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6dic/170

Accadde oggi: sciagura mineraria in West Virginia

06 dicembre

1907 – Alle ore 10.30 del mattino nella miniera di carbone di Monongah in West Virginia si verificò una terrificante esplosione. L’esplosione si propagò per centinaia di metri dalla galleria otto alla sei. Sopravvissero in cinque, per gli altri non ci fu scampo. Il boato si sentì a trenta chilometri di distanza. Ci vollero molti giorni per recuperare i corpi, che erano carbonizzati e sfigurati, in gran parte irriconoscibili.
Il numero e l’identità della maggior parte degli scomparsi sono rimasti ignoti a causa della presenza di moltissimi minatori che all’ingresso in miniera non venivano registrati. Le cifre ufficiali parlano di 362 vittime, di cui 171 italiane, ma sicuramente furono molte di più, probabilmente quasi un migliaio.
E’ stato il più grave disastro minerario che la storia degli Stati Uniti d’America ricordi e rappresenta anche la più grave sciagura mineraria italiana.
(In fondo si potrà vedere un filmato sulla tragedia accompagnato da una canzone del gruppo folk The Hillbilly Gypsies)

dire_11763748_15470A Monongah, piccolo paesino tra i boschi dei monti Appalachi, abitavano 3.000 persone, vivevano per la miniera della Fairmont Coal Company. Estraevano carbone e ardesia. Vi lavoravano grandi e piccoli. Ogni uomo regolarmente assunto e con il bottone di ottone, che riportava la sua matricola, appuntato sul petto portava con se almeno due aiutanti, erano adolescenti o bambini, la loro discesa sotto terra non era registrata da nessuna parte. Pochissimi furono riconosciuti.
Gli adulti guadagnavano 10 centesimi l’ora, i ragazzini ricevevano una mancia legata alla quantità di carbone che portavano in superficie. Vivevano in baracche di legno ricoperte di carta catramata, in dieci per stanza, pagando anche dieci dollari al mese, metà dello stipendio.
Quel venerdì mattina una scintilla incendiò il grisou, il gas che riempiva le gallerie, non si è mai saputo perché e le inchieste non hanno trovato responsabili.
Venne allestita una camera mortuaria nella sede della banca, un luogo di cui nessuno si fidava tanto che i morti avevano i risparmi arrotolati nella cintura. Quando fu piena si cominciò ad allineare i cadaveri sul corso principale. Una folla di madri, vedove e orfani vagava alla ricerca di qualche segno di riconoscimento. Le scarpe, una giacca, i segni della barba. Alla fine soltanto 362 ebbero un nome e il diritto alla lapide. Gli altri ebbero sepoltura comune, o rimasero sotto il carbone.
Su sei vagoni ferroviari arrivarono 500 casse di legno. Il sindacato dei minatori disse che tanti erano state le vittime, i giornali arrivarono a parlare di mille morti. Di certo ci furono 250 vedove e un migliaio di orfani.
E’ stato il più grande disastro minerario della storia americana. E di quella italiana. 171 dei morti riconosciuti erano emigrati dal nostro Paese. Più che a Marcinelle, in Belgio dove nel disastro del 1956 morirono 136 italiani. Ben 87 venivano dal Molise, poi dalla Calabria, dall’Abruzzo e dalla Campania.
Gente povera, semianalfabeta, sfruttata. Solo l’anno precedente erano arrivavati ad Ellis Island, la porta d’ingresso per l’America, più di 300mila emigranti dall’Italia. Dalla baia di New York li portavano qui per soddisfare il bisogno di carbone e legname del boom industriale americano. La compagnia anticipava i 15 dollari del viaggio, che poi avrebbe trattenuto dalle paghe settimanali.
1133784678_h_fu_EMIG_20051205Erano giovanissimi e vivevano quasi da reclusi come racconta il direttore dei Quaderni sulle Migrazioni, Norberto Lombardi, nel libro “Monongah 1907, una tragedia dimenticata“. I campi di lavoro erano controllati da guardie armate, non si poteva evadere, se non prima di aver pagato tutti i debiti. Anche il cibo si comprava allo spaccio della compagnia mineraria che tratteneva la spesa dallo stipendio. Così erano sempre sotto scorta, tanto che circolava una battuta: “Gli emigranti italiani fanno parte tutti della famiglia Reale”.
All’epoca della tragedia di Monongah la legislazione sulla sicurezza nelle miniere degli Stati Uniti era assai carente, e tale rimase per lungo tempo.
Per comprendere quanto fossero arretrate le misure di sicurezza nelle miniere è sufficiente pensare che sino a pochi anni prima della strage del 1907 l’unico dispositivo adottato dai minatori per rilevare le spesso letali sacche di gas consisteva nel condurre con sé nei pozzi alcuni uccellini in gabbia. In caso di presenza di gas gli animali, a causa della loro gracilità, sarebbero rapidamente morti, segnalando così ai lavoratori l’imminente pericolo.
Per i minatori era assai difficile migliorare le tremende condizioni in cui erano costretti a lavorare: tre italiani che nel 1879, a Eureka, in Nevada, avevano promosso uno sciopero per cambiarle, furono barbaramente linciati.
Sostanzialmente i provvedimenti legislativi in materia di sicurezza venivano adottati solo successivamente (e in conseguenza) al clamore suscitato nell’opinione pubblica dagli incidenti minerari più gravi ed eclatanti. Così avvenne anche nel caso dell’ecatombe di Monongah.

 

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