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15feb/19Off

La lezione di Piero Gobetti su amore e antifascismo

Articolo di Sara Strippoli (Repubblica online 14.2.19) “Giornalista, filosofo, editore e antifascista, moriva il 15 febbraio 1926 lasciando Ada, l’amore della sua vita, e una eredità splendida di pensieri e scritti”

“”Al numero 60 di via XX Settembre, a Torino, a pochi passi da piazza San Carlo, non ci sono targhe. Nelle vetrine sotto il palazzo dove i genitori di Piero Gobetti avevano una drogheria, sono esposti i gioielli di un noto marchio che in questi giorni addobba le vetrine con grandi cuori rossi per San Valentino. Qui viveva anche Ada Prospero. Piero e Ada, 17 e 16 anni quando cominciano a frequentarsi. Lui “alto, magro, con una gran testa di capelli scaruffati biondo castani, un paio di occhiali di metallo sul naso aguzzo e occhi vivacissimi e penetranti dietro le lenti”, come lo descrive Carlo Levi. Il ritratto di lei è dell’antifascista Barbara Allason: “Una bimba deliziosa con le trecce sulle spalle, i grandi occhi pieni di fuoco, e tutto fuoco la parola, tutto ardore per i libri che le piacevano”. Nell’alloggio dove viveva con i genitori il 14 settembre lui scrive a lei, le chiede aiuto per trovare abbonati per il lancio del suo periodico studentesco Energie nuove, il primo. Un appello timido, autoironico ma già foriero del corteggiamento. Scopo del quindicennale, le scrive “destare movimenti d’idee in questa stanca Torino, promuovere la cultura, incoraggiare studi fra i giovani…
Vedo che la noia si disegna sul suo viso a tante notiziette, ma se Dio vuole sono finite. Quando uscirà il giornale troverà non più notiziette ma pensiero…Dunque siamo intesi, e ricordi che spero di contarla presto fra i miei abbonati”.
Lo stesso giorno Ada gli manda due pagine di nomi e indirizzi: Giovanni Avetta in via Garibaldi, Giorgio Berta in corso Vinzaglio. “Le unisco l’importo dell’abbonamento”, gli scrive. Poche righe con un post scriptum: “Mi preparo a discutere con calore, a confutare i suoi argomenti, e infine… a lasciarmi convincere!”. Pochi giorni dopo il tono di lui tradisce maggiore sicurezza: “Domani venga da me… Porti il romanzo suo. Le dirò la parte che le ho affidata nella redazione del giornale. Naturalmente lei è libera di accettare o no. Ma accetterà. E proverà a confutare le mie opinioni se è ben agguerrita”.
Piero e Ada parlano, un confronto ininterrotto che lei prosegue anche dopo la morte di lui. Si amano di un amore potente e affettuoso, si separano con difficoltà.
Piero e Ada parlano, un confronto ininterrotto che lei prosegue anche dopo la morte di lui. Si amano di un amore potente e affettuoso, si separano con difficoltà. Otto anni narrati nell’epistolario pubblicato da Einaudi Nella tua breve esistenza in cui l’intimità degli abbracci a ogni ritorno si fonde con la storia, la febbrile attività intellettuale guidata dall’assenza di pregiudizi. Insieme studiano il russo per leggere i testi della Rivoluzione del 1917, come amava ricordare Norberto Bobbio.
C’è tutto Gobetti, la sua passione di giornalista e intellettuale, quando scrive ad Ada da Gorizia, dov’è andato per realizzare un’inchiesta. E’ il dicembre 1922, a metà strada fra l’inizio e la fine: “Ho lavorato qui intensamente, in modo tutto nuovo per me. Invece che sui libri, attraverso gli uomini, avvicinandone qualche centinaio, penetrandone in pochi minuti la psicologia per afferrare poi il valore delle idee. Ho lavorato per sei giorni senza interruzione consultando comunisti, slavi, fascisti, repubblicani, nazionalisti, liberali, democratici, popolari, impiegati, commercianti, industriali, persone del popolo, persone ufficiali, di tutte le sfumature”.
La svolta dalla “Rivoluzione Liberale”, il punto più  del suo pensiero fino a quel momento, arriva con la marcia su Roma del ’22. Il suo è un antifascismo radicale e lo allontana da Prezzolini e dalla sua teoria che fosse preferibile aspettare la fine delle violenze in un “appartato silenzio”. Nell’Elogio della Ghigliottina, simbolo delle azioni repressive, le parole di Gobetti prendono i toni dell’invettiva: “Il fascismo vuole guarire gli italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale, tutti i cittadini abbiano dichiarato di credere nella patria, come se col professare delle convinzioni si esaurisse tutta la praxis sociale. C’è un valore “incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremmo, per un certo senso, in questo momento, i disperati sacerdoti”. Finché durerà il fascismo, dirà Gobetti “non metterò più piede in Italia, morto o vivo” Gobetti si sposa con Ada a gennaio del 1923. A febbraio viene arrestato per “sospette” attività antinazionali. Al numero 6 di via Fabro, a Torino, la casa dove Piero Gobetti e Ada hanno vissuto dopo il matrimonio, ora c’è il Centro Studi Piero Gobetti, lo spazio dedicato ai giovani, agli studiosi e alla ricerca fondato nel 1961 per iniziativa della moglie Ada Prospero, del figlio Paolo, della nuora Carla e di alcuni amici di Piero, Felice Casorati, Giulio Einaudi, Alessandro Passerin d’Entrevès, Franco Venturi. Dalle finestre di quell’alloggio Ada segue Piero partire sotto la neve per Parigi il 2 febbraio del 1926, in fuga da Mussolini che mandava dispacci al prefetto di Torino chiedendo attenzione per “quell’insulso oppositore del governo e del fascismo”. Finché durerà il fascismo, dirà Gobetti “non metterò più piede in Italia, morto o vivo”.
L’11 febbraio Piero scrive ad Ada poche righe: “Non ti scrivo più perché sono molto stanco. Saluta Poussin (il nomignolo con cui i genitori chiamavano il figlio di pochi mesi). Gli amici per ora non mi scrivano: scriverò io”. E’ la sua ultima lettera. Il 14 febbraio, a poche ore dalla morte del marito, Ada, ignara, prova a mantenere il sorriso che gli aveva promesso: “Mi dici che sei stanco: non preoccuparti se non puoi scrivermi a lungo, ma procura di non affaticarti troppo e di averti molti riguardi: te ne supplico anche in nome del Pussin. Non correre troppo in cerca di alloggi – avrai già tante altre cose da fare!. Cerca di trovare un buco qualunque, provvisorio: quando ci sarò io provvederemo…Se mi fai sapere il nuovo indirizzo ti manderò un piccolo pacco coi fazzoletti e altre piccole cose”.
Quel duplice addio è raccontato da Norberto Bobbio nella prefazione a On liberal Revolution, la prima edizione in inglese di scritti di Gobetti, edito da Nadia Urbinati e tradotto da William McCuaig. La partenza di Piero sotto la neve “La mia ultima vista di Torino attraverso il vetro della carrozza mentre parte sotto la neve”. Un’immagine speculare allo sguardo dalla finestra di Ada.
Bobbio ricorda l’ultima lettera inviata a un amico per non allarmare la moglie: “Sono a letto con la febbre e naturalmente ti chiedo di non scrivere nulla sulla mia condizione ad Ada”.
Bobbio ricorda l’ultima lettera inviata a un amico per non allarmare la moglie: “Sono a letto con la febbre e naturalmente ti chiedo di non scrivere nulla sulla mia condizione ad Ada”. La notizia della morte arriva al liceo classico Gioberti, dove in cattedra c’è Umberto Cosmo e fra i banchi Norberto Bobbio, otto anni più giovane di Gobetti che lì aveva studiato pochi anni prima. Cosmo legge la notizia pubblicata su La Stampa, aggiungendo “alcune parole sue pronunciate con profonda commozione”, ricorda Bobbio. Quello stesso anno il professore di italiano è costretto ad abbandonare la scuola perché antifascista.
Il 20 febbraio, La Stampa dedica una colonna al funerale, un articolo in cui ricostruisce anche le ultime ore, le speranze che potesse riprendersi: “Stamattina alle 9, nella Cappella della Chiesa di St.Honorè nella piazza Victor Hugo hanno avuto luogo le esequie di Piero Gobetti. La notizia della fine immatura del giovanissimo scrittore torinese, diffusa ieri dai giornali, aveva adunato attorno al feretro, che l’affetto degli amici aveva provveduto a coprire di fasci di fiori, numerose personalità francesi, appartenenti al mondo politico e giornalistico, oltre ai componenti dei principali giornali”.
Il 17 febbraio un trafiletto compare a pagina 3 sul quotidiano francese La Volonté: “Piero Gobetti è morto a Parigi. E’ stato il più giovane e il più coraggioso editore italiano”, è il titolo. Il 25 febbraio gli inglesi del Manchester Guardian gli rendono omaggio un anno dopo la visita di Gobetti a Londra: “Molto raramente abbiamo il privilegio di entrare in contatto con una vita così breve e così intensamente splendida”. Più freddo il riconoscimento dell’Unità del 17 febbraio: “Malgrado i difetti insiti nella sua mentalità, e nella sua origine culturale, Piero Gobetti fu un sincero amico della classe operaia, e appartenne anche alla rara schiera degli intellettuali italiani i quali seppero accostare con onesto sforzo verso le aspirazioni e la lotta fondamentale del proletariato.””

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