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La paura della fine e il biotestamento (La storia insegna)

Articolo di Adriano Prosperi di una decina di anni fa (Repubblica 11.3.2009)

“”La battaglia sul testamento biologico è una prova imposta da una destra politica che ha scelto di governare col parente povero del terrore: la paura. Al terrore è necessaria la forza; e oggi la forza può essere usata vigliaccamente solo contro minoranze disgregate e indifese, come immigrati e rom. La paura è invece lo strumento adatto: è un sentimento che filtra e circola impalpabile nella società liquida dove sono venute meno le tradizionali forme associative e le solidarietà di classe si sfaldano. La paura della morte è il sentimento primario, dominante sull’ intera famiglia dei timori che dettano comportamenti e regole sociali. Alcune di queste regole sono così radicate da apparire naturali mentre naturali non sono. Tali sono le norme sanitarie che nel mondo occidentale – a differenza di quelle vigenti nelle culture musulmane – impongono la distanza di almeno ventiquattro ore tra l’accertamento del decesso e la sepoltura e richiedono l’ esposizione e la veglia del defunto nella camera mortuaria. Queste norme furono dettate nel ‘ 700 dal diffondersi di una paura nuova, quella della morte apparente che si sostituì allo spauracchio religioso della morte improvvisa senza confessione e sacramenti, senza il tempo di prepararsi all’ ingresso nel mondo dell’ aldilà. Oggi siamo al capitolo successivo di questa storia. Un capitolo dominato dagli stessi incubi: nel ‘ 700 si immaginò un collegamento tra il sepolcro e l’ esterno con un campanello per l’ eventuale risveglio del morto alla vita; oggi avremo forse bare dotate di telefoni cellulari. Ma la paura dominante è che qualcuno approfitti della nostra condizione di coma o di malattia terminale per tagliare gli ultimi fili, per recidere coi tubi dell’ idratazione e dell’ alimentazione forzata ogni speranza di risvegliarci vivi in questo mondo. Se si riflette alla svolta culturale profonda di cui questi sentimenti sono figli, fa una curiosa impressione sentire il cardinal Bagnasco affermare solennemente che la vita – questa qui, in questo mondo – è un bene indisponibile. E tutto l’ affaticarsi della Pontificia Accademia della vita sembra muoversi sotto un cielo diverso da quello dell’ antico Regno dei Cieli e della agostiniana Città di Dio , un cielo da cui è scomparsa quella religione cristiana che una volta considerava l’ esistenza umana come una favola breve e illusoria, una preparazione alla vita vera. Oggi una Chiesa sconfitta nel ‘ 700 dalla secolarizzazione di valori e comportamenti trova un’ imprevista occasione di alleanza con la politica proprio nell’ attaccamento alla vita, questa vita terrena, e nel governo delle pulsioni diffuse dalla paura di perderla. Alleanza fragile e illusoria: come mostrano le divisioni e le incertezze che frammentano anche gli schieramenti parlamentari, il vero problema a cui si sta cercando di dare risposta è quello di conservare oltre ogni limite fisiologico tutti i diritti a disporre della nostra esistenza come proprietà individuale e inalienabile, impedendoa chiunque di disporne. Per questo lo scoglio della legge che si sta elaborando è costituito dalla questione se si debba imporre a medici e parenti l’ obbligo di mantenere l’ idratazione e la nutrizione forzata: uno scoglio reale, perché ogni parlamentare deve valutare personalmente che cosa lo spaventa di più, se la morte o l’ imprevedibile, inimmaginabile sofferenza o indegnità di una forzata sopravvivenza del suo corpo attaccato a tubi e oggetto di manipolazioni. Ma deve essere chiaro a tutti quanto sia pericolosa una politica che segua l’ impulso della paura. La legge che si sta preparando è un atto di biopolitica, prefigura un ingresso del potere politico nella stanza del morente. Abbiamo visto una prova generale di quello che potrebbe accadere a ciascuno di noi: agli ispettori ministeriali spediti a violare la stanza della clinica «La Quiete» di Udine sono seguite inaudite accuse di assassinio, sequestro di cartelle cliniche, apertura di procedimenti giudiziari. Questi fatti non avrebbero mai dovuto verificarsi in un paese civile. Ma ci sono stati: ed è per questo che la legge sul fine vita, per quanto deprecabile, per quanto non necessaria nel sistema delle garanzie giuridiche teoricamente esistenti, è diventata oggi un passaggio inevitabile. La solitaria battaglia condotta per un tempo infinito da Beppino Englaro nel labirinto delle leggi, in difesa della dignità umana, del vincolo dell’ amore paterno e del dovere di protezione che lega padri e figli, ha dimostrato che la saggia e decisiva norma della Costituzione non bastava da solaa tutelare il diritto di ognuno a disporre della propria vita, a porre un limite all’ accanimento terapeutico. Ma se legge ha da esserci, bisogna che sia tale da ricondurre il momento del fine vita all’ ambito suo proprio: quello in cui ciascuno decide – personalmente se può o per il tramite di suoi fiduciari – fino a che punto è disposto a tollerare interventi sul suo corpo; quello in cui solo il medico fedele al suo giuramento può accompagnare l’ essere malato e sofferente collaborando con lui e coi familiari in scienza e coscienza. Ogni altro limite imposto per legge sancirebbe la sconfitta finale della battaglia civile che in nome della legge e dei diritti sanciti dalla Costituzione è stata condotta da Beppino Englaro. La prova di questa legge è dunque la prova dell’ esistenza o meno di una opposizione degna di questo nome: una opposizione non necessariamente disegnata dal confine dei partiti e delle maggioranze politiche, fatta da parlamentari che si sentano obbligati in coscienza a difendere con la costituzione i diritti inalienabili di ogni essere umano – dunque, anche i loro diritti.

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