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2dic/19Off

Accadde oggi: Benazir Bhutto eletta Presidente in Pakistan

02 dicembre

1988 – Benazir Bhutto entra in carica come Primo Ministro del Pakistan, divenendo così, a trentacinque anni, la prima donna a ricoprire tale incarico in un paese musulmano. Interprete dell’emancipazione femminile e dei diritti umani nell’Islam, il suo tentativo di modernizzare e laicizzare il paese islamico finirà con un attentato, nel quale Benazir morirà.
L’estate trasformava la mia cella un forno, la mia pelle si seccava e si piagava, si staccava a squame nelle mie mani.” (In fondo potrai vedere un video sull’assassinio di Benazir Bhutto)
Benazir_Bhutto__Martyr_by_BenHeineBenazir Bhutto era la figlia primogenita del deposto Primo Ministro pakistano Ali Bhutto e di Nusrat Bhutto, di origini curdo-iraniane. Il nonno paterno era invece un sindhi ed era stato una delle figure chiave del movimento indipendentista pakistano. Effettuati gli studi intermedi in Pakistan, nel 1973 conseguì la laurea in scienze politiche presso l’università statunitense di Harvard. Si trasferì in seguito a Oxford per studiare economia, ricevendo un’educazione occidentale. Non ancora ventenne, divenne assistente del padre, che aveva cercato di avviare il suo paese verso la modernizzazione culturale e economica, promuovendo altresì il laicismo e l’emancipazione femminile.
È il 1981 quando finisce in una cella d’isolamento di una sordida galera del Sindh “Avevo i capelli cotti e secchi, le invasioni di armate di cavallette e zanzare, di api e di vermi che sbucavano da sotto le assi del pavimento. E gli scarafaggi e i morsi dei ragni e delle formiche rosse, la notte, fin sotto al lenzuolo” ricorderà in un’intervista. Durò fino al 1984, quando ottenne di espatriare e di raggiungere Londra. Non una fuga, ma la preparazione della rivincita. E rivincita sarebbe stata al suo ritorno, il secondo ritorno nel 1988, tra ali di folla in festa sulla Mall Road di Lahore, il generale Zia in fuga.
In quel fatidico 1994 in cui iniziò la conquista dei talebani, parlò alla conferenza del Cairo sui diritti umani. ”Non c’è nessuno meglio di Benazir col velo e l’accento british, Benazir che conosce le libertà civili e la democrazia liberale, per interpretare questo ruolo” scrissero i giornali occidentali. Nel 1999 lasciò volontariamente il Paese, per un esilio durato otto anni. I suoi due fratelli furono uccisi in modo misterioso, ma comunque per aver tentato la scalata al potere che aveva intrapreso la stessa Bhutto, forse anche in una faida familiare, mai chiarita.
Non fu facile perciò, particolarmente per una Donna, arrivare dopo otto anni all’aeroporto di Karachi e buttarsi nuovamente nella politica violenta da colpo di Stato in un paese-chiave per il terrorismo internazionale, legato agli USA, sempre in bilico sulla guerra civile. Nel 2007 l’ex primo ministro aveva intavolato una trattativa con l’allora presidente pakistano, il generale Musharraf, per una divisione dei poteri nel Paese. Grazie a un’amnistia, Bhutto era rientrata nel Paese. Il provvedimento era stato preso da Musharraf nell’ambito di un’intesa che aveva garantito a quest’ultimo di diventare per la terza volta presidente del Pakistan. Lei si mosse tra affermazioni e insuccessi personali e del suo partito, tra accuse di corruzione al marito, violenze, durezze personali per la conquista del potere.
benazir-bhutto-sa-vie-en-images-24_457Il suo ritorno in patria, per prepararsi alle elezioni del 2008, fu funestato il 18 ottobre 2007 da un attentato che causò 138 vittime e almeno 600 feriti. Le esplosioni ebbero luogo a Karachi durante un corteo di sostenitori che accoglieva l’entrata dell’ex Primo Ministro nella città, subito dopo il suo arrivo all’aeroporto. Benazir Bhutto, su un camion blindato dal quale salutava i cittadini e sostenitori, rimase illesa.
La Bhutto trovò poi la morte il successivo 27 dicembre in un attacco suicida, avvenuto al termine di un suo comizio a Rawalpindi a pochi giorni dal voto. Era eliminata la leader dell’opposizione pachistana, icona anti-islamista e filo-americana: un colpo d’arma da fuoco sparato da un kamikaze che si è successivamente fatto saltare in aria uccidendo almeno 20 persone.
La Bhutto è figura emblematica di una doppia sfida: quella di essere Donna, benché privilegiata e potente, e quella di partecipare alla vita politica in un’area del mondo, il Pakistan, segnata dal terrorismo internazionale e da lotte interne politico-religiose di estrema violenza. Anche la sua morte, come la sua vita è segnata da questo doppio segno di modernità e di violenza arcaica. Infatti, alcuni commentatori hanno osservano come l’attentato fosse avvenuto all’indomani della stretta intesa raggiunta tra lo stesso Musharraf e il presidente afgano Hamid Karzai. Egli avrebbe dovuto incontrare anche la Bhutto per una strategia più stringente nella lotta ai Talebani che controllano di fatto il confine tra i due paesi. Un’intesa favorita attivamente dagli USA. Al-Qa’ida, grande accusata dell’attentato mortale, tuttavia negò ogni addebito con la smentita del leader talebano Mehsud il quale escluse ogni coinvolgimento nella vicenda, ma dello stesso Mehsud fu intercettata una telefonata nella quale avrebbe parlato con gli organizzatori dell’attentato. I commentatori internazionali hanno sottolineato sia l’aspetto di icona emancipata della Bhutto, sia la sua appartenenza ad una famiglia di potere, tipica della tradizione feudale del vasto mondo dell’ex-impero britannico.

 

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