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19ago/19Off

I muscoli fragili del ganassa

Articolo di Gad Lerner (Repubblica 17.8.19) “Dal decisionismo condito di disprezzo ai toni più bassi delle ultime ore. Per la prima volta sperimenta come, in politica, la forza possa facilmente trasformarsi in debolezza”

“”In milanese viene detto “ganassa” chi esibisce virtù e muscoli di cui è sprovvisto, esponendosi a indecorosi dietrofront. Possibile che a Matteo Salvini sia bastato sbagliare i tempi della crisi balneare — ormai glielo rimproverano anche i leghisti, a cominciare dall’astuto Giorgetti — per rivelarsi un ganassa? Quasi che il profilo forzuto con cui era riuscito a imporsi sulla ribalta mondiale, contenesse in sé il germe di un’insospettabile fragilità? L’estremismo politico spesso si nutre del carattere impulsivo dei suoi leader. Velocità, decisionismo, spregiudicatezza tattica, sono le loro armi a doppio taglio: in caso di fallimento, si ritorcono contro. Così, il repentino passaggio dal proclama di Pescara («Chiedo agli italiani pieni poteri, senza palle al piede») al balbettio di Castel Volturno («Mai detto di voler staccare la spina al governo»), ha rivelato in Salvini una vertigine d’insicurezza che nessuna macchina propagandistica sarebbe in grado di mascherare. L’abbiamo intuito perfino nel modificarsi della gestualità e della postura dell’uomo autoconvocatosi in una notte di mezza estate alla conquista del potere: il passaggio dalla tracotanza rivestita d’ironia, a improvvisi singulti di commozione.
Già martedì scorso, a Palazzo Madama, un Salvini più teso del solito aveva fatto ricorso all’espediente della dissimulazione. Provocava sull’abbronzatura dei senatori, mirava all’innocua scaramuccia delle interruzioni, ma si guardava bene dal pronunciare la parola “dimissioni”. Neanche un cenno sull’annunciatissima mozione di sfiducia al governo Conte. Un equilibrismo mirante a uscire dall’angolo in cui si era cacciato da solo. Celebrato dal fido tecnocrate degli algoritmi salviniani, Luca Morisi, in un tweet che suonava a involontario sfottò e che vale la pena di riportare per intero, con la sua messe di punti esclamativi e interrogativi: «Avete ascoltato l’intervento del Capitano al Senato??? Magistrale, unico, eclatante: un fuoriclasse assoluto! Questo è un leader!!!».
Sia ben chiaro, non stiamo parlando di un fenomeno da baraccone, e anzi le folle che acclamano Salvini sono un dato di realtà certificato dai risultati elettorali. Se in Italia un partito a vocazione sovranista e illiberale ha potuto decuplicare i suoi consensi in un paio d’anni, con un’improvvisa accelerazione del corso della storia, è anche perché Salvini ha saputo cogliere l’attimo, intestandosi il malessere popolare e l’incarognirsi del dibattito pubblico. Probabilmente neanche lui credeva di poter riscuotere un così trionfale consenso, ma bisogna riconoscere che c’era del metodo nel suo attivismo.
La mossa avventata che oggi lo mette in difficoltà ha origine proprio nella sua perseveranza di ventriloquo dei malumori popolari. Una perseveranza che l’ha sempre premiato quando faceva ricorso alla sfrontatezza e all’aggressività verbale. Col duplice profitto di galvanizzare i sostenitori e di intimidire gli avversari. Senza peraltro che mai nessuno gli chiedesse seriamente di renderne conto.
Tutto procedeva per il meglio. Gli era bastato arrivare terzo alle elezioni del 2018, per ergersi a portavoce minaccioso di una forza scaturita dal basso. Fino a ottenere non solo la nomina a vicepremier, ma soprattutto l’accesso alla postazione per lui più vantaggiosa: il Viminale, (mal)inteso come comando delle forze di polizia, sinonimo di ordine e disciplina. Non è un caso se giovedì scorso a Castel Volturno – fingendo di dimenticare di essersi candidato a premier – Salvini ha confidato: «Spero di restare ministro dell’Interno a lungo». Sogna forse di riunificare la guida del governo e quella dell’ordine pubblico? Di certo ha evidenziato che perdere il Viminale sarebbe per lui oggi quasi insopportabile.
Proprio questo sta rivelandosi il suo tallone d’Achille: teme che gli costerebbe caro rinunciare al Viminale come palcoscenico delle sue esibizioni di forza. Dall’alto di quella delicatissima istituzione, di cui ha voluto impossessarsi simbolicamente con la carnevalata delle divise, non solo ha scatenato la campagna dei porti chiusi ai migranti, applaudito dai tifosi della “cattiveria necessaria”. Ha voluto anche dimostrare che la funzione di ministro dell’Interno non mitigava affatto la pulsione estremistica per cui continuava ad essere premiato. Per non deludere il suo pubblico ha perfino rinforzato il sistematico ricorso al turpiloquio genitale contro ogni genere di avversario. Così abbiamo assistito al fiorire dei suoi «mi sono rotto le palle », apprezzati come fossero certificati di genuinità popolare. Fino al più recente oltraggio rivolto ai parlamentari in ferie: «Deputati e senatori alzino il culo!».
Per quarantott’ore almeno, Salvini ci ha fatto vivere la sensazione che la crisi di sistema potesse degenerare drammaticamente. Chi arriva ad apostrofare con questi toni i rappresentanti dei cittadini, per poi invocare – attraverso un plebiscito elettorale – i pieni poteri, dovrebbe sapere che sta assumendosi un rischio fatale. La storia insegna che quel disprezzo per i parlamentari proclamato da leader estremisti ha costituito la premessa di più di un’avventura autoritaria. Chi brandisce quella minaccia mette nel conto l’eventualità di un tracollo istituzionale, dichiara di essere pronto a cimentarsi in una prova di forza, se non addirittura in una contrapposizione violenta nelle piazze. Ma a questo punto, per fortuna, il ganassa Salvini si è rivelato tale. Poco importa se nel caso di Salvini si sia trattato di fifa piuttosto che di senso di responsabilità. Fatto sta che il vicepremier, con il viso contratto in un inedito rossore davanti alle telecamere, ha cambiato atteggiamento. Tanto che i suoi ex partner pentastellati, dopo un disorientamento iniziale, lo hanno percepito, si sono emancipati da quattordici mesi di subalternità, e hanno cominciato a infilzarlo. Il mansueto Giuseppe Conte l’ha accusato di slealtà e ansia di potere, giungendo a definire ossessiva la sua riduzione del tema immigrazione alla formula “porti chiusi”. Un affronto cui Salvini ha reagito con la formula tipica del ganassa che finge di essere pronto a menar le mani: «Me lo dica in faccia! ». Tanto non ci crede più nessuno. Se n’è accorto anche Luigi Di Maio, violentando la sintassi da par suo: «Quindi è inutile che ora sbraita ». Il Salvini pentito che tiene il telefono sempre acceso e continua a chiamare “amico” l’altro vicepremier, «anche se lui non vuole», sarà l’esito ultimo di una sbandata ferragostana? Di certo l’ammiratore nostrano di Putin ha rivelato quanto spuntate fossero le sue armi quando si è messo a elencare per nome e cognome, di fronte al Senato, i sostenitori della spallata decisiva cui fingeva di accingersi: ha potuto citare solo poche figure minori dell’associazionismo imprenditoriale. Il suo esercito leghista è parso sfaldarsi perfino nella realtà virtuale dei social. Matteo Salvini e Luca Morisi sono troppo giovani per ricordare il protagonista della pubblicità dell’Acqua Recoaro nei Carosello di mezzo secolo fa. Anche lui era un Capitano, il mitico Capitan Trinchetto. Si vantava di imprese mirabolanti, le sparava grosse, finché un coro iniziava a canzonarlo col ritornello: “Cala, cala Trinchetto!”. L’estate di Salvini inaugurata al Papeete con “Fratelli d’Italia” in versione dance, potrebbe chiudersi così, più modestamente, con un sano “Cala Trinchetto”.””

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