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Divisi nel nome di un’identita’ fasulla

Articolo di Donatella di Cesare (Espresso 26.5.2019)

“”L’offensiva sferrata dalla destra e dall’estrema destra contro l’Europa dà un nuovo senso alle elezioni che avrebbero forse rischiato di essere considerate un vuoto rituale. Mai come oggi è chiaro che il destino dei popoli europei è in mano ai cittadini, chiamati a una scelta decisiva. Ecco perché queste elezioni non sono come le altre.
Sebbene molti sostengano l’irreversibilità dell’unificazione, per la prima volta l’avvenire di questo ambizioso progetto politico è incerto e oscuro. Implosione, scissione – o anche solo lento smembramento? Un’ultradestra aggressiva e senza scrupoli, capace di mimetizzarsi dietro una miriade di maschere, abile nel trarre profitto da tutte quelle difficoltà 7, effetto in gran parte delle politiche liberali, ha lanciato una sfida che dal dopoguerra non ha precedenti.
Proprio in Italia, dove governano i neofascisti della Lega coalizzati con i 5 Stelle, questa sfida è andata assumendo, a partire dal 2018, toni sempre più espliciti, irruenti, rissosi. D’altronde non è un mistero: il fronte sovranista, Bannon in testa, vede in questo paese il laboratorio che potrebbe preparare la svolta autoritaria. Così un regime apertamente razzista, che erode i diritti umani e intacca le libertà democratiche, finendo per violare impunemente la Costituzione, che non risolve nessun problema sociale, dalla precarietà alla corruzione, perché anzi da stallo e depressione trae alimento, potrebbe essere esportato altrove. In mancanza di definizioni politiche più precise – sovranismo, nazionalismo autoritario, neofascismo? – il nome di «Salvini» è diventato emblema di questo fenomeno che sconvolge lo scenario europeo.
Solo qualche mese fa la Brexit sembrava il modello da seguire per la politica delle nazioni contro «Bruxelles». Adesso le cose sono cambiate. Smarrita nel suo ottocentesco mito imperiale, l’Inghilterra non rappresenta più il sogno dell’uscita, bensì l’incubo di una fuga che minaccia di tradursi in autodistruzione. Il ritiro dall’Europa è un ritiro dalla Storia.
Che cosa vogliono allora i sovranisti? «Indietro tutta!» era solo uno slogan. Se la fuga regressiva è impraticabile, l’obiettivo tuttavia non cambia: promuovere la decomposizione dell’Europa, frantumata in nazionalismi economici, paralizzarne con veti e minacce le istituzioni, svuotarle del tutto. Il che consentirebbe di farne un semplice meccanismo di scambio dove, oltre ad un’eurozona forte accanto ad una debole, sarebbero tollerabili – o magari auspicabili – regimi politici illiberali e parademocratici. L’asse del nord-est, capeggiato dal gruppo di Visegrád (Ungheria, Polonia, Slovacchia), che raggruppa il governo italiano, quello austriaco, settori della destra tedesca, insieme ai molti partiti xenofobi, francese, svedese, olandese, guida questo allarmante piano che intende alla fin fine disarmare la politica.
Che ne sarebbe allora dell’Europa, stretta fra America e Cina, ostaggio della Russia, in un contesto globale dove l’ultradestra va affermandosi anche oltreoceano – basti pensare al neofascista Bolsonaro in Brasile – mentre la sinistra si rivela ovunque stanca, scialba, irresoluta, inefficace? È questa la domanda che ciascuna cittadina e ciascun cittadino oggi devono porsi.
Se l’Europa è un progetto incompiuto, la responsabilità va attribuita alle classi dominanti che, anziché perseguire una strategia unificatrice, hanno coltivato i propri interessi disputandosi per proprio conto il mercato mondiale. I patronati europei hanno imposto l’austerità, preteso il basso costo del lavoro, e hanno soprattutto smantellato poco per volta tutti i diritti conquistati dal movimento operaio, sostenendo che il «vecchio continente» fosse troppo sociale. Così queste élite economiche e tecnocratiche, che oggi strizzano l’occhio all’ultradestra, sono andate a conquistarsi fette del mercato infischiandosene dell’unità europea.
Nel disorientamento complessivo i partiti socialdemocratici hanno finito per assecondare in modo acritico le scelte neoliberiste. Ecco perché il progressismo non può essere oggi sbandierato come argine contro le forze populiste e neofasciste. Non meno inquietante è quella deriva sovranista che, quasi come in un ralenti degli anni Trenta, spinge parti della sinistra ad abbracciare il nazionalismo autoritario della destra.
L’alternativa all’orizzonte c’è ed è un’Europa democratica, internazionalista, anticapitalista, ecologista. È tempo di rovesciare la prospettiva e difendere l’idea socialista della solidarietà europea. Non il ritorno alle frontiere nazionali, ma la rivendicazione di un’altra Europa, quella dei popoli, capace di riorganizzare l’economia, salvaguardare l’ambiente, difendere i migranti. La costruzione neoliberale è fallita dando luogo a esiti autoritari.
Per questo non è più possibile richiamarsi semplicemente ai “padri fondatori”. Il mondo non è più quello di allora; il paesaggio attuale è radicalmente diverso e inediti sono i problemi da affrontare. È indispensabile, anzi, un nuovo progetto che, senza cadere nelle trappole giuridicocostituzionali, realizzi una nuova forma politica postnazionale. Forse questa crisi pretotalitaria sarà l’opportunità per rilanciare un’altra Europa. Le elezioni possono essere un primo passo.
La perdita d’orientamento non è casuale. Nel mito greco Europa è una giovane donna straniera, un’immigrata involontaria, rapita da Zeus e poi abbandonata sull’isola di Creta. Altre varianti della leggenda restano fedeli all’estraneità, per nascita e nome, di questa figura femminile. Lì si annuncia la sua futura vocazione. L’accoglienza è inscritta nella sua eccentricità. È questo che l’ha resa ben più che l’erede della tradizione greca. Molteplici sono le sue fonti e alcune – a cominciare da Gerusalemme – sono addirittura fuori dai suoi confini geopolitici. Così l’ha pensata la filosofia, a cui è intimamente legata. Non un luogo, non una terra, non un continente, ma la direzione del sole.
Questo orientamento si è perso da quando si è preteso che fosse “bianca e cristiana”, da quando l’Europa attuale è stata violentata, rapita e già abbandonata da economie predatorie e interessi nazionali. La gabbia di una fantomatica identità l’ha mutilata.
È molto europeo non sentirsi europei. Ed è un enorme privilegio che rischia di essere riconosciuto troppo tardi. La coabitazione con l’altro è quel che insegna sin dall’inizio quella giovane straniera, giunta suo malgrado su un’isola, abitante al confine, relegata al margine, madre dei diritti umani, che tutte e tutti dovremmo difendere.””

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