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17feb/19Off

Accadde oggi: il rogo di Giordano Bruno

17 febbraio copia “La qual natura (come devi sapere) non è altro che dio nelle cose”

«Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla»

Gran parte delle notizie biografiche del filosofo ci sono state fornite da lui stesso durante il lungo processo a cui fu sottoposto dall’Inquisizione, fino alla condanna definitiva, a causa delle sue idee religiose e teorie dell’Universo e concezioni religiose e di fede. Entrato giovanissimo in convento, che egli non fosse entrato fra i domenicani per tutelare l’ortodossia della fede cattolica lo rivelò subito l’episodio – narrato dallo stesso Bruno al processo – nel quale fra’ Giordano, nel convento di San Domenico, buttò via le immagini dei santi in suo possesso, conservando solo il crocefisso. La sua indipendenza di pensiero e la sua insofferenza verso l’osservanza dei dogmi si manifestò inequivocabilmente: giudizi sull’arianesimo, dubbi sulla Trinità. Viene denunciato e temendo un arresto fugge a Roma, da cui si allontana forse per un sospetto di omicidio. Comincia la peregrinazione per l’Europa e la stesura delle sue opere più famose. Abbandona l’abito monacale, aderisce al calvinismo e fa lavori disparati. Anche la sua adesione al calvinismo era mirata a questo scopo.
(Alla fine il filmato “Alzate la testa”, tratto da “Giordano Bruno” di Giuliano Montaldo interpretato da Gian Maria Volonté)

Bruno fu in realtà indifferente a tutte le confessioni religiose: nella misura in cui l’adesione a una religione storica non pregiudicasse le sue convinzioni filosofiche e la libertà di professarle, egli sarebbe stato cattolico in Italia, calvinista in Svizzera, anglicano in Inghilterra e luterano in Germania. bruno1Scomunicato e processato per diffamazione, è costretto a ritrattare; lascia Ginevra e si trasferisce brevemente a Lione per passare a Tolosa, città cattolica, sede di un’importante Università, dove per quasi due anni occupò il posto di lettore, insegnandovi e componendo un trattato di arte della memoria, rimasto inedito e andato perduto, la Clavis magna. Nel 1581, a causa della guerra di religione fra cattolici e ugonotti, lascia Tolosa per Parigi . Pubblica il Candelaio, una commedia in cinque atti in cui alla complessità del linguaggio, un insieme di latino, di toscano e di napoletano, corrisponde l’eccentricità della trama, fondata su tre storie parallele. Lascia Parigi per Londra dove insegna, e pubblica La cena de le ceneri, il De la causa, principio et uno, il De l’infinito, Universo e mondi e lo Spaccio de la bestia trionfante, mentre l’anno successivo uscirono De gli eroici furori. I vani principi sono la finitezza dell’universo e il credere che in esso esista un centro dove ora dovrebbe trovarsi immobile il sole come prima vi si immaginava fissa la terra. Bruno sostiene l’infinità dell’universo, in quanto effetto di una causa infinita, e dunque l’insussistenza di un centro. I cinque dialoghi del De la causa, principio et uno intendono stabilire i principi della realtà naturale. Bruno lascia da parte il problema di Dio, del quale, come causa e principio della natura, non possiamo conoscere nulla attraverso il «lume naturale», perché esso «ascende sopra la natura» e si può pertanto conoscere Dio solo per «lume soprannaturale», ossia solo per fede. Continua il suo peregrinare per le università dell’Europa, pubblicando e facendo lezione e suscitando reazioni molto contrastanti di approvazione e di polemica. Sostiene come per guarire i mali del mondo sia necessaria la tolleranza, in campo strettamente religioso. bruno2«È questa la religione che io osservo, sia per una convinzione intima sia per la consuetudine vigente nella mia patria e tra la mia gente: una religione che esclude ogni disputa e non fomenta alcuna controversia» Per motivi non noti, Bruno riesce così a collezionare le scomuniche delle maggiori confessioni europee, cattolica, calvinista e luterana. Bruno tornò in Italia, a Venezia, invitato dal nobile Mocenigo interessato ai suoi scritti di “magia” , ma per mesi non si recò dal Mocenigo: solo dalla fine del marzo 1592 si stabilì in casa del patrizio veneziano, interessato alle arti della memoria e alle discipline magiche. Il 21 maggio informò il Mocenigo di voler tornare a Francoforte per stampare delle sue opere: questi pensò che Bruno cercasse un pretesto per abbandonare le lezioni e il giorno dopo lo fece sequestrare in casa dai suoi servitori; il 23 maggio presentò all’Inquisizione una denuncia scritta, accusandolo di blasfemia, di disprezzare le religioni, di non credere nella Trinità divina e nella transustanziazione, di credere nell’eternità del mondo e nell’esistenza di mondi infiniti, di praticare arti magiche, di credere nella metempsicosi, di negare la verginità di Maria e le punizioni divine.Quella sera stessa Bruno fu arrestato e rinchiuso nelle carceri dell’Inquisizione di Venezia. L’Inquisizione romana chiede però la sua estradizione, che viene concessa, dopo qualche esitazione, dal Senato veneziano. Nel 1593 Bruno è rinchiuso nelle carceri romane del Palazzo del Sant’Uffizio. E comincia una lunghissima carcerazione, con interrogatori, confutazioni, pause. Nuovi testi, per quanto poco affidabili, essendo tutti imputati di vari reati dalla stessa Inquisizione, confermano le accuse e ne aggiungono di nuove. Giordano Bruno fu probabilmente torturato alla fine di marzo 1597, secondo la decisione della Congregazione. Bruno non rinnegò i fondamenti della sua filosofia: ribadì l’infinità dell’universo, la molteplicità dei mondi, la non generazione delle sostanze. Il 12 gennaio 1599 è invitato ad abiurare otto proposizioni eretiche, nelle quali si comprendevano la sua negazione della creazione divina, dell’immortalità dell’anima, la sua concezione dell’infinità dell’universo e del movimento della Terra, dotata anche di anima, e di concepire gli astri come angeli. La sua disponibilità ad abiura, a condizione che le proposizioni siano riconosciute eretiche non da sempre, ma solo ex nunc, è respinta dalla Congregazione dei cardinali inquisitori, tra i quali il Bellarmino. Una successiva applicazione della tortura, proposta dai consultori della Congregazione il 9 settembre 1599, fu invece respinta da papa Clemente VIII. Nell’interrogatorio del 10 settembre Bruno si dice ancora pronto all’abiura, ma il 16 cambia idea e infine, dopo che il Tribunale ha ricevuto una denuncia anonima che accusa Bruno di aver avuto fama di ateo in Inghilterra e di aver scritto il suo Spaccio della bestia trionfante direttamente contro il papa, il 21 dicembre rifiuta recisamente ogni abiura, non avendo, dichiara, nulla di cui doversi pentire. L’8 febbraio 1600 è costretto ad ascoltare inginocchiato la sentenza di condanna a morte per rogo; si alza e ai giudici indirizza la storica frase: «Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam» («Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla»).

 

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