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15feb/19Off

Accadde oggi: nasce Toto’

15 febbraio

1898 – Nasce, a Napoli nel Rione Sanità, Totò (Antonio De Curtis), grande maschera del cinema, soprannominato “il principe della risata“.
Spaziò in tutti i generi teatrali, con oltre 50 titoli, dal variété all’avanspettacolo, al cinema, con 97 film interpretati dal 1937 al 1967, visti da oltre 270 milioni di spettatori, un primato nella storia del cinema. A distanza di decenni i suoi film riscuotono ancora grande successo, e molte delle sue memorabili battute e gag-tormentoni sono spesso diventate anche perifrasi entrate nel linguaggio comune.
« Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perchè questo è un bellissimo paese, in cui però per venire riconosciuti qualcosa, bisogna morire. »
(In fondo si potrà vedere Totò in due filmati: rispettivamente con Peppino De Filippo in “Totò e la lettera” e di “Antonio La Trippa” dal film “Gli Onorevoli)
totoGrande maschera nel solco della tradizione della Commedia dell’Arte, accostato a comici come Buster Keaton o Charlie Chaplin conservò fino alla fine una sua unicità interpretativa, che risaltava sia in copioni comico-surreali, sia in parti drammatiche, con maestri del calibro di Mario Monicelli, Alberto Lattuada o Pier Paolo Pasolini.
Iniziò a recitare su palcoscenici, spesso improvvisati, con orchestre di second’ordine e comprimari raccogliticci, e imparò l’arte dei guitti, ossia di quegli attori, napoletani e non, che recitavano senza una sceneggiatura ben impostata. Arte questa, a cui Totò aggiunse caratteristiche tutte sue: una conformazione particolare del naso e del mento, frutto di un incidente giovanile col precettore del ginnasio, movimenti del corpo in libertà totale, da burattino snodabile, e una comicità surreale e irriverente, pronta tanto a sbeffeggiare i potenti quanto ad esaltare i bisogni umani primari: la fame, la sessualità, la salute mentale. A Roma, approdò alla Sala Umberto, frequentata dalla migliore società della capitale: il successo crebbe ancora. Il suo costume di scena in questo periodo era già quello a cui restò fedele sino alla fine: un logoro cappello a bombetta, un tight troppo largo, una camicia col colletto basso, una stringa come “farfallino”, pantaloni “a zompafosso” e un paio di calze colorate su scarpe basse e logore.
Guardie_e_ladriOltre al costume scenico, di rilievo è il suo modo di recitare. Totò è come preso dalla “mania della fame”. La sua capacità di rendere al meglio l’espressione di uomo affamato e mai sazio è data dalla sua voglia di mettere in scena la povertà, e rappresentarla con la sua faccia peggiore: la fame. Totò infatti affermava sempre che l’attore, per recitare come tale, deve andare in scena sempre prima di mangiare.
Incontrò il cinema già nel 1930, con l’avvento del sonoro, quando un esercente ligure che aveva rilevato la Cines dal fallimento e in quel momento produceva gran parte dei film italiani, decise di fargli un provino.
Il film, intitolato Il ladro disgraziato, non vide mai la luce, ma esistono le riprese del provino, ritrovato e restaurato nel 1995. Il periodo d’oro del comico si può circoscrivere dal 1947 al 1952, quello in certo senso più libero, con parodie di grande successo che contengono riferimenti satirici espliciti, in molti casi alquanto pesanti, all’attualità: il dopoguerra, la borsa nera, i nuovi arricchiti, la sterilità di chi comanda (gli onorevoli e, in particolar modo, i “caporali”, intesi genericamente come coloro che danno ordini alla truppa). Furono presi di mira sia al cinema che sul palcoscenico con le ultime due grandi riviste “C’era una volta il mondo” del 1947 e “Bada che ti mangio!“.
carolinaFurono gli intellettuali che già lo ammiravano a teatro, i primi a volerlo in qualche loro progetto: soprattutto Cesare Zavattini, che tentò infatti di imporlo nel 1935 per la parte di Blim nel film “Darò un milione“. È da notare che a volte il copione, vuoi anche per i tempi ristrettissimi in cui venivano prodotti i suoi film, rappresentava solo un timido canovaccio per Totò, che poi si trovava ad improvvisare davanti alla macchina da presa: Totò inventava le battute, a volte perfino la trama; così tuttavia sono nate anche alcune delle sue scene più famose.
Diventato un beniamino del pubblico infantile, gli fu dedicata anche una collana a fumetti, Totò a fumetti, pubblicata tra il 1952 e il 1953 in 12 numeri e 3 albi speciali dalle Edizioni Diana di Roma.
Tentò la strada neorealista con “Guardie e ladri” (Nastro d’argento), in compagnia di Aldo Fabrizi, e “Totò e Carolina” (soggetto di Ennio Flaiano); quest’ultimo girato nel 1953 e massacrato dai tagli censori, uscì nelle sale gravemente manomesso solo nel ’55.
Recitò anche su soggetti pirandelliani, come “La patente” di Luigi Zampa e “L’uomo, la bestia e la virtù” di Steno. Arrivarono poi le proposte di grandi cineasti per le quali il Principe riservò entusiasmo, e perplessità. Federico Fellini lo volle per il suo progetto ambizioso e mai realizzato, “Il viaggio di G. Mastorna“, interrotto per la grave malattia del maestro riminese; Alberto Lattuada gli affidò il ruolo del frate Timoteo nella versione di un grande testo teatrale di Niccolò Machiavelli, “La mandragola“: qui le scene della persuasione di madonna Lucrezia e il dialogo con i teschi nella cripta, considerate tra le migliori della sua arte, vennero girate in condizioni impossibili e in clandestinità dentro un convento di Urbino.
uccellacciuccelliniLa critica lo lodò compatta e a quel punto Totò capì di essere stato male utilizzato, lasciandosi andare a reminiscenze malinconiche e vagheggiando ancora i due grandi progetti ai quali teneva tantissimo: la trasposizione di un don Chisciotte della Mancia e un film da girare interamente muto. Lattuada lo voleva anche come interprete di un film tratto da una novella di Pirandello, “La cattura“, ma questo progetto si arenò perché Totò incontrò sulla sua strada uno dei più lucidi scrittori e intellettuali del Novecento, Pier Paolo Pasolini, il quale lo spogliò di tutta la sua aggressività e cattiveria, per farne un sottoproletario innocente in un film sulla crisi del marxismo dopo la morte di Palmiro Togliatti, “Uccellacci e uccellini“; si ricordino le stupende sequenze dei tentativi di evangelizzazione dei falchi e dei passerotti, uno dei massimi punti del suo talento. Per questa grande interpretazione, realizzata da Totò ormai quasi cieco, vinse nel 1966 una Palma d’oro speciale al Festival di Cannes e un Nastro d’Argento come miglior attore dell’anno. Con Pasolini fece in tempo a girare altri due cortometraggi, il più riuscito “La Terra vista dalla Luna” e l’emozionante e poetico “Che cosa sono le nuvole?” il suo autentico testamento artistico, nel quale interpreta la marionetta di Jago nella recita shakesperiana in un teatro di marionette che, dopo aver convinto Otello (Ninetto Davoli) a uccidere Desdemona (Laura Betti) viene distrutta dal pubblico e mandata al macero in una discarica, dove, prima di morire, si accorge di quella grande bellezza del creato che sono le nuvole. Questa degnissima conclusione della carriera cinematografica ebbe però un’appendice deludente col piccolo schermo.
143950Totò, fino alla sua morte fu spesso sottovalutato, ignorato se non osteggiato dalla critica. Tuttavia circa cinque anni dopo la sua morte prese il via un imprevisto e fulmineo revival, iniziato nel 1971 con proiezioni in sordina nei cinema di periferia (ma a Roma il centralissimo Farnese di Campo dei Fiori gli dedicò un mese intero di proiezioni). Durante le proiezioni, quei luoghi furono gremiti di giovani, seduti anche in terra fra le file delle poltrone di film come “Totò a colori” o “Miseria e nobiltà” (si racconta che qualcuno vide anche Michelangelo Antonioni uscire visibilmente soddisfatto da una sala dove si proiettava un suo film.
Ma è grazie alla televisione privata che Totò ottenne il rilancio. Due registi dell’emittente privata napoletana Canale 21, nel 1976, recuperarono in archivio i film di Totò per mandarli in onda il giovedì sera, fino a passaggi televisivi sempre più massicci, per approdare al mercato dell’home video. Totò è stato forse l’unico attore italiano ad aver conquistato la quinta generazione di pubblico.
La parabola umana di Totò fu segnata dal riconoscimento di paternità che lo fece molto soffrire e per il quale intraprese vie legali, come terribile fu per lui la perdita del figlio avuto dall’ultim sua compagna di vita, Franca Faldini. Le Donne, amate e celebrate nella vita , nel cinema e nelle sue canzoni sono un altro elemento fondamentale della sua vita.

 

 

 

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