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Accadde oggi: muore Edith Piaf

11 ottobre

1963 – Muore a Grasse, nel sud della Francia, Édith Piaf. E’ stata la maggiore “chanteuse realiste” francese tra gli anni ’30 e ’60.
Con la sua voce variegata e caleidoscopica, capace di mille sfumature, la Piaf anticipò di oltre un decennio quel senso di ribellione e di inquietudine che incarnarono poi gli artisti intellettuali della “rive gauche“, di cui fecero parte Juliette Greco, Camus, Queneau, Boris Vian, Vadim.
Quello che colpiva chi la sentiva cantare è che nelle sue interpretazioni sapesse usare di volta in volta toni aggressivi e acidi, sapendo magari passare subitaneamente a inflessioni dolci e venate di tenerezza, senza dimenticare quel certo spirito gioioso che solo lei era in grado di evocare.
(In fondo potrai vedere Édith Piaf cantare “La foule” in uno dei suoi ultimi recital)
Il padre Louis faceva l’artista di circo e la madre era una cantante di strada. Appunto per strada, davanti al numero 72 di rue de Belleville, pare abbia partorito Édith, aiutata da un poliziotto. La piccola visse inizialmente la sua infanzia dalla nonna materna, a cui non importava assolutamente nulla della piccola Édith, poi fu portata dal padre dalla nonna paterna, una prostituta che comunque si prese molta cura di lei.
Édith iniziò a cantare per strada per rimediare qualche moneta e dar da mangiare a se stessa e al padre, che nel frattempo le si era riavvicinato; cantò La Marsigliese con quella sua voce già piena di rabbia e ruvidezza ma che iniziava a prendere forma.
A 17 anni ebbe una figlia, ma la bimba morì a causa di una meningite a soli due anni. Duramente provata dalla vita, dopo un’audizione al “Le Gerny’s”, piccolo locale dove si faceva cabaret, debuttò nel 1935. Molti i personaggi famosi che accorsero per ascoltare la sua voce: uno fra tutti, Maurice Chevalier.
Durante la seconda guerra mondiale, Piaf era contro l’invasione tedesca e si esibì nei campi militari e nei campi di concentramento per prigionieri di guerra. Fu in quel periodo che conobbe e si innamorò di Yves Montand; cantò con lui al Moulin Rouge.
Nel 1946 scrisse le parole della canzone che, nel Dopoguerra, diventò per i francesi l’inno del ritorno alla vita: La vie en rose. Nel testo la Piaf ribadiva la sua incrollabile fede nell’amore e il suo ingenuo ottimismo, temi, questi, che furono costanti nelle sue canzoni. Pochissime canzoni nella storia della musica leggera possono vantare una fama comparabile e tante differenti versioni discografiche.
Nel 1948 conobbe il pugile Marcel Cerdan, campione del mondo dei pesi medi, di cui si innamorò; ma la felicità durò poco; infatti, mentre stava volando da lei per raggiungerla negli Stati Uniti, l’aereo cadde e Cerdan morì. Completamente distrutta dalla morte del compagno, Piaf iniziò a bere e a far uso di droghe. Dedicò una canzone al suo amore perduto, la splendida Hymne à l’amour che portò al successo a livello mondiale.
Piaf continuò a deliziare i francesi con molte altre canzoni destinate a diventare dei classici come Le vagabond, Milord, La foule e Non, je ne regrette rien.
Suo ultimo marito fu Theo Sherapo, cantautore, che trasportò il corpo della cantante a Parigi da Grasse, dove era morta per complicanze di una broncopolmonite. La vita di Édith Piaf fu sfortunata e costellata da una miriade di fatti negativi: incidenti stradali, coma epatici, interventi chirurgici, delirium tremens e anche un tentativo di suicidio. In una delle sue ultime apparizioni pubbliche la si ricorda piccola e ricurva, con le mani deformate dall’artrite, e con radi capelli; solo la sua voce era inalterata e splendida come sempre.

La città di Parigi le ha dedicato una piazza e recentemente anche una statua, nel 20.mo arrondissement.

Disse di lei Jean Cocteau, che intuì il suo talento quando esso era ancora ignoto persino lei stessa: «Guardate questo piccolo essere le cui mani sono quelle della lucertola delle pietre. Guardate la sua fronte di Bonaparte, i suoi occhi di cieca che hanno ritrovato la vista. Come farà a far uscire dal suo petto minuto i grandi lamenti della notte? Ed ecco che canta, o meglio, come l’usignolo di aprile prova il suo canto d’amore. Avete ascoltato questo lavorio dell’usignolo? Soffre. Esita. Si schiarisce. Si strozza. Si lancia e cade. E d’improvviso, trova la sua strada. Vocalizza. Sconvolge».

 

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