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Dentro e oltre il partito

Articolo di Paolo Pombeni (Sole 19.5.19) sul libro “Partito e democrazia”, percorso della legittimazione dei partiti di Piero Ignazi, Mulino, Bologna, pagg. 440, € 38. “La documentata indagine dello studioso comincia dalla questione delle parti politiche nella Grecia e nella Roma dell’età classica sino alle organizzazioni di massa, per arrivare alla crisi di fiducia (irrisolta) di oggi.”

“”È un lungo viaggio intellettuale quello che Piero Ignazi affronta in questo libro: non si tratta solo della ricostruzione di una istituzione, il partito politico, che è presente in varie forme in tutta la storia dell’Europa occidentale, ma anche di una navigazione lungo la letteratura, storiografica e politologica, che nei decenni del Novecento e anche oggi ha cercato di misurarsi con l’interpretazione di questa fenomenologia. Un lavoro davvero imponente sia per la vastità del panorama preso in considerazione (quasi tutti i Paesi europei) sia per l’ampiezza degli studi di cui ha tenuto conto.
L’analisi è presa alla lontana: si inizia con la questione delle parti politiche nella Grecia e nella Roma dell’età classica e si procede poi per i casi emblematici anche del Medioevo e dell’età moderna, sino al passaggio topico delle rivoluzioni settecentesche. Ovviamente però l’analisi comincia a mordere quando si entra appieno nel quadro del rapporto fra il costituzionalismo moderno e i partiti. Sebbene per lungo tempo questo sia stato problematico e guardato anche con sospetto, a un certo punto arriva la svolta: in maniera convincente Ignazi la colloca in due tornanti, il primo negli anni 10 e 20 del Novecento, quando sorge e si afferma il modello del “partito massa” (quello che sarà definito in un certo senso “alla socialista”); il secondo negli anni 40 e 50 quando, dopo la temperie dello scontro con le grandi dittature, i partiti si affermeranno protagonisti e garanti del ritorno alla libertà e al pluralismo.
Sebbene siano molto interessanti anche le pagine dedicate all’imporsi dei partiti fra fine Ottocento e Seconda guerra momdiale, giustamente viene sottolineato che è a partire da quel secondo tornante che il partito politico si afferma come un elemento essenziale e non eliminabile per far funzionare una democrazia costituzionale. Se nella fase odierna si tratta di una centralità che è messa radicalmente in discussione, ciò nondimeno, concluderà Ignazi, siamo ancora in presenza di una funzione e di un rapporto forte fra i partiti ed un costituzionalismo per il quale, per quanto in crisi, non si è ancora trovato una sostituzione alternativa.
Per giungere a questo approdo il politologo dell’università di Bologna scandisce un percorso di grande interesse. Nella età dell’oro dei partiti, che durerà per certi versi sino alla mitica svolta del 1968, a dominare sarà ancora il modello del partito di massa, che viene sottolineato come non sia proprio solo dei partiti “alla socialista”, ma sia condiviso anche dai partiti di matrice confessionale (prevalentemente cattolica). Ignazi si sofferma sulla loro trasformazione da partiti di Weltanschauung a partiti di ampia e generalizzata inclusione sociale, i famosi catch-all-party teorizzati da Kirchheimer a metà degli anni Sessanta (ma, ci permettiamo di notare, in verità il politologo tedesco aveva coniato il termine già ad inizio anni Cinquanta). Questa pretesa di inclusività generale al di là delle divisioni darà vita da un lato ad una età del grande consenso politico allargato e dall’altro susciterà l’opposizione per la nostalgia dello scontro fra opposte visioni del mondo (che tanto affascinavano i giovani del ’68).
Proprio l’atmosfera di grande consenso sulle sorti del sistema politico spingerà i partiti ad incentrarsi sempre più nella professionalizzazione del loro rapporto con la sfera del governo, iniziando quella trasformazione che secondo i politologi porterà alla preminenza di una nuova tipologia, il cartel-party. La svolta arriverà negli anni 80: sebbene esteriormente si mantengano le sembianze del partito di massa (con le sezioni, i congressi, la militanza continua, ecc.), in realtà i partiti funzioneranno sempre più come agenzie che producono professionalità per l’azione nelle sfere decisionali e di intervento dello Stato. Certo saranno contestati in questa che appare una deviazione, ed ecco sorgere le due novità, i “verdi” e i nuovi movimenti di estrema destra.
È la dialettica che connota una società che diviene post-moderna e post-industriale, ma che pone anche esigenze nuove: una riscoperta del valore della decisione partecipata dal basso e al tempo stesso un emergere di leadership autoritarie, ma che si pretendono, e talvolta sono effettivamente anche, carismatiche.
L’affermarsi negli anni 90 tanto del neoliberalismo quanto del neoconservatorismo segnano la fine di un mondo che univa consenso e corporativismo, ma spinge i partiti ad inserirsi ancor di più nello Stato aumentando la concentrazione e la verticalizzazione delle risorse e delle funzioni. Ciò genera in tutta Europa una crisi della fiducia pubblica verso i partiti, con il venir meno della identificazione dei cittadini nei loro recinti ed una caduta della partecipazione elettorale, fino ad approdare in molti casi ad un peculiare disprezzo verso la stessa forma partito.
Facile dunque riscontrare un rigetto diffuso verso la realtà attuale dei partiti, spesso nutrito da una nostalgia romantica per la mitologia del vecchio partito di massa. Ignazi si chiede però se davvero oggi in Europa i partiti siano messi così male. La risposta è che la realtà è assai variegata. In termini di risorse materiali i partiti, ormai incentrati sul rapporto con lo Stato, rimangono abbastanza forti e tentano anche di rispondere alle crisi di fiducia inventandosi qualche marchingegno per dare almeno la sensazione di essere ancora capaci di aprire spazi di partecipazione dal basso, anche se spesso si tratta di un po’ di plebiscitarismo retorico.
Insomma la caduta dei partiti è congruente con lo spostarsi del loro baricentro dall’essere una agenzia che produce simboli, identificazione collettiva, obiettivi non materiali, ad una agenzia che distribuisce benefici selettivi e materiali. Ed è così che essi sono riusciti a mantenere in buona misura un controllo sul sistema politico.
La conclusione a cui giunge l’autore in questo ampio e assai articolato e documentato studio è che andando sempre più verso lo Stato i partiti hanno perso il rapporto con la società. In quella relazione ferrea con lo Stato sta di conseguenza tanto la loro forza quanto la loro debolezza. Rimane però che la delegittimazione dei partiti mette in discussione la legittimazione stessa del sistema costituzionale democratico. Una problematica che sfiderà inevitabilmente questo complicato inizio del XXI ””

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