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28set/180

Accadde oggi: iniziano le Quattro Giornate di Napoli

28 settembre

1943 – Ha inizio a Napoli l’insurrezione popolare, celebrata con il nome delle “Quattro Giornate di Napoli“, in cui i civili, con l’apporto di militari fedeli al cosiddetto Regno del Sud, liberarono la città dalle forze armate tedesche.
Dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana” (Luigi Longo, “Un Popolo alla macchia)
(In fondo potrai vedere alcune sequenze dal film “Le Quattro Giornate di Napoli” di Nanni Loy accompagnate dalla canzone “Napul’è” di Pino Daniele)
Per tutto il primo quadriennio di guerra fino al culmine del ’43, Napoli fu sottoposta a durissimi bombardamenti da parte delle forze alleate, che causarono ingenti perdite in termini di vite umane anche tra la popolazione civile. Si calcola che oltre 25.000 furono le vittime di questi attacchi alla città, per non menzionare i danni ingentissimi al patrimonio artistico e culturale: fu semi-distrutta la Basilica di Santa Chiara, la Biblioteca con il patrimonio archivistico, mentre solo nel bombardamento del 4 agosto morirono oltre 3.000 persone; circa 600 morti e 3.000 feriti si ebbero invece per lo scoppio della nave Caterina Costa nel porto, nel marzo.
Sin dai giorni immediatamente seguenti l’Armistizio di Cassibile, in città si andarono intensificando gli episodi di intolleranza e di resistenza verso l’occupante nazista e le azioni armate, più o meno organizzate, fecero seguito alle manifestazioni studentesche in piazza del Plebiscito. Il 10 settembre tra piazza del Plebiscito e i giardini sottostanti, avvenne il primo scontro cruento, con i napoletani che riuscirono a bloccare alcuni automezzi tedeschi; nei combattimenti morirono 3 marinai e 3 soldati tedeschi. La rappresaglia per gli scontri di piazza del Plebiscito non tardò ad arrivare: i nazisti, infatti, appiccarono un incendio alla Biblioteca Nazionale ed aprirono il fuoco sulla folla intervenuta.
Il 23 una nuova misura repressiva adottata dal colonnello Walter Schöll prevedeva lo sgombero (entro le ore 20 dello stesso giorno) di tutta la fascia costiera cittadina sino ad una distanza di 300 metri dal mare; in pratica circa 240.000 cittadini furono costretti ad abbandonare in poche ore le proprie case per consentire la creazione di una “zona militare di sicurezza” che sembrava preludere alla distruzione del porto. L’insurrezione popolare fu allora inevitabile, i cittadini furono chiamati a scegliere tra la sopravvivenza e la morte, o la deportazione forzata in Germania. Spontaneamente in ogni punto della città, persone di ogni ceto sociale e di ogni occupazione, si riversarono nelle strade per organizzarsi ed imbracciare le armi. Si unirono a loro anche molti dei soldati italiani che solo pochi giorni prima si erano dovuti dare alla macchia.
Il 27 caddero nelle mani degli insorti alcuni depositi di armi e munizioni. Una delle prime scintille della lotta scoppiò al quartiere Vomero dove un gruppo di persone armate fermò un’automobile tedesca uccidendo il maresciallo che era alla guida. Dopo un’ampia retata dei tedeschi che catturarono in vari punti della città circa 8.000 uomini, 400, forse 500 uomini armati aprirono i combattimenti. In serata, venivano assaltati e depredati i depositi d’armi delle caserme. Lo stesso giorno, il colonnello Walter Schöll, assunto il comando delle forze armate occupanti in città, ordinò il coprifuoco e proclamò lo stato d’assedio con l’ordine di passare per le armi tutti i responsabili di azioni ostili alle truppe tedesche: cento napoletani per ogni tedesco eventualmente ucciso. Ormai la rabbia e l’esasperazione dei napoletani, in seguito alle esecuzioni indiscriminate, ai saccheggi, ai rastrellamenti della popolazione civile, alla miseria e alle distruzioni della guerra che mettevano in ginocchio la città intera, stava montando spontanea, priva di un contatto esterno organizzativo. L’insurrezione di Napoli infatti avvenne spontaneamente, senza contatti con le forze strutturate dell’antifascismo, come il Fronte Nazionale (diretta emanazione del CLN).
Napoli-1943-distribuzione-armiAll’alba del 28 settembre la rivolta esplose fulminea al Vomero e da Chiaia a piazza Nazionale. Non vi furono collegamenti fra un centro e l’altro dell’incendio, ma l’insurrezione cominciò ad ardere in decine di punti diversi. Il 28 settembre fu la giornata dell’ardimento popolare sfrenato e travolgente: tra le decine e decine di combattimenti, tanti giovinetti.
Per quattro giorni, dal 28 settembre all’1 ottobre 1943, i napoletani scelsero la lotta aperta, imbracciarono le armi, eressero barricate, lanciarono bombe, tesero agguati, costringendo le truppe tedesche alla resa, alla fuga. Resistettero al nemico artisti, poeti, scrittori, anche Sergio Bruni, che diventerà il re della canzone napoletana, fu ferito.
Nel corso di queste quattro giornate, anche gli ufficiali dell’esercito italiano (spariti in un primo momento) e gli antifascisti si unirono ai sollevati e si misero alla loro testa.
quattro_giornateQuanti presero le armi, vecchie armi italiane meno efficienti, meno micidiali di quelle tedesche (i fucili ’91 dell’altra guerra e perfino i moschetti dei balilla senza otturatori, che dovettero essere recuperati altrove), furono dunque qualche centinaio. Le azioni di scontro in ogni quartiere della città e soprattutto al Vomero, all’Arenella, a Capodimonte, a Ponticelli, infittite e protratte negli ultimi tre giorni del settembre e nella mattinata del primo ottobre, furono decisive per affrettare l’abbandono della città da parte delle truppe tedesche proprio per la attiva solidarietà della popolazione con quel pugno di combattenti, che si moltiplicava in ogni punto della città.
I tedeschi avrebbero voluto ridurre l’abitato a cenere e fango, avevano minato, fatto saltare in aria, incendiato case, alberghi, battelli in mare, impianti di servizi, l’Archivio di Stato. Le distruzioni sarebbero state infinitamente maggiori se la popolazione non fosse coralmente insorta a sostenere i suoi studenti, i suoi operai, i suoi uomini più consapevoli nella lotta aperta.
Il 1° ottobre alle 9:30 i primi carri armati alleati entrarono in città, mentre alla fine della stessa giornata, il comando tedesco in Italia, per bocca del maresciallo Albert Kesselring, considerò conclusa la ritirata con successo. Il bilancio dei tremendi scontri delle “Quattro Giornate di Napoli” non è concorde nelle cifre; secondo alcuni autori, nelle settantasei ore di combattimenti, morirono 168 partigiani e 159 inermi cittadini; secondo la Commissione ministeriale per il riconoscimento partigiano le vittime furono 155 ma dai registri del Cimitero di Poggioreale risulterebbero 562 morti.
giornatenapoliL’avvenimento, che valse alla città di Napoli il conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Militare, consentì alle forze alleate di trovare al loro arrivo, una città già libera dall’occupazione nazista. Facendo un bilancio, oltre l’importantissimo risultato morale e politico dell’insurrezione, le “Quattro Giornate di Napoli” ebbero il merito di impedire che i tedeschi potessero organizzare una resistenza in città o che, come Adolf Hitler aveva chiesto, Napoli fosse ridotta «in cenere e fango» prima della ritirata. Fu evitato che il piano di deportazione di massa avesse successo, grazie ai 1.589 combattenti ufficialmente riconosciuti e per la resistenza civile e non violenta di tanti napoletani, fra cui preti e giovani operaie, «scugnizzi» e professori, medici e vigili del fuoco, studenti e disoccupati. È da notare che la gran parte dei combattimenti si ebbero esclusivamente tra italiani e tedeschi, a differenza di altri episodi della Resistenza.
Medaglie d’oro a questi giovanissimi combattenti : Gennaro Capuozzo detto Gennarino (12 anni), Filippo Illuminati (13 anni), Pasquale Formisano (17 anni), Mario Menechini (18 anni).

 

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