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14feb/19Off

Socialismo azionario, antidoto alle crescenti disuguaglianze

Intervista di Roberto Veneziani a Giacomo Corneo, docente di economia politica alla Freie Universität di Berlino (Manifesto 14.2.19). In occasione del suo libro «Bessere Welt», pubblicato in più lingue, che propone riforme per traghettare le società contemporanee oltre il sistema capitalista”

“”Secondo il filosofo marxista Gerald A. Cohen: «Il problema fondamentale del movimento socialista è che non sappiamo come far funzionare una società socialista. Il nostro problema non è il presunto egoismo degli esseri umani, ma l’assenza di una tecnologia organizzativa adeguata». L’analisi rigorosa, ma accessibile, dei principali modelli di società alternativi al capitalismo proposti nel corso della storia – da Platone e Tommaso Moro fino al reddito di cittadinanza e al socialismo di mercato – occupa gran parte del libro di Giacomo Corneo Bessere Welt, pubblicato in tedesco presso Goldegg Verlag e tradotto in inglese, francese e giapponese. Il libro si chiude con una proposta dettagliata di riforme per traghettare le economie contemporanee oltre il sistema capitalista. Allievo di Giorgio Lunghini, Corneo è professore di economia politica presso la Freie Universität a Berlino e direttore del Journal of Economics.

Nel 2019, il capitalismo sembra l’unico sistema economico all’orizzonte. Perché un libro sulle alternative possibili proprio ora?
L’aspirazione ad andare oltre il capitalismo è ben più diffusa dei rigurgiti nazionalisti e xenofobi. Questa domanda di alternative di sinistra rimane tuttavia largamente latente perché non sa articolarsi in un progetto di ampio respiro che sia coerente e credibile. Quando non si hanno che le catene da perdere, un salto nel buio può essere preferibile allo status quo. Ma oggi, soprattutto nei paesi europei, lo stato sociale, la contrattazione collettiva e i diritti forniscono un punto di partenza storicamente «alto» che la stragrande maggioranza della popolazione non è disposta a mettere a rischio in cambio di vaghe promesse messianiche. Occorre allora riflettere sulla creazione di nuove istituzioni a partire dall’assetto esistente; istituzioni che abbiano in sé il potenziale di superare la logica di dominio capitalista, che risultino comprensibili e appetibili, e che permettano di sperimentare senza il rischio di enormi costi nel caso che tali nuove istituzioni richiedano grosse modifiche.

Come descriverebbe, a grandi linee, la sua proposta?
Il modello immaginato è quello di un socialismo «azionario». Si può pensare a due tappe nell’evoluzione verso tale modello. La prima consiste nella creazione di una proprietà pubblica di capitale senza obiettivi di controllo manageriale delle imprese partecipate. L’istituzione chiave è un fondo sovrano etico che investe in maniera diversificata a livello mondiale e i cui proventi finanziano un dividendo sociale. Investendo in azioni, tale istituzione farebbe partecipare tutti i cittadini agli elevati saggi di rendimento resi possibili dal progresso tecnologico e dalla globalizzazione – saggi di rendimento oggi appannaggio solo dei più ricchi. Il dividendo sociale avrebbe un livello tale da permettere ogni decade di finanziare un anno sabbatico in cui ciascuno può fare volontariato, politica o riqualificarsi professionalmente. Come in Norvegia, un codice etico potrebbe impedire che il fondo sovrano investa in imprese che inquinano o producono armi nucleari.
La seconda tappa mira a sostituire il controllo capitalistico con un controllo democratico delle grandi imprese. A tal fine, è necessaria una seconda istituzione, un’agenzia pubblica politicamente indipendente — «l’azionista federale» — che acquisirebbe la maggioranza del capitale di imprese relativamente mal gestite tramite scalate ostili e creerebbe nuove imprese in mercati dominati da oligopoli. Le imprese dell’azionista federale verrebbero quotate sul mercato azionario che aiuterebbe a monitorarne l’efficienza. Sarebbero tuttavia diverse rispetto alle imprese capitaliste. Primo, la società civile — sindacati, associazioni dei consumatori e di protezione dell’ambiente — sarebbe presente in tali imprese con speciali diritti di informazione per accertarsi che siano rispettate tutte le le norme in materia. Secondo, l’azionista federale promuoverebbe la partecipazione dei lavoratori ai processi decisionali. Grazie a una selezione accurata dei modi di partecipazione dei lavoratori sarebbe possibile generare aumenti di produttività che farebbero delle imprese dell’azionista federale dei temibili concorrenti delle imprese capitaliste.
A lungo andare, l’esito di tale concorrenza determinerebbe l’importanza relativa della proprietà pubblica nel settore delle grandi imprese. Più le imprese dell’azionista federale sono efficienti, più si riducono il ruolo e il potere della classe capitalista.

Modelli economici alternativi possono esistere e svilupparsi all’interno di un’economia prevalentemente capitalista sufficientemente a lungo da rappresentare un’alternativa credibile? Il lungo declino del welfare state non lascia molto spazio all’ottimismo…
Gli ultimi decenni, di crescita della diseguaglianza e di subalternità culturale della sinistra di governo, dimostrano – parafrasando – che la spinta propulsiva del modello socialdemocratico di welfare state si è esaurita. Proprio da questa crisi nasce l’esigenza di vagliare attentamente le alternative che mettono in discussione la proprietà privata dei mezzi di produzione. Il modello socialdemocratico si basa su una alta e costante quota dei salari nel reddito nazionale e sulla capacità di tassare tali redditi in maniera progressiva per finanziare il welfare state.
Per ragioni strutturali ben note, entrambi i presupposti vengono sempre più a mancare. La redistribuzione deve allora spostarsi al livello dei redditi primari da capitale. Redditi da capitale perché la loro quota nel reddito nazionale tende strutturalmente a crescere. Redditi primari perché la concorrenza fiscale internazionale impedisce un uso forte della tassazione progressiva. Redistribuire a livello dei redditi primari da capitale implica una corrispondente proprietà pubblica di capitale, i cui redditi vengono redistribuiti attraverso il bilancio pubblico. La questione diventa dunque se una gestione pubblica del capitale efficiente e democratica sia possibile e attraverso quali nuove istituzioni.””

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