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11giu/11Off

Il morboso rapporto che la Chiesa intrattiene con il sesso

Riportiamo l'articolo di Alessandra Maiorino apparso sul periodico on line  CRONACHE LAICHE del 9.6.2011:

""Il caso delle cosiddette Magdalene, le donne “perdute” irlandesi costrette alla clausura e al lavoro forzato, di cui si sta occupando la commissione contro le torture dell’ONU, e del quale ha dato notizia, unico tra i grandi quotidiani, Repubblica del 4 giugno scorso, induce a svolgere alcune riflessioni sullo stato di salute della Chiesa cattolica in Europa e nel mondo in generale. È possibile che il triste fenomeno delle lavandaie irlandesi fosse circoscritto nel tempo e nello spazio, ma non si può negare che esso costituisce un tassello, un altro, all’interno del quadro a tinte sempre più fosche del morboso rapporto che la Chiesa intrattiene con il sesso.

Va detto che la dottrina sessuofobica della religione cristiana, e del cattolicesimo in particolare, è così pervasiva che, anche per quanti abbiano smesso di credere spesso occorrono anni perché l’equazione sesso-peccato appaia in tutta la sua grottesca insostenibilità e il suo rigetto non rimanga una mera acquisizione intellettuale. Il processo di “ritorno alla natura” non è affatto immediato, e chi lo abbia vissuto con consapevolezza avrà potuto constatare che, come cerchi concentrici che si allargano sull’acqua a partire da un unico punto, i suoi effetti tendono a propagarsi ad ambiti della vita e della personale visione del mondo che inizialmente non sembravano avere diretti collegamenti con la condanna dell’atto sessuale in sé. Un esempio: il concetto di “donna di facili costumi” – frutto della misoginia che scaturisce di necessità da una dottrina sessuofobica ideata e gestita da soli uomini – perderà gradatamente di consistenza, perché si riconoscerà a quella donna particolare, e alle donne in generale, il diritto di gestire le proprie relazioni sociali, affettive e fisiche come meglio credono, con l’unica ovvia limitazione – valida per tutti e in tutti i campi – di non danneggiare il prossimo. Una volta giunti a maturazione di questo processo di “riavvicinamento” alla natura anche l’obbligo di castità a vita imposto agli ecclesiastici e alle religiose apparirà in tutta la sua abnorme contrarietà alla natura (umana e universale), oltre che nella sua triste inutilità.

A seguito dei sempre più frequenti casi di pedofilia all’interno del clero cattolico, timide voci si sono talvolta levate a sostenere che il fenomeno non fosse che una conseguenza – degenerata, certo, ma pur sempre conseguenza – di questa innaturale condizione di vita e dell’approccio malato al sesso che contraddistingue la religione cattolica. Le più alte cariche ecclesiastiche sono immediatamente intervenute con sdegno a tacitare simili illazioni, ma la realtà parla più chiaro e forte delle loro voci stentoree. Cardinali, papi, vescovi e preti che si ostinano a negare la connessione esistente tra la castità imposta, la condanna del sesso come puro atto affettivo e ricreativo, e il rischio dar sfogo alle proprie represse pulsioni in maniera deviata mentono sapendo di mentire. Prova ne è che l’abuso di minore è previsto e trattato in maniera speciale nel diritto canonico e, finché il mondo non ha puntato i suoi riflettori su questa piaga endemica, esso è stato addirittura tollerato, venendo contrastato con le sole blande misure di cui ora tutti sono a conoscenza: ritiro spirituale e trasferimento del religioso “peccatore” di diocesi in diocesi. Si tratta quindi di un effetto collaterale indesiderato ma ampiamente previsto all’interno di questo sistema deformato e deformante.

Il fatto è che pedofilia, misoginia e disturbi della sessualità in genere sono conseguenze dirette della politica sessuofobica tuttora caparbiamente adottata dalla Chiesa. Perché questa istituzione, nonostante l’anacronismo e l’illogicità di tali posizioni, continui ad abbarbicarvisi e a tentare maldestramente di imporle a una società sempre più libera e matura è piuttosto comprensibile: se la Chiesa rinunciasse alla condanna del sesso in ogni sua forma che non sia quella strettamente finalizzata alla procreazione (e con il minimo piacere possibile) perderebbe la sua specificità caratterizzante, e la sua identità andrebbe a diluirsi in una serie di norme ampiamente condivisibili di senso comune, come non uccidere, non rubare e non dire le bugie. La sessuofobia è dunque la pietra su cui la Chiesa, soprattutto quella cattolica, ha fondato la propria forza e la propria capacità di tenere in scacco gli uomini, ché, se certo non sono tutti aspiranti ladri o assassini, sono però tutti aspiranti “lussuriosi”, e quindi (possibili) peccatori. Questa è stata un’ottima strategia finché il reato è coinciso con il peccato, ossia finché la Chiesa ha potuto esercitare, più o meno direttamente, il potere temporale. Il processo culturale collettivo di riavvicinamento alla natura, avviatosi con la separazione tra Stato e Chiesa, è lento e faticoso, ma la crepa è già aperta, e alla fine è molto probabile che proprio la sessuofobia – con tutte le sue conseguenze più nefaste, quali appunto pedofilia, misoginia, omofobia – sarà la pietra su cui la Chiesa finirà per inciampare, e il sesso negato negherà la Chiesa.

Alessandra Maiorino

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