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Accadde oggi: catturato ed ucciso Che Guevara

08 ottobre

1967 – In Bolivia, a Quebrada del Yuro, Ernesto Guevara de la Serna, detto il Che (1928 – 1967) viene ferito e catturato da un reparto anti-guerriglia dell’esercito boliviano, assistito da forze speciali statunitensi costituite da agenti della CIA, assieme ad altri guerriglieri, a pochi km dal villaggio di La Higuera. Verrà ucciso il giorno seguente.
(In fondo potrai vedere due tributi a Che Guevara accompagnati dalle canzoni “Hasta la victoria siempre Commandante Che Guevara e “Stagioni” di Guccini)
Cattura e morte: Hasta la victoria siempre; Patria o muerte
Guevara, durante i primi giorni di ottobre, ormai con poche informazioni, senza viveri e con scarse vie di scampo, si rifugia in un canalone (quebrada) dove è circondato da forze militari preponderanti; qui Guevara è catturato.
Le numerose foto di Guevara e degli altri membri del gruppo, lasciate nel campo base abbandonato a seguito dei primi scontri con l’esercito boliviano nel marzo 1967, fornirono la prova della presenza del rivoluzionario argentino nel paese. Si dice che il Presidente boliviano Barrientos espresse il desiderio di vedere la testa di Guevara piantata su una picca e mostrata nel centro di La Paz. Ordinò quindi all’esercito di dare la caccia al gruppo cubano.
Il reparto cubano composto da circa 50 combattenti e denominato ELN (Ejército de Liberación Nacional de Bolivia), era ben equipaggiato e inizialmente conseguì un certo numero di successi contro le forze boliviane, sul terreno difficile e montuoso. In settembre, tuttavia, l’esercito riuscì ad eliminare due gruppi guerriglieri. Nell’ultima battaglia, Guevara si arrese dopo essere stato ferito alle gambe e dopo che il suo fucile era stato distrutto.
L’uccisore di Guevara fu un sergente dell’esercito sorteggiato tra alcuni volontari. Su quanto accadde dopo, esistono diverse versioni. Si dice che era troppo nervoso, al punto di uscire dal locale, una scuola, dove era prigioniero il Che, e di dovervi essere ricondotto dentro a forza. Per altri, non volle guardarlo in faccia, così da sparargli alla gola, ferita che sarebbe stata fatale. Per altri ancora, il sergente avrebbe avuto bisogno di ubriacarsi, al fine di portare a termine il compito. La versione più accreditata racconta che Guevara ricevette diversi spari alle gambe, sia per evitare di deturpargli il volto ed ostacolarne l’identificazione, sia per simulare ferite in combattimento, così da nascondere l’esecuzione sommaria del prigioniero; colpo di grazia, un colpo al petto. Si è detto che avrebbe accolto così il suo uccisore: “So che sei qui per uccidermi. Spara dunque, codardo, stai solo uccidendo un uomo“.
Poi il suo corpo fu legato ai pattini di un elicottero, e portato a Vallegrande, dove venne adagiato su un piano di lavaggio dell’ospedale e mostrato alla stampa. Le fotografie prese allora fecero nascere leggende come quelle di San Ernesto de La Higuera e El Cristo de Vallegrande. Dopo che un medico militare ebbe amputato le mani al cadavere, l’esercito boliviano fece sparire il corpo, rifiutandosi di rivelare se i resti fossero stati sepolti o cremati.
Un altro fatto, di minore rilevanza, collegato alla morte di Guevara fu l’arresto di Régis Debray, un giovane professore di filosofia all’Università dell’Avana, studente all’Ecole Normal del filosofo marxista Althusser. I suoi reportages furono importanti per la conoscenza in Occidente di Guevara e per alimentarene la leggenda.
Il 15 ottobre Castro riconobbe pubblicamente la morte di Guevara e proclamò tre giorni di lutto nazionale a Cuba.

morte guevaraI rapporti con Cuba
La morte del Che fu vista come fallimento per i movimenti rivoluzionari d’impronta socialista operanti nell’America latina e nel resto del terzo mondo. Medico, già da giovane studente, il Che si era occupato soprattutto delle condizioni socioeconomiche dell’America Latina e dei paesi del cosiddetto terzo mondo. Diresse l’attacco condotto dalla sua “squadra suicida” (un reparto che svolse le missioni più rischiose dell’esercito rivoluzionario) su Santa Clara, determinante per la vittoria.
Ministro nel governo cubano, sempre attento osservatore sociale, l’elaborazione politica lo portò a un orientamento filo-cinese dopo la rivoluzione. Tale posizione fu sempre più problematica per Cuba, perché l’economia del paese diventava ormai dipendente dall’Unione Sovietica.
Nell’anno della sua morte, Castro rese pubblica una lettera priva di data, scrittagli da Guevara diversi mesi prima, in cui si riaffermava la sua solidarietà con Cuba, ma dichiarava anche di abbandonare l’isola e di andare a combattere altrove per la Rivoluzione. “Altri paesi nel mondo hanno bisogno dei miei modesti sforzi“. Guevara si dimetteva da tutte le cariche che occupava, nel governo, nel partito e nelle forze armate. Rinunciava anche alla cittadinanza di Cuba, che gli era stata concessa per i suoi meriti nella rivoluzione.
Dopo il 1965, lasciò Cuba per attuare la Rivoluzione popolare in altri Paesi, prima nell’ex Congo Belga (ora Repubblica Democratica del Congo), poi in Bolivia.

Il mito: la foto Guerrillero Heroico
I suoi scritti, lo spirito terzomondista, il coraggio e l’amore per la libertà, insieme al disinteresse per la vita politica da ministro, ne fecero l’icona rivoluzionaria più amata dai giovani sessantottini. Canzoni, saggi, foto, poster, il bellissimo volto del Che e le sue parole d’ordine divennero uno dei simboli per i giovani di tutto il mondo.
250px-GuerrilleroHeroicoTestimonianza della grande risonanza mediatica dell’immagine di Guevara, è la fotografia del Che scattata nel ‘60 dal fotografo Alberto Korda e da questi regalata all’editore italiano Giangiacomo Feltrinelli, diventata una delle immagini più famose del secolo, tanto da essere considerata la più riprodotta in assoluto della storia della fotografia. Meno nota è la circostanza dello scatto: i funerali di 81 cubani morti durante un attentato terrorista (scoppio e incendio di una nave) degli anticastristi e della CIA. Korda usò una Leica M2 con lenti di 90 mm e con pellicola Kodak Plus-X, che ospitava già fotogrammi di Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir e Fidel Castro, tutti presenti alla cerimonia. Korda riuscì a scattare due fografie al comandante Guevara, la prima in orizzontale e la seconda in verticale. Disse il fotografo: «L’ho guardato attraverso la Leica e ho scattato due foto: una orizzontale, mentre stava chiudendo la zip del giubbotto; una verticale, più bella».
La fotografia rimase praticamente semisconosciuta per i successivi sette anni. Nel 1967 l’editore Giangiacomo Feltrinelli di ritorno dalla Bolivia si recò a L’Avana, incontrò Alberto Korda. Il fotografo gli regalò due copie della sua foto, senza volere alcun compenso. Tornato in Italia, Feltrinelli scelse proprio il ritratto del Che realizzato da Korda come copertina del “Diario in Bolivia del Che“. Decise anche di stampare diverse centinaia di migliaia di poster con la stessa immagine, tappezzando Milano, dopo la morte del comandante. Lo scatto di Korda da allora è divenuto una delle fotografie più celebri e più riprodotte della storia. Diffusa dapprima in ambito politico e successivamente al circuito artistico, nel corso degli anni l’immagine è stata reinterpretata e riprodotta nei più vari settori: design, moda, cinema, pubblicità. Nonostante questo, il suo autore non ha mai reclamato i diritti né ha ricevuto alcun compenso a differenza dell’editore Feltrinelli. Egli stesso ha dichiarato: «Ma io lo perdono [Feltrinelli], perché così facendo mi ha reso famoso».
Nel 1951 Guevara, con un suo vecchio amico, Alberto Granado, un biochimico aveva intrapreso un viaggio attraverso il Sudamerica. Partirono quindi a cavallo di una motocicletta Norton Model 18 di 500 cc del 1939, cui Granado aveva dato il soprannome di “La Poderosa II“. La loro idea era di passare qualche settimana nel lebbrosario di San Pablo, in Perù, sulle rive del Rio delle Amazzoni, a compiere attività di volontariato. Guevara raccontò questo viaggio nel diario “Latinoamericana” (Notas de viaje). Anche questo diventò mito. Nel 2004, verrà tratto il film “I diari della motocicletta” e nel 1997 i Modena City Ramblers ne scrissero un canzone intitolata “Transamerika” contenuta nel loro album “Terra e libertà“.

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