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12set/19Off

Che tristezza quelle parate di soli maschi

Articolo di Donatella Di Cesare (Espresso 8.9.19)

“”Fra gli aspetti grotteschi, funambolici e talvolta tragici della recente crisi di governo, spicca in particolare il machismo di fondo. Sullo scenario politico si avvicendano giacche, colletti bianchi, cravatte. La dominante maschile si afferma in tutto il suo strapotere. Le immagini sono indelebili nella memoria. Come non ricordare la delegazione dei Cinque Stelle che marcia a passo ritmato nel cortile del Quirinale? E tutta composta da soli uomini. Possibile che un movimento nato di recente non abbia una rappresentanza femminile? Non va molto meglio nei partiti tradizionali. Sembra paradossale che, proprio a destra sia possibile imbattersi qui e là in donne votate alla politica. Bisogna poi vedere con quale atteggiamento e quali modelli. Certo è che dalla recente crisi emerge l’assenza delle donne nella politica, nelle sue partite, nei suoi giochi, nei suoi accordi. E come se, con un colpo di spugna, si cancellasse oltre metà dell’elettorato. Viene riflessa così un’immagine desolante del Paese. Nulla di nuovo – qualcuno direbbe. In Italia mai una donna è stata eletta primo ministro. Il che non è certo un caso. D’altronde non si sono ancora rimarginate le ferite inferte dal berlusconismo alla dignità delle donne. Ben poco è cambiato da allora e, anzi, durante l’ultimo anno, nel buio periodo dell’odio e della regressione, le cose sono persino precipitate. Più che di assenza si deve parlare a chiare lettere di estromissione delle donne dallo spazio pubblico. E con questo si intende non solo quello della governance politica, ma anche quello dei media, dei nuovi media, dei talk show, dei dibattiti, dei festival, dei convegni. Solo in parte si può rimproverare alle donne di essere afasiche. Prima ancora di venire azzittite, sono costrette subdolamente a farsi da parte, demoralizzate e sconfortate dalla fatica immane che costerebbe guadagnarsi anche solo qualche centimetro di quello spazio pubblico. Molte perciò rinunciano a priori, relegandosi alla sfera privata e consegnandosi a una sorta di limbo politico. Sarebbero allora auspicabili da parte maschile apertura, incoraggiamento, attenzione, ascolto. Capita, certo, di farne esperienza. Ma è innegabile che il più delle volte si ostenti quel paternalismo del bon ton che concede, suo malgrado, un po’ di quote rosa, tanto per mettersi sbrigativamente a posto la coscienza. E non mancano neppure quelli che deridono apertamente le pari opportunità, un artificio escogitato per chi non avrebbe meriti effettivi né carte per competere. «C’è qualche donna?». «Uff! Ok, allora siamo a posto». Si è già detto più volte, e non si ripeterà mai abbastanza, che le quote rosa sono un palliativo che ha avuto qualche esito nel contesto americano, dove è forte la pressione delle donne, ma che nei Paesi europei, e soprattutto in Italia, si è rivelato quasi un boomerang. Semplicemente perché la questione è ben più ampia e profonda – non si riduce a numeri e porzioni, per quanto siano meglio di niente. Il punto è che così si è incentivato un modello competitivo che ha promosso alcune donne a scapito di tutte le altre. Quelle apparentemente adatte allo spazio pubblico, idonee alla governance politica e aziendale, sono le donne che si conformano acriticamente ai modelli maschili. Che lo sappiano o no. Che importa avere una ministra, se poi mette la firma per chiudere i porti a bambini e donne in mezzo al mare in tempesta? Dov’è la differenza rispetto a un uomo? E perché si dovrebbe essere soddisfatte di aver lottato per un tale risultato? Chi mai potrebbe riconoscersi in donne aggressive, prepotenti, che sgomitano per farsi avanti, che ripropongono a loro volta parole e gesti sessisti, che farebbero carte false pur di conservare quella fetta di potere conquistata? L’Italia è uno dei Paesi occidentali dove la rappresentanza femminile è più bassa. Ma il problema non si riduce alla sotto-rappresentazione, né tanto meno alle pari opportunità di potere. Discriminare per uguagliare non è la via giusta. E gli esiti sono già evidenti: se le ragazze-immagine, le veline che continuano a costellare la scena, sono le controfigure di un sistema politico maschile, lo sono, pur se in modo diverso, le donne che, una volta entrate nella cittadella del potere, sbiadiscono nel grigio di quel dominio che contribuiscono a perpetuare. Il femminismo liberale mostra anche nel con *** testo italiano tutti i suoi limiti favorendo poche privilegiate e lasciando tutte le altre donne nell’oscurità e nel silenzio. Si fa credere che ciò che conta sia l’emancipazione intesa come carriera. Tanto più se la carriera è tradizionalmente maschile: la prima astronauta, la prima pilota di jet, la prima squadra di volley, ecc. Passa del tutto in secondo piano la liberazione interiore, il dissenso critico, che si articolano grazie alla cultura, alla riscoperta di quel pensare altro e sentire altro che è il patrimonio delle donne. Non è un caso che accanto alla politica delle pari opportunità – dipartimento affidato nell’ultimo governo a un uomo, tanto per rimarcare beffardamente chi gestisce davvero il potere – vengano promosse quelle iniziative che finiscono per essere autoreferenziali. Le donne parlano di sé – senza risvegliare interesse negli uomini, senza, anzi, essere ascoltate. Che segnalino le violenze subite, che raccontino le proprie storie, che denuncino le proprie esperienze di lavoro, tutto, o quasi, finisce in un circolo autoreferenziale che finisce per non avere incisività politica. Le donne non parlano come donne nella comunità per la comunità. Sono pochissime quelle che riescono a farlo. In Italia non mancano giornaliste, scrittrici, sindacaliste, intellettuali, artiste. Eppure i margini di parola, anziché ampliarsi, si sono andati in quest’ultimo anno riducendo. La politica dell’odio, la violenza diffusa, la brutalizzazione della società, hanno colpito le donne, vittime di una umiliazione sistematica senza precedenti e che è inimmaginabile in La delegazione del Movimento 5 Stelle al Quirinale un Paese civile. Il popolo dei maschi suprematisti e xenofobi, rozza manovalanza del populismo reazionario e del sovranismo leghista, è stato sguinzagliato contro qualsiasi donna cercasse di argomentare e di ragionare su un problema. La grossolanità contro la riflessione, l’insulto sessista contro le parole. Di quegli attacchi terribili, privi di contenuto, a cui gran parte del Paese ha assistito impassibile, non resta che l’offesa. Si sbaglia, però, credendo che tutto finisca qui. Le ferite inferte in quest’ultimo anno alle donne che hanno osato parlare, e che sono state per questo denigrate, diffamate, colpite nel modo più vile, sono altrettante ferite inferte alla comunità. Inutile lottare contro il femminicidio, lo stupro, gli abusi sessuali, se si ammette questa aggressività senza freni. I primi responsabili sono quei politici che, da una posizione di potere, hanno avallato e fomentato tutto ciò. L’esclusione ormai parossistica delle donne non è senza effetti per lo spazio pubblico che ne viene perciò depauperato. In Italia manca la voce delle donne, manca il loro pensiero, manca una prospettiva politica femminile. Eppure ci sarebbero tante potenzialità. I movimenti dal basso, come «ni una mens», non sono stati fermati. Esiste un femminismo anticapitalista e antirazzista che va ritrovando le proprie aspirazioni. È dalle donne, quelle che subiscono violenza, ma anche quelle semplicemente in ombra, relegate alla quotidiaità domestica, lasciate nella solitudine, che l’opposizione questo stato di cose deve ripartire””

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