni politiche e sessuali. Non un secondo di questo tempo, ovviamente, è retribuito (da quando in qua si pagano le persone per il solo fatto di vivere?) eppure produce una ricchezza molto superiore a quella dei soldi, perché non si limita a dare informazioni su quanto possiamo spendere, ma dice quello che siamo e quello che vogliamo, cose che il denaro non solo non può comprare, ma neppure è in grado di rappresentare.
Immagino l’obiezione: dove starebbe la realizzazione del comunismo? C’è, eccome, basta solo avere gli occhi per guardare. Questa mobilitazione non è una nuova versione dell’alienazione tecnologica, tema su cui sono stati scritti milioni di pagine con l’unico risultato di incrementare la deforestazione e dunque la produzione e vendita di motoseghe. Piuttosto che una alienazione, questa mobilitazione ha generato una rivelazione. D’accordo con il principio secondo cui la tecnologia, ben lungi dal deformare una ipotetica essenza dell’uomo, la manifesta, visto che l’umano non è tale se non dispone di supplementi tecnologici, la trasformazione in corso è stata una rivelazione dell’essenza.
Se le cose stanno in questi termini, non c’è ragione di stupirsi del fatto che l’enorme incremento dei mezzi di registrazione prodotto dal web abbia determinato il gigantesco cambiamento sociale che abbiamo sotto gli occhi.
Questa trasformazione fa sì che a venir meno sia proprio la nozione tradizionale di alienazione. La scomparsa della differenza fra tempo del lavoro e tempo della vita, e la sussunzione del lavoro sotto la categoria più complessiva della mobilitazione, fanno scomparire l’aspetto più vistoso del capitalismo secondo Marx: l’alienazione del proprio tempo (pur persistendo l’alienazione rispetto ai prodotti del proprio lavoro). In effetti, in luogo dell’alienazione che costringe a gesti ripetitivi che si riproducono per ore e sull’arco di una intera vita lavorativa abbiamo la realizzazione dell’umanità comunista della Ideologia tedesca, quella in cui la mattina si va a pesca, al pomeriggio si critica, la sera si accudisce il bestiame. Non è forse proprio questa la nostra vita? E non è la vita paradigmatica del comunismo realizzato? Osservare che non è granché come vita (ma intanto nessuno vorrebbe tornare indietro), negare che si tratti di una realizzazione del comunismo, vederci una crudele astuzia del capitalismo, è come imputare alla dichiarazione dei diritti dell’uomo gli hate speech che in effetti sono un risultato imprevisto dell’universale diritto all’espressione.”"

(3. Continua)

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